Mese: settembre 2014

Jobs Act: è l’ora della mobilitazione

Comunicato stampa

Il premier Renzi ha superato un’altra tappa nella sua impresa di definitiva metamorfosi del Paese secondo le ricette dell’austerity neo liberista.

Per questo la difesa dell’articolo 18 deve andare oltre se stessa, allargare linguaggio e intenzioni,  se non vuole ridursi soltanto a una testimonianza  e sviluppare la forza di affermare un’idea dei diritti all’altezza dei problemi dell’oggi. Parlare a tutto il lavoro, quello che c’è e quello che non c’è: questa è la sfida.

La direzione del Pd del 29 settembre rappresenta un passaggio forse conclusivo del lungo processo di accettazione -nei fatti e nel discorso pubblico – da parte del Pd del pensiero unico neo liberista in salsa blairiana, come nuova regola economica e sociale del mondo. Non a caso Renzi sostiene la Commissione Europea di Juncker e Katainen che ha come programma la continuazione della austerità e delle politiche liberiste. Il Jobs Act, promosso politicamente in quella sede, accetta infatti in toto e articola nel contesto italiano l’agenda neoliberista che stabilisce una complessiva svalutazione del lavoro, con l’eliminazione delle residue “rigidità” del lavoro, una volta dette, secondo il rottamando costituzionalismo democratico, “diritti e tutele”, e con l’allargamento a dismisura della flessibilità, della precarizzazione e della riduzione del lavoro a condizione servile. Vanno in questa direzione i previsti dispositivi di controllo a distanza di chi lavora, del demansionamento, dell’allargamento a dismisura dei voucher.  Il tutto senza alcuna vera contro partita in termini di sussidi.

Non aver contrastato la precarizzazione del mondo del lavoro, anzi l’averla spesso teorizzata, e la disoccupazione crescente delle nuove generazioni lasciata crescere senza farne uno scandalo sociale ha aperto la strada all’ulteriore e definitiva cancellazione di diritti e tutele. Siamo di fronte a una sfida la cui posta in gioco è la difesa della civiltà delle relazioni umane nell’epoca della crisi. Difendere oggi i diritti del lavoro incarnato, donne e uomini al lavoro nell’epoca del lavoro senza futuro, senza tutele, senza sentimento democratico, può conquistare di nuovo un senso politico e sfuggire alla sensazione di un deja vu. Ma questo significa ripartire da un’idea che rimetta insieme le forze, che parli ai mille frammenti del lavoro disperso, che costruisca alleanze tra le generazioni e soprattutto parli alle nuove generazioni. A quelle ragazze e a quei ragazzi per i quali il lavoro è soltanto una chimera. Mai come in questo momento la difesa dell’articolo 18 e la richiesta del reddito minimo universale  sono le due facce dell’unica risposta da dare al Jobs Act.

Questi sono i contenuti che l’Altra Europa intende portare nel confronto in tutte le sedi in cui sarà possibile e in tutte le mobilitazioni sui temi del lavoro di questa stagione che si è aperta con il Jobs Act, dalla manifestazione della CGIL del 25 ottobre allo sciopero sociale dei movimenti antiprecarietà del 14 novembre fino alla  manifestazione nazionale che L’Altra Europa propone per il 29 novembre contro le politiche neoliberiste del governo Renzi e della Commissione Juncker.

L’altra Europa con Tsipras

www.listatsipras.eu

Venezuela, il governo occupa un’impresa Usa

Venezuela. Il vicepresidente e gli operai riaprono le fabbriche di detersivo della Clorox

Le fab­bri­che chiu­dono? Governo e ope­rai for­zano le ser­ra­ture e le ria­prono. Fun­ziona così nel Vene­zuela socia­li­sta, dove la parola dei lavo­ra­tori si fa sen­tire, senza biso­gno di ridursi a lamento tele­vi­sivo. Ha fun­zio­nato così nelle due sedi della com­pa­gnia sta­tu­ni­tense Clo­rox, negli stati di Miranda e Cara­bobo. «Abbiamo aperto i luc­chetti e siamo entrati. Gli impren­di­tori se ne sono andati lasciando un loro rap­pre­sen­tante in Argen­tina e un avvo­cato qui da noi», ha detto ai gior­na­li­sti il vice­pre­si­dente della Repub­blica, Jorge Arreaza che ha accom­pa­gnato gli ope­rai. Pochi giorni fa, l’impresa aveva lasciato tutti a casa: lamen­tando restri­zioni impo­ste dal cha­vi­smo, inter­ru­zione nella for­ni­tura del mate­riale e insi­cu­rezza eco­no­mica. Gli ope­rai ave­vano pro­te­stato bloc­cando il traf­fico e ave­vano chie­sto l’intervento del governo.

E il governo ha rispo­sto: in linea con l’atteggiamento che guida la «rivo­lu­zione boli­va­riana» fin dai pri­mordi. «Gli impren­di­tori hanno vio­lato la Legge del lavoro per il pro­prio tor­na­conto, get­tando per strada oltre 474 per­sone — ha spie­gato Arreaza in uno dei due impianti — siamo qui per rimet­tere le cose a posto con un’occupazione tem­po­ra­nea». Dopo la chiu­sura della fab­brica, il 22 set­tem­bre, i lavo­ra­tori si sono riu­niti fra loro e con rap­pre­sen­tanti del par­la­mento, del mini­stero del Lavoro, del Com­mer­cio e dell’Industria e hanno messo a punto un piano di inter­vento e di gestione: «Se aves­simo avuto un governo capi­ta­li­sta oggi più di 780 lavo­ra­tori non avreb­bero alcuna spe­ranza di recu­pe­rare il posto», ha detto il dele­gato Luis Piñango, rias­su­mendo i ter­mini della vicenda.

La fab­brica ha fun­zio­nato fino al 19, ma il lunedì gli ope­rai hanno tro­vato i por­toni chiusi. A tutti, è arri­vato un sms da parte del pre­si­dente dell’impresa, Oscar Lede­zma: «Ce ne andiamo dal Vene­zuela, vi abbiamo depo­si­tato sul conto la liqui­da­zione, la fab­brica non ria­prirà». Gli ope­rai ricor­rono al Mini­stero del lavoro, che ordina ai respon­sa­bili Clo­rox di ripren­dere l’attività. Di fronte al silen­zio dell’impresa, si pro­cede allora all’«occupazione temporanea».

La legge vene­zue­lana, che con­tem­pla gli espro­pri di fab­bri­che e lati­fondi, pre­vede però anche un con­gruo rim­borso. Molte grandi imprese lucrano per­ciò a un dop­pio livello: dap­prima chie­dendo dol­lari al cam­bio age­vo­lato per impor­tare pro­dotti che, di solito, non impie­gano dav­vero per man­dare avanti la pro­du­zione; e poi fug­gendo col «bot­tino», sicuri di essere comun­que risar­citi. In que­sti giorni, il Cen­tro nazio­nale di Com­mer­cio estero (Cen­coex) ha chie­sto al MIni­ste­rio publico di aprire un’indagine su 15 imprese che, sulle 83 che hanno chie­sto dol­lari a prezzo age­vo­lato, non hanno for­nito giu­sti­fi­ca­zioni con­vin­centi sull’impiego del denaro.

Soldi, pro­te­sta la parte più radi­cale della sini­stra cha­vi­sta, che potreb­bero essere impie­gati per poten­ziare ulte­rior­mente le misure sociali. La cor­rente che spinge per l’aumento dell’autogestione e del con­trollo ope­raio evi­den­zia anche i rischi pro­dotti dalla sta­ta­liz­za­zione delle fab­bri­che, tra i quali la buro­cra­tiz­za­zione e l’insinuarsi della men­ta­lità «da impie­gato sta­tale» nella classe operaia.

Temi di cui si discute nei quar­tieri e nelle fab­bri­che, in un paese a eco­no­mia mista — sta­tale, coo­pe­ra­tiva e auto­ge­stita e pri­vata — che punta su un modello di stato decen­trato e sulle «comuni» auto­ge­stite per por­tare più a fondo l’esperienza del pro­prio «labo­ra­to­rio». A luglio 2015, preso la Vene­zo­lana de Tele­co­mu­ni­ca­cio­nes di Punto Fijo, nel Paranà, si svol­gerà il primo incon­tro inter­na­zio­nale delle fab­bri­che recu­pe­rate. Una realtà già con­so­li­data nel paese, che ha preso avvio dopo il golpe con­tro Cha­vez del 2002 e la fuga di molte grandi imprese dal Vene­zuela socia­li­sta. E ora molte altre realtà potreb­bero seguire la strada di Clorox.

Intanto con­ti­nua il piano per il disarmo volon­ta­rio, in atto in 72 punti del paese: «Stiamo scam­biando armi con­tro stu­dio, armi con­tro futuro. Ci con­se­gnano pistole e fucili e rice­vono gli stru­menti per le atti­vità socio­pro­dut­tive», ha detto il mini­stro degli Interni giu­sti­zia e pace, Miguel Rodri­guez Torres.

Per comu­ni­care il pro­prio orien­ta­mento e disin­ne­scare il finan­zia­mento di ulte­riori piani sov­ver­sivi, dome­nica il governo vene­zue­lano ha com­prato una pagina del New York Times . Nell’annuncio, parti del discorso pro­nun­ciato all’Onu dal pre­si­dente Nico­las Maduro in cui chiede la fine del blocco Usa con­tro Cuba, la deco­lo­niz­za­zione di Porto Rico e annun­cia la dona­zione di 5 milioni di dol­lari per la lotta con­tro l’ebola. «Inu­tili spre­chi», ha com­men­tato Hen­ri­que Capri­les, l’ex can­di­dado alla pre­si­denza per l’opposizione.

Alla guida della sua coa­li­zione, la Mud, Capri­les ha spon­so­riz­zato il popo­lare gior­na­li­sta Clo­do­valdo ” Chuo” Her­nan­dez, che ha un noto pro­gramma rivolto ai quar­tieri. «Cer­cano con­tatti con la strada, ma il nostro è il governo della strada», ha detto Miguel Tor­res. E comun­que, chi la strada vor­rebbe riac­cen­derla con bombe e vio­lenze — il par­tito di Leo­poldo Lopez e l’area di Maria Corina Machado — non ha votato per “Chuo”.

“E’ in corso la terza guerra mondiale”. Vigevano: incontro con intervento di GIOVANNI RUSSO SPENA, membro della Direzione Nazionale di Rifondazione

Capire i nuovi scenari di guerra per costruire la pace nella giustizia sociale.
E’ questo l’obiettivo dell’incontro pubblico dedicato ai temi della pace dal titolo “E’ in corso la terza guerra mondiale” organizzato per mercoledì della prossima settimana (8 ottobre) con inizio alle ore 21 dalla Federazione di Pavia del Partito della Rifondazione Comunista presso la Cooperativa Portalupi, in via Ronchi 7 alla frazione Sforzesca di Vigevano.
La serata sarà introdotta da Giuseppe Abbà, segretario provinciale del Prc, e vedrà l’intervento di Giovanni Russo Spena, membro della Direzione Nazionale di Rifondazione.
I primi nuovi scenari di guerra sono Siria, Iraq, Palestina, Ucraina, Libano, Libia ed Afghanistan.
Non possiamo essere passivi ed arrenderci al pensiero dominante, serve una riflessione che vada a fondo e ci faccia comprendere i reali interessi che sono in gioco, anche con l’obiettivo di essere da stimolo per la ripresa del movimento per la pace.

Il sistema di accumulazione capitalistica scarica i suoi costi sull’ambiente (clima) e sulle persone (immigrazioni, malattie, fame) e le guerre rappresentano uno degli strumenti più evidenti per impadronirsi delle risorse del nostro pianeta.

Per questo occorre approfondire la conoscenza di ciò che sta avvenendo in tante aree del mondo, andando ben oltre le notizie che ci vengono fornite dai Governi e dai grandi mezzi d’informazione nazionali ed internazionali. 

Per le traduzioni in Italiano del video, leggi l’articolo cliccando sul Link sottoriportato:

http://popoffquotidiano.it/2014/09/22/un-video-per-mostrare-i-crimini-di-guerra-commessi-in-ucraina/

[youtube]http://youtu.be/mlKacrqOmIw[/youtube]

Teatro dell’Opera: come al solito la colpa è dei lavoratori!

Pubblicato il 29 set 2014

di Stefania Brai, Responsabile nazionale cultura Prc –

Come al solito la colpa è dei lavoratori. Se Muti lascia il Teatro dell’Opera, se quasi tutte le Fondazioni lirico sinfoniche sono in difficoltà economica la colpa è del sindacato e dei lavoratori (cioè degli orchestrali, dei cantanti, dei ballerini, degli scenografi e di tutti quegli artisti e quei tecnici che rendono possibile la messa in scena delle opere).

È vergognoso che nessuno parli del taglio costante dei Fondo unico dello spettacolo e del fatto che in Italia si investe in cultura lo 0,16 percento del Pil, contro una media europea dell’1 %. Delle incapacità gestionali dei manager messi a capo delle fondazioni liriche dai vari ministri, della loro totale estraneità alla cultura, dei loro stipendi e dei loro consulenti. Del famigerato decreto “valore cultura” del ministro Bray secondo il quale le fondazioni che non sono in pareggio di bilancio devono presentare un piano di risanamento che deve inderogabilmente prevedere la riduzione del personale tecnico e amministrativo fino al 50 per cento dell’organico; la “razionalizzazione” del personale artistico; la cessazione dell’efficacia dei contratti integrativi aziendali. Nessuno dice che le fondazioni che non rispetteranno queste condizioni saranno poste in liquidazione coatta amministrativa. Cioè chiuse.

Nessuno parla delle colpe dei governi che hanno trasformato gli Enti lirici in Fondazioni di diritto privato, dei governi che continuano a tagliare i fondi per la cultura provocando la chiusura di teatri, di sale cinematografiche, di biblioteche e dei tanti luoghi della cultura del nostro territorio. Desertificando il paese e mercificando tutto, la cultura come le persone.

I teatri lirici hanno invece bisogno di una grande riforma: devono tornare ad essere luoghi pubblici di produzione, formazione e diffusione culturale, devono poter contare sulla certezza di finanziamenti pubblici garantiti dallo Stato, devono poter valorizzare al massimo le grandi professionalità dei nostri lavoratori ed avere un unico obiettivo: la qualità artistica delle produzioni.

Rifondazione comunista è a fianco dei lavoratori nella loro lotta in difesa delle istituzioni culturali e dei posti di lavoro. Dare ancora una volta la colpa ai lavoratori è utile a chi, come il governo Renzi, vuole eliminare l’articolo 18 e sta tentando di distruggere il sindacato.

 

 

In diecimila al corteo di solidarietà con il popolo palestinese a Roma

 

Diecimila persone hanno partecipato a Roma al corteo di solidarietà con la Palestina e la fine dell’occupazione da parte di Israele.
Un serpentone che è andato ben oltre le previsioni della vigilia, con tanti striscioni e bandiere fino ia piazza Santi Apostoli, dove si terrà il comizio finale. Un grande striscione in apertura del corteo recita: “Per la fine dell’occupazione israeliana”; dietro, quasi tutti membri della comunità palestinese in Italia,tra cui l’ambasciatrice. Mai Al Kaila.

Lo slogan echeggiato con più forza è stato sicuramente quello che reclama la fine dell’occupazione israeliana della Palestina. po“Il nostro polo non si arrenderà mai“, dicono i Palestinesi, e quindi l’unica via d’uscita dopo 60 anni di conflitto è che Israele se ne vada. Una posizione sostenuta anche dagli “Ebrei contro l’occupazione” presenti all’iniziativa”. Convocata sulla base di un appello della comunità palestinese, la manifestazione ha registrato la presenza di decine e decine di organizzazioni politiche, comitati, gruppi di solidarietà. Molti  i rappresentanti dei partiti della sinistra antagonista, tra cui Giovanni Russo Spena, Paolo Ferrero, Marco Ferrando.

Presenti anche le Donne in nero, il Comitato romano dellacqua pubblica. Un altro filone dell’iniziativa ha riguardato il boicottaggio di Israele, sia sotto il profilo commerciale che quello militare. Nel giro di affari che lega Italia a Israele ci sono le forniture della Selex ES, i satelliti realizzati dalla Thales Alenia Space, la cooperazione nel programma Opsat e la ben nota fornitura dei M346 dell’Aermacchi. L’Usb in un comunicato/volantino invita i lavoratori a non collaborare con i programmi militari e con qualsiasi progetto o fornitura “che possa favorire l’occupazione israeliana”. Il 19 ottobre ci sarà a Milano una assemblea pubblica per costruire il “No” all’ingresso di Israele all’Expo (#EXPOFAMALE).
Quasi impossibile dare conto delle decine e decine di striscioni e bandiere che si sono stretti intorno al popolo Palestinese in un momento in cui la loro dura condizione continua ad essere nascosta agli occhi dell’opinione pubblica.
Tra gli altri, le bandiere di Rifondazione comunista, del Pcl, della Lista Tsipras, dell’Anpi, dei Cobas, Di Freedom Flotilla e della Rete dei Comunisti.Qui di seguito il testo dell’appello:Terra, pace e diritti per il popolo palestinese. Fermiamo l’occupazione

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese il 27 settembre a Roma

L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.

Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:

– per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;

– per mettere fine all’occupazione militare israeliana;

– per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;

– per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;

– per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;

– per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

– per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);

– l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.

Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.

Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail :

comunitapalestineseitalia@hotmail.com

Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

Vigevano: caso mense. Lo scolaro con il panino nell’aula vuota. “Ho ereditato la povertà della mia famiglia”

Tratto da: L’INFORMATORE del 25 settembre 2014

Vigevano – Il caso mense nella nostra città, con bambini esclusi e costretti a mangiare un panino in apposite aule, lontano dai refettori e compagni di classe, è sempre in primo piano. Una nostra lettrice, Gabriella Rigoni ci ha inviato un racconto, che volentieri pubblichiamo.

Maestra, prendo il mio panino?

Sì caro, ma non metterti in fila con i tuoi compagni, vieni con me.

Dove mangio?

Vieni, andrai in quella stanzetta con la bidella.

E così, lasciati i miei compagni di classe, sono andato con la bidella in un’aula vuota.

Ho ereditato la povertà della mia famiglia. Ho ereditato il destino di tanti, destino racchiuso nella frase “Io non posso”.

In questo caso io non posso pranzare con gli altri bambini a scuola. Mentre andavo nell’auletta sono passato davanti al refettorio: erano tutti seduti, allegri e chiassosi, davanti ad un piatto di gnocchi al pomodoro. Mi piacciono tanto gli gnocchi al pomodoro! Ma mi piace di più mangiare con gli altri bambini. Ma non si può: bisogna pagare. Se paghi il pasto paghi anche la compagnia dei tuoi amici e te la puoi godere. E’ buono il panino preparato dalla mia mamma ma diventa amarissimo mangiato in solitudine. Beh, non da solo. Con me c’era anche mio fratello. Ah! C’era anche la bidella, che è gentile, ma con lei… Insomma, mi diverto poco!

Ho sentito dire che se hai il panino non puoi stare in refettorio con gli altri. Nessuno vuole spiegarmi il perchè. Forse sarà perchè i bambini con gli gnocchi potrebbero essere invidiosi del mio panino e volerne un pò, lasciando lì il loro pranzo! E questo non va. Sprecherebbero i soldi dei loro genitori. O forse perchè nel mio panino potrebbe esserci qualcosa che non va e chi lo respira muore! Però la tristezza del pasto “separati dagli altri” passa in fretta perchè appena finito di mangiare ho potuto sedermi in refettorio e aspettare i miei compagni la fine del loro pasto.

E così mi è venuta un’idea: se la colpa è del mio panino potrei… non portarlo! Senza panino posso stare là seduto con i miei compagni. Col panino no. Farò così: da domani, a pranzo, berrò dell’acqua, e basta. L’acqua dei rubinetti del bagno, però. Meglio non portare l’acqua da casa perchè, forse nel refettorio, non può entrare neanche lei. Non si sa mai. Secondo me dovrebbero mettere anche un bel cartello davanti all’ingresso della mensa con scritto: “vietato l’ingresso ai bambini col panino della mamma e con l’acqua portata da casa”.

Quando sarò grande… Sì, quando sarò grande costruirò una scuola dove sarà obbligatorio, a mensa, mangiare un panino. Ma lascierò entrare anche chi non ce l’avrà perchè nessuno dovrà essere nè triste nè arrabbiato. Come me.

Trasporti a Roma, licenziati perché denunciano a “Presa diretta” la mancata manutenzione dei bus

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Trasporti a Roma, licenziati perché denunciano a “Presa diretta” la mancata manutenzione dei bus
 I delegati sindacali dell’USB Ilario Ilari e Valentino Tomasone sono stati sospesi dal servizio in via cautelativa dalla loro azienda, la “Trotta Bus Service”, dopo essere stati intervistati dal programma di Rai 3 “Presa Diretta” per la puntata andata in onda domenica 21 settembre, dedicata ai problemi del trasporto pubblico.Per protestare contro questi provvedimenti l’USB ha occupato la sede dell’Assessorato alla Mobilità del Comune di Roma, dato che la Trotta è una delle società facenti parte del Consorzio Roma Tpl, che gestisce in appalto il 30% del servizio bus nella capitale.“Nelle lettere inviate ai lavoratori si contesta la loro presenza in trasmissione senza alcuna autorizzazione da parte aziendale e l’aver rilasciato al giornalista inviato ‘dichiarazioni inerenti il parco automezzi aziendale circolante e la relativa manutenzione delle vetture altamente lesive dell’immagine dell’azienda”, spiega Walter Sforzini dell’USB.“Crediamo che le immagini trasmesse parlino chiaro – evidenzia Sforzini – i lavoratori non hanno rilasciato nessuna dichiarazione diversa da ciò che proprio le immagini hanno mostrato, ovvero una vettura guasta al capolinea, proprio durante l’intervento di un meccanico; un autobus che ad ogni inserimento di marcia scaricava l’aria dei servizi automezzo e rischiava di bloccare la vettura. Inoltre – prosegue il rappresentante USB – la risposta ad una domanda del giornalista in merito al rinnovo del parco automezzi, come previsto dal contratto di servizio stipulato con il Comune di Roma, è venuta non dalla bocca dei lavoratori, ma dal passaggio di un autobus, evidentemente molto in là con gli anni, che emetteva un intenso fumo nero dal tubo di scappamento”.“La sospensione dei nostri delegati, che potrebbe preludere al loro licenziamento, appare come un’azione di ritorsione nei confronti della nostra organizzazione sindacale, che da anni denuncia questo tipo di mancanze alle istituzioni responsabili del servizio. Alla luce di ciò l’USB chiede l’annullamento immediato delle sanzioni nei confronti dei delegati e l’attivazione delle necessarie verifiche sulla corretta applicazione del capitolato d’appalto con il Consorzio Roma Tpl”, conclude Sforzini.

VIGEVANO – RIFONDAZIONE: MOBILITIAMOCI CONTRO RENZI CHE VUOLE L'EGUAGLIANZA NELLA MISERIA

VIGEVANO – RIFONDAZIONE: MOBILITIAMOCI CONTRO RENZI CHE VUOLE L’EGUAGLIANZA NELLA MISERIA
L’attacco all’articolo 18 per coprire il completo fallimento del governo Renzi-Berlusconi è inaccettabile.
E’ tutto l’impianto del “Job act” che è completamente sbagliato, perché basato sull’idea che il lavoro si possa creare togliendo ogni diritto a chi lavora. Al contrario per creare lavoro è necessario allargare la sfera dei diritti a tutti i lavoratori – a partire dai precari – senza togliere alcuna tutela a coloro che hanno un lavoro a tempo indeterminato.
Per questo come Partito della Rifondazione Comunista riteniamo che sia necessario sostenere con decisione la manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per il 18 ottobre a Roma ed arrivare subito allo sciopero generale contro la politica del governo Renzi-Berlusconi.
Occorre una risposta forte contro l’ulteriore manomissione dell’articolo 18 ed il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, per estendere i diritti a tutti i lavoratori e per ottenere immediatamente un piano pubblico per l’occupazione per almeno un milione di posti di lavoro.
Matteo Renzi vuole un mercato del lavoro in cui i cittadini siano tutti uguali… lui li vuole tutti senza diritti!
Renzi è peggio della Fornero e utilizza la classica arma delle destre: far leva sulle divisioni interne al mondo del lavoro per togliere i diritti a tutti in nome di una presunta “eguaglianza”. Con gli 80 euro pensa di essersi comprato il diritto di poter ricattare le persone! Ma al contrario di ciò che dice Draghi, la ripresa sta perdendo impulso perchè i paesi europei hanno messo in atto troppe riforme strutturali, tagliando il welfare, riducendo i salari ed in generale imponendo politiche che hanno ridotto i consumi interni.
La stagnazione è il frutto evidente delle politiche di austerità, per uscire dalla crisi servono aumento di salari e pensioni, reddito sociale ai disoccupati e sviluppo dello stato sociale.
In questo Paese c’è chi si è battuto per garantire a tutti i lavoratori gli stessi diritti. Nel 2003 Rifondazione Comunista, con la Fiom e il sindacalismo di base, ha realizzato il referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori a tutti. Un referendum per estendere i diritti, per costruire l’eguaglianza tra giovani e anziani al livello più alto, non a quello più basso come vuole Renzi. Cosa faceva Matteo Renzi nel 2003? Faceva il segretario provinciale della Margherita ed era contro il referendum e l’estensione dei diritti a tutti.
Renzi con ogni evidenza fa parte del problema e non della soluzione, Renzi vuole togliere i diritti a tutti, vuole l’eguaglianza nella miseria.
Rifondazione Comunista proseguirà con determinazione nell’impegno per trasformare il disagio sempre più diffuso in una vivace opposizione politica e sociale alle scelte del governo Renzi e dell’Unione Europea, a partire dalla mobilitazione contro il “Job act”.
Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano

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Rovigo, quattro operai morti in fabbrica. Prc: "Non sono mai 'incidenti', il governo pensi a rafforzare le tutele invece che toglierle"

Quattro operai sono morti nella fabbrica dove lavoravano per aver respirato alcune sostanze chimiche. Secondo la ricostruzione sono stati uccisi da una nube tossica di acido e ammoniaca prodotta dalla reazione chimica di fanghi trattati con acido solforico.

Si tratta di operai della Co.Im.Po di Adria, una ditta per lo smaltimento di rifiuti speciali di Cà Emo (Rovigo). I loro nomi: Nicolò Bellato, 28 anni, e Paolo Valesella, 53, entrambi di Adria, Marco Berti, 47, e Giuseppe Valdan, 47, di Campolongo Maggiore (Venezia).

C’è anche un quinto operaio coivolto nell’incidente ed attualmente ricoverato in gravi condizioni in ospedale.

Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha definito l’incidente di Adria come “una tragedia tra le più devastanti” per il mondo del lavoro in Veneto. “Onestamente – ha aggiunto – debbo dire che non ci aspettavamo un incidente sul lavoro come questo, perché il Veneto è conosciuto ed apprezzato come una regione sicura. Con il bilancio attuale possiamo dire che questa è tra le più devastanti tragedie che il Veneto ha subito”.

Tanti i messaggi di condanna per quanto accaduto e di cordoglio, tra cui quello del presidente Napolitano. Sul fronte sindacale, c’è da registrare la forte presa di posizione di Usb. “Un tributo di morte inaccettabile- dichiara Franca Peroni dell’esecutivo nazionale USB– , veri e propri omicidi spesso considerati solo un “effetto collaterale” ma che in realtà sono il frutto del sistema degli appalti e sub-appalti al massimo ribasso, del lavoro nero, della  precarietà. Ma non nascondiamoci dietro un dito: l’insicurezza crescente sui cantieri è frutto della fretta, dei “cottimi”, dei tempi che vengono via via compressi, mettendo il lavoratore di fronte alla rincorsa sfrenata del compimento del proprio lavoro nel minor tempo possibile. Si muore troppo spesso, e nel settore dell’igiene ambientale, i numeri cominciano a diventare eccessivi”. “Fanno specie le postume visite sul luogo del misfatto e le addolorate dichiarazioni di costernazione di chi (dalla senatrice leghista Munerato al Presidente della Regione Veneto) – continua Peroni – ai vari livelli Amministrativi e politici dovrebbe intervenire…ma prima! Di questo si dovrebbe occupare il Governo, altro che “job Acts”, di garantire un diritto fondamentale: quello della vita, troppo spesso spezzata nei luoghi di lavoro anzicchè demolire il diritto alla reintegra e a conservare il posto di lavoro a fronte di un licenziamento illegittimo”. La Unione Sindacale di Base risponderà  a questo ennesimo Omicidio sul Lavoro, oltre che con il cordoglio e la vicinanza alle famiglie,  con una campagna di mobilitazione contro le privatizzazioni e gli appalti al massimo ribasso “che sono le cause principali di questi fatti tragici. Chiamiamo i  lavoratori e le  lavoratrici alla  mobilitazione e alla vigilanza sui posti di lavoro e nei territori per contrastare la spending review delle vite umane.  Non ci piegheremo ai ricatti del Job Acts, delle spending review e delle leggi di stabilità. Un  lavoro dignitoso, sicuro, e veramente tutelato prima di tutto!”.

“Sollecitiamo la Magistratura a fare al più presto luce su quanto accaduto oggi – si legge in una nota firmata dalla Cgil – e allo stesso tempo saremo al fianco dei lavoratori e delle famiglie perché sia fatta chiarezza al più presto. Un impegno però che deve investire anche il fronte politico: non bisogna, infatti, abbassare la guardia sulla questione sicurezza. E’ necessario fare della prevenzione nei confronti degli incidenti sul lavoro, della questione salute, così come delle malattie professionali, un impegno centrale per il nostro paese e per il sistema produttivo tutto”, conclude la Cgil”.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista: “Esprimiamo tutto il nostro cordoglio per la morte dei quattro operai ad Adria alle famiglie, agli amici e a tutti i lavoratori dello stabilimento, e ci auguriamo che il quinto operaio possa guarire.
La magistratura appurerà lo svolgimento puntuale dei fatti, ma le morti sul lavoro non sono mai “incidenti”. Alla base c’è sempre la pressione sui lavoratori, la mancanza o l’insufficienza di investimenti in sicurezza, un’organizzazione del lavoro pensata prima di tutto per garantire utili anche a scapito dell’incolumità e della salute dei lavoratori.
Ed è inaccettabile che il governo invece di intervenire per rafforzare le tutele, voglia togliere ancora diritti e garanzie a chi lavora: chi è in grado di far rispettare le regole sulla sicurezza se è sottoposto quotidianamente alla minaccia del licenziamento?”