Mese: novembre 2014

L’Italia di Renzi e Gentiloni non condanna il neonazismo

L’Italia di Renzi e Gentiloni non condanna il neonazismo
Pubblicato il 26 nov 2014

di Paolo Ferrero e Fabio Amato – comunicato stampa

«Vergognosa risposta data oggi dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni
sulle ragioni dell’astensione dell’Italia nell’Assemblea generale delle
Nazioni Unite nella votazione sulla proposta di risoluzione a proposito di
«lotta alla glorificazione del nazismo, del neonazismo e delle altre
tendenze suscettibili di alimentare le forme contemporanee del razzismo,
della discriminazione razziale, della xenofobia e della connessa
intolleranza».
La risoluzione contro il neonazismo è stata approvata dall’assemblea delle
Nazioni Unite il 21 novembre 2014 con una larghissima maggioranza (115 voti
a favore, incluso Israele), 55 astensioni e 3 no (Ucraina, USA e Canada). I
paesi dell’Unione Europea – tra cui l’Italia – si sono astenuti. è davvero
ripugnante che USA e paesi UE giungano a tale livello di spudoratezza per
non delegittimare gli alleati ucraini tra le cui file abbondano i neonazisti
che si sono resi protagonisti di crimini e violenze orribili in questi mesi.
Miserabile la giustificazione del Ministro Gentiloni che si è arrampicato
sugli specchi del revisionismo storico affermando che l’astensione è stata
motivata dal fatto che nella risoluzione non si condannavano altri
totalitarismi del Novecento. Nella sottesa equiparazione tra nazismo e
comunismo emerge la distanza ormai abissale tra il PD e la stessa cultura
dell’antifascismo e della Resistenza».

PAOLO FERRERO
segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

FABIO AMATO
responsabile Esteri di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

Una sinistra contro il Pd e la Troika, una causa giusta


Fallimento del semestre renziano all’Ue, manifesta a Roma la lista Tsipras con i suoi interlocutori europei e con esponenti dei movimenti sociali. Verso lo sciopero generale

di Ercole Olmi

 

“La Causa Giusta” no alla Troika, no a Renzi. Questo è il titolo della manifestazione indetta dalla lista L’Altra Europa con Tsipras e che si svolgerà domani, sabato 29 novembre, a Roma in Piazza Farnese a partire dalle 14.
Una manifestazione, quella promossa dall’Altra Europa con Tsipras, che pone al centro il fallimento del semestre europeo, il jobs act e il prossimo sciopero generale. Interverranno all’appuntamento rappresentanti del Parlamento Europeo e dei soggetti politici europei, insieme alle realtà politiche e di movimento che si sono rese protagoniste delle lotte nel nostro Paese.

Un appuntamento che la lista si dà «in vista dello sciopero generale a difesa dell’articolo 18» con la partecipazione di esponenti di varie formazioni europee di sinistra (Bloco de Esquerda, Sinistra Europea, Podemos e Syriza), ma che servirà soprattutti a ricompattare movimenti e sinistra italiana. In piazza ci saranno i tre eurodeputati della Lista Tsipras eletti in Italia: «Si aprono praterie per un soggetto di sinistra realmente democratico – ha siegato Rosa Rinaldi nella conferenza stampa di presentazione dell’evento – perchè sono avvenuti dei fatti: il risveglio sociale ed il mutamento del sistema politico con Renzi e Napolitano che hanno liquidato la centralità del Parlamento in un contesto di minaccia alla nostra democrazia. Poi c’è la trasformazione del Pd che ormai come partito non esiste più». «Se ci guardiamo attorno nel Mediterraneo, le sinistre sono vincenti. Le altre formazioni “sorelle” sono potenziali forze di governo attestate al 30%. In Francia è il contrario: c’è la peggiore destra. Noi in Italia siamo al bilico tra queste due realtà. Questa giornata è punto di passaggio per la costruzione di un soggetto unico della sinistra europea. A piazza Farnese da un lato facciamo parlare le nostre sorelle e i nostri fratelli di sinista, una volta di diceva così, ma daremo spazio anche ai movimenti a cui non viene data visibilità: Stop Ttip, Forum sull’acqua, no-Tav, Stop biocidio».

Ecco chi parlerà dal palco.

PARLAMENTARI EUROPEI

1) Barbara Spinelli

2) Eleonora Forenza

3) Curzio Maltese

4) Maite Mola, Vice Presidente del Partito della Sinistra Europea

5) Tania Gonzales eurodeputata Podemos,

6) Theano Fotiou  responsabile attività solidali di Syriza

7) Katarina Martinz (Movimento portoghese “Che se lixe a Troila”, deputata portoghese)

 

MOVIMENTI

8) Campagna STOP TTIP  (Elena Mazzone delegata dalla Campagna)

9) Forum dell’Acqua

10) NO TAV  (Nicoletta Dosio)

11) Campagna STOP Biocidio (intervento dalla “Terra dei Fuochi”)

LAVORO/PRECARIETA’

12) Gianni Rinaldini

13) Giorgio Airaudo

14) Lavoratore (AST Terni)

15) Roberta Fantozzi

16) Loretta Pieralli (Orchestra del Teatro dell’Opera)

17) Francesco Sylos Labini (precari)

18) ACT  Elena Monticelli

20) Monica Pasquino (25 novembre violenza sulle donne)

21) Sandro Medici (periferie vecchie e nuove contraddizioni Tor Sapienza)

22) Cristina Quintavalla (i tagli del governo ai territori tagliano diritti sociali e servizi )

Ecco il manifesto di convocazione: “Continua l’Europa della austerità con una nuova Commissione di larghe intese fra popolari e socialisti che persevera nelle politiche di rigore, nelle privatizzazioni e nella precarizzazione del lavoro. Altro che cambiare verso all’Europa: Renzi ha fatto i compiti a casa!
Col Job act si tolgono diritti fondamentali, si rafforza la precarietà, si colpisce la cassa integrazione.
Con la legge di stabilita’ si procede a tagli devastanti per il welfare e gli enti locali e si spinge alla privatizzazione dei servizi, Con lo Sblocca Italia si da’ il via libera a nuove cementificazioni e a nuove devastazioni di territori e ambiente. Con le riforme istituzionali si smantellano costituzione e democrazia.
Il governo Renzi a colpi di twitter fa politiche vecchie e fallimentari: politiche di destra!
Un grande movimento di lotta e di cambiamento sta crescendo contro queste politiche.
L’Altra Europa con Tsipras si batte perchè si ponga fine alla austerità e si costruisca una Europa dei diritti sociali e civili attivando un grande piano per creare nuova occupazione e per la riconversione ecologica dell’economia. L’Altra Europa difende l’articolo 18 e chiede che venga esteso a tutti. Vuole cancellare le leggi che determinano la precarietà e chiede un reddito di base per tutti”.

Perchè un nuovo giornale comunista

di RAUL MORDENTI

Dedicato a Bianca, comunista, e alla sua lotta.

I comunisti e le comuniste sembrano finora aver perso la battaglia mediatica senza neppure averla combattuta. Abbiamo permesso che giornali fondamentali nella storia della sinistra comunista venissero meno, o addirittura cambiassero di campo; abbiamo abbandonato il terreno delle radio di movimento e abbiamo completamente mancato di misurarci sul terreno delle TV; abbiamo assistito senza muovere un dito alla chiusura di “Liberazione”, il giornale di Rifondazione Comunista; ora rischiamo di non cogliere (per insufficienza di riflessioni e di pratiche intelligenti) anche la grande occasione che, fra mille limiti e problemi, potrebbe essere rappresentata dalla comunicazione nella rete.

Così la borghesia controlla oggi in modo monopolistico e capillare l’intero sistema informativo, senza incontrare quasi nessuna opposizione (sono solo il simbolo più oltraggioso di questo monopolio insopportabile le 70 ore in TV nell’ultimo mese di Renzi, senza mai alcuna contraddizione che non fossero le leccate della lingua di chi lo intervistava).
Eppure, lo sappiamo bene, la battaglia mediatica è decisiva nella guerra fra le classi. Si tratta anzitutto di contrastare il terribile potere che oggi ha la borghesia di far conoscere una cosa oppure di nasconderla del tutto; per citare solo poche cose esemplari: chi può sapere, leggendo i giornali italiani, che i tagliagole dell’ISIS sono stati armati dall’Occidente? Quale giornale ci parla della criminale politica della Turchia, fedelissima della NATO, contro i kurdi che si battono eroicamente e da soli? E chi conosce il vero ammontare dei finanziamenti pubblici alle banche? Chi sa quanto si mettono in tasca i Marchionne e i Moretti, e quali sono i salari di fame degli operai metalmeccanici e dei ferrovieri? Oppure: quale TV ha parlato della recente straordinaria visita a Roma del presidente boliviano Evo Morales o dell’invito a resistere e continuare la lotta che gli è venuto dal Papa? Ed esempi come questi potrebbero facilmente continuare a centinaia.
Questo potere di far conoscere e/o di nascondere è già di per sé gigantesco, anche perché induce nei proletari la terribile convinzione di essere soli, anzi di non esistere. Ma ancora più decisivo è il potere di determinare, attraverso il controllo dei mass-media, il modo di pensare delle masse, di conformare il loro sistema di valori, di orientare il loro senso comune. Ce lo ha insegnato Gramsci, al quale anche nel titolo del nostro giornale osiamo ispirarci.

Una classe che guarda il mondo con gli occhiali dei suoi nemici è perduta. Al contrario, come ci ha detto l’ambasciatore del Venezuela bolivariano, Isaìas Rodriguez Diaz (nel corso del seminario da noi organizzato a Tor Vergata il 23 ottobre): “Un popolo informato è potente”.
Nell’accingerci oggi a costruire un organo di informazione comunista, noi siamo coscienti della sproporzione che esiste fra questo compito e le nostre forze. Noi siamo solo un collettivo di compagni e compagne, tutti/e comunisti/e anche se non tutti iscritti al PRC, privi di capitali e perlopiù giovani, dunque anche privi di esperienza giornalistica. Eppure speriamo e crediamo che ci siano cose fondamentali che possono spingere al successo questa impresa.

Il primo elemento di speranza è proprio la crisi che il capitalismo sta vivendo in Italia e nel mondo. Noi pensiamo convintamente che questa crisi capitalistica sia del tutto irresolvibile da parte dei capitalisti, e proprio questa convinzione della impossibilità/incapacità delle socialdemocrazie di risolvere la crisi è ciò che ci rende comunisti. Loro non possono risolvere una crisi in cui il capitale finanziario che gira per il mondo è oltre cinque volte maggiore del totale dei beni reali del pianeta, in cui 85 esseri umani miliardari posseggono tanto quanto posseggono tre miliardi e mezzo di uomini e di donne, in cui il 17% dell’umanità, che si chiama Occidente, consuma solo per sé l’80% delle risorse del pianeta terra.
Ciò – beninteso – non significa affatto che la rivoluzione oltre che necessaria sia anche facile: esiste sempre aperta davanti all’umanità associata (se essa non si libererà in tempo dal capitalismo in crisi) la via della catastrofe. È la via che stanno percorrendo la BCE, la coalizione fra centrodestra e socialdemocratici che governa l’Europa, e in Italia Renzi: attacco frontale ai salari e alle pensioni, riduzione dei lavoratori alla semi-schiavitù di chi è senza-diritti (a questo serve la soppressione dell’art.18), distruzione dello Stato sociale (scuola e sanità), disoccupazione, precariato, attacco alla Costituzione per imporre lo Stato voluto dalla P2 (leggi elettorali truffa e presidenzialismo) e, in particolare, la guerra. La guerra capitalistica è infatti già iniziata e sappiamo che essa rappresenta il solo modo conosciuto dal capitale per affrontare le sue crisi. Dunque oggi è più che mai all’ordine del giorno il dilemma antico “Socialismo o barbarie”, ma in questa battaglia contro le guerre e la guerra del capitale noi comunisti sappiamo di non essere soli.

Il secondo elemento è l’esistenza di una vasta area di compagne e compagni, dispersi ma non rassegnati, colpiti ma non sconfitti. A tutti e a tutte loro noi anzitutto ci rivolgiamo. Le modalità della comunicazione nella rete possono aiutarci nel nostro sforzo di unità: noi non solo vogliamo ospitare i link dei blog e dei siti della sinistra antagonista ma vogliamo far funzionare le nostre pagine come un luogo di dibattito aperto e autentico sulle tante questioni, politiche e teoriche, che sono aperte davanti ai comunisti e alla sinistra tutta.
Certo pesano su questa nostra area degli errori soggettivi gravissimi, di tutti noi e in particolare dei nostri gruppi dirigenti: errori di istituzionalismo, di settarismo, di personalismo, di opportunismo.

Ma è il momento di voltare pagina, per tutti e tutte, e di lavorare insieme. Perché la nostra storia, anche recente, ci insegna che i dirigenti di Partito possono anche passare, o lasciare, ma l’esigenza di proletaria di avere un partito comunista resta, e anzi cresce col tempo. Il livello di organizzazione che ha resistito e resiste (a cominciare da quella più significativa, il PRC) è dunque un patrimonio prezioso da non disperdere. Non è certo questo il momento di sciogliersi, magari per inseguire chi, a sua volta, si ostina a inseguire il PD, il quale per parte sua ha inseguito, e anzi già raggiunto e superato Berlusconi! Questo grottesco balletto non ci riguarda in alcun modo. Noi vogliamo contribuire invece a costruire subito e dal basso un polo unitario di opposizione di classe della sinistra: unire i comunisti per unire la classe e la sinistra. Il momento è ora. Un giornale/portale comunista come La Città Futura vuole contribuire a questo compito.

Jobs act, lo scandaloso voto di chi era in Cgil

Epifani, Damiano, Bellanova, Fedeli: ieri in Cgil, oggi in Parlamento a votare per manomettere lo Statuto dei lavoratori. E Camusso fa finta di niente

di Giorgio Cremaschi

 

Ci sono comportamenti che non possono essere ascritti alle diversità di ruoli e funzioni. La Cgil chiederà a milioni di lavoratori il 12 dicembre di fare a meno di 8 ore di prezioso salario per scioperare contro il jobact. Tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD han votato a favore di quella legge contro la quale i loro ex rappresentati scenderanno in lotta. Guglielmo Epifani è stato il predecessore e anche colui che ha costruito l’elezione di Susanna Camusso, Cesare Damiano é stato vice segretario della Fiom, Valeria Fedeli, vice presidente del senato, è stata segretaria generale dei tessili. Assieme a loro molti altri dirigenti di categorie e strutture confederali meno conosciuti, in qualità di parlamentari del PD oggi votano il Jobact. È un fatto politico rilevante, un danno enorme per la Cgil, altro che lobby dei sindacalisti in parlamento. Nella tradizione laburista britannica i dirigenti sindacali che diventano deputati portano nelle istituzioni gli interessi della loro organizzazione. Da noi i parlamentari di provenienza Cgil non fanno neanche obiezione di coscienza di fronte ad un provvedimento che provoca dolore e rabbia nei loro ex rappresentati. Cioè coloro, per essere ancora più chiari, a cui qualcosa dovrebbero, visto che stanno dove stanno proprio in virtù delle lunga carriera sindacale.

E proprio qui sta il punto. Il comportamento di Epifani e di tutti gli altri porta acqua al mulino di chi associa il sindacato alla casta e alla degenerazione della politica. In questo essi sono perfettamente e utilmente renziani. Nell’ultimo congresso della Cgil la nostra piccola minoranza aveva chiesto che si ponesse una regola al conflitto d’interessi nelle carriere dei dirigenti sindacali. Avevamo chiesto che non si potesse passare immediatamente da un importante ruolo nell’organizzazione ad un altro nelle istituzioni. E a maggior ragione che ai dirigenti Cgil non fosse permesso, pena risarcimenti verso gli iscritti, di saltare la scrivania delle trattative sindacali diventando manager aziendali. Chi viaggia in treno e parla con qualche ferroviere sa quanto abbia nuociuto alla credibilità stessa della Cgil, il fatto che Mauro Moretti sia passato direttamente dalla segretaria del sindacato trasporti alla direzione delle ferrovie. Bisognava pensarci e capire che nell’Italia di oggi, che non é certo quella di DiVittorio, lo sbocco politico e aziendale delle carriere sindacali avrebbe fatto danno. Invece queste nostre richieste sul conflitto di interessi son state respinte con sufficienza e fastidio, con quella stessa chiusura ottusa che si è opposta al nostro avviso di prepararsi in tempo allo scontro con Renzi. Contro cui ora la Cgil è costretta a fare lo sciopero generale, mentre i suoi ex dirigenti stanno dall’altra parte.

No, non se la cava Susanna Camusso ignorando il voto in parlamento di colui che chiamava capo quando era in Cgil. E neppure può risolverla dicendo che adesso Epifani fa un altro mestiere. Perché nell’Italia di oggi non sarebbero pochi quelli che penserebbero che chi proclama gli scioperi oggi, li tradirà domani quando troverà una collocazione migliore.

No, far finta di niente aggrava solo un danno che il gruppo dirigente attuale della Cgil ha una sola via per contenere. L’attuale segreteria deve dichiarare la rottura politica e morale con gli ex che han votato il jobact e fare di questo atto un momento di una più profonda ricollocazione della Cgil. Una ricollocazione in una posizione indipendente dagli schieramenti elettorali e contro il Pd renziano. Altrimenti già il 13 dicembre la Cgil inizierà una rovinosa ritirata.

Renzi e Salvini, due facce dello stesso regime

di Giorgio Cremaschi

A me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando, anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l’ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. Gli altri dovranno solo ubbidire.

Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica, oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.

La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda repubblica berlusconiana. La seconda è lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli anni 80 aveva già anticipato il linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, maperché il decisionismo liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra società che nasce il successo di Matteo Renzi , e anche quello del suo omonimo Salvini.

I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori residui, perché meglio rappresentano l’auto distruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il giovanilismo di palazzo , la carriera burocratica oscura trasformata in leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario. Renzi è partito volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli alibi, che fanno sì che le imprese non investano. Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo. Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto. Anche Matteo Salvini lancia proclami contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all’italiano medio l’unico avversario a reale portata di mano , il vicino di casa metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in competizione l’uno con l’altro, e così si presentano sempre di più come un’alternanza nell’ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo. Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della democrazia è la madre di tutte le altre.

Non c’è soluzione facile a tutto questo. Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership. Il voto regionale colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal fascismo.

GIORGIO CREMASCHI

LA CASA DI PAGLIA

FONTANETO D’AGOGNA ( NO)

LA CASA DI PAGLIA

In via della Pace (vicino campo sportivo) presenta
sabato 29 novembre 2014
prima degustazione dei 3 risott e poi alle 21.30

BLUES & BARLAFùS LIVE

nel concerto Tra RiS & RiSA dal Tisin al Mississippi

Storie e Canzoni tra le risaie ,campi di coton e…le risate . il Ticino e il Mississippi, Il cabaret e l’osteria

un viaggio musicale semiserio tra i canti delle mondine ,i work song e i blues conditi da folk, Jazz , Rhytm & Blues e Cabaret. Da Woodie Guthrie, Robert Johnson,B.B. King a Gaber,Jannacci,W.Valdi,i Gufi… passando per Gianni Rodari….

Un viaggio fantasioso attraverso le rime popolari, le storie e…

le balle che si cantavano, si contavano e ancora ci raccontano

i bluesmen , i paisàn e tanti tanti barlafus di ieri e di oggi… insieme a:

Piero Carcano: Voce, Kazoo, Armonica

Gianni Rota: Chitarre, Flauto, voce

Davide Buratti: Contrabbasso, basso elettrico

Michele “Master” Mastrofilippo: Tromba, Flicorno, Tromba a tiro

Gabriele Pascale: Batteria e percussioni

Nello spettacolo, lo spettacolo sarà caratterizzato maggiormente da un repertorio DEI CANTI DI RISAIA appositamente riarrangiati a forti tinte blues. Senza comunque prendersi troppo sul serio e tirarsela credendo di essere una blues band ..…e così facendo in pieno spirito RISICOLO RIDICOLO tra RISA e RISI

Nato da una costola della storica band folk-rock dei CANTOSOCIALE, i BLUES & BARLAFùS ne mantengono lo spirito passionale accentuando i toni spettaciolari, divertenti e di colour BLUE ,così come era naturale che fosse visto passioni personali e background culturale.

I Blues & Barlafùs muovono i primi passi “on the road “ sulla via di confine tra il folk

lombardo-piemontese e quello dell’America più black, la chanson più dissacrante francese e ..il cabaret milanese anni 70 ricercando un filo comune che leghi testi e musiche .

Un background molto “originale” costituito da balle e ballate, conte, filastrocche, canti

e canzoni di sferzante umorismo, irriverenti e dissacranti come solo la cultura popolare tradizionale sa creare e sullo stesso solco la canzone d’autore dei più arguti e liberi cantautori. Il clima musicale è acustico, rilassato, caratterizzato da una buona dose d’improvvisazione , comune denominatore dei diversi generi e il gruppo sin dall’inizio diventa un laboratorio dove di volta in volta entrano ed escono musicisti di provenienza diversa ma con la condizioneessenziale di possedere anche in minima parte il “blue’s touch”, quel“particolare”senso del blues.

Delò resto :Il blues è fatto di storiaccie da cantare, un lavoro sporco che qualcuno deve pur ben fare!!!!!

Quindi a fianco dei blues rurali alla Bukka White e Robert Johnson si possono ritrovare le canzoni della vègia Milan, di quel “liggera” del Pelè e persino tracce del cabaret di Jannacci , Valdi, dei Gufi.da un “Ho visto un Re” a un” Messico e nuvole” e una Vincenzina davanti a la fabbrica.

Così come a fianco alle ballate sociali di Woody Guthrie( il papà spirituale di Bob Dylan per intenderci) non possono poi mancare i canti di risaia, quelle sfacciate strofe che irridevano suocere e vicine di casa , mariti e padroni e i canti d’osteria, quelle ballate fatte di “balle “ raccontate da poco attendibili “barlafus” , dove si vagheggiano amori impossibili, passionali e strampalati, improbabili ricchezze e nobiltà, in definitiva sogni spacciati per realtà ma anche tante verità fatte da racconti di gente povera

Si canta anche l’oggi soprattutto la vita di tutti i giorni ricercando qua e la”gli eroi” tra elettricisti bonaccioni, sparagnini impiegatucci,imbranati poetici -erotici fallimenti . Nascono così epiche edonchisciotesche ballate originali come “Il mutuo del Ballesio Carlo”(l’occitano) “Il Miaurizio”, “Il proctologo apprendista” e siopratitti “ Tarabuso Blues”. Si canta anche di politica, ma alla buona “ a spanne” accentuando i toni satirici ed ironici, mettendo l’accento sulle durezze della realtà,dei “sensa tecc, dei disoccupà” comuni al di qua e di là del Navili e del Mississipi e qualche volta senza badare al “politically correct” per puro spirito di libertà e di battuta si scherza anche sugli argomenti più tabù. Insomma si riproporrà per molti versi il clima delle osterie , delle barrell-house, dei vecchi ritrovi dove si parlava si discuteva animatamente senza peli sulla lingua su vari argomenti.

Poi qualcuno che aveva portato la chitarra cominciava a suonare e tutti gli andavano dietro e così si cantava fino a tarda,tardissima sera insieme rigorosamente al bicièr de vin che di fatto “cantava “ e “faceva cantare” anche lui.atto “cantava “ e “faceva cantare” anche lui.

 

Lo sciopero c'è, ora serve la strategia

Tratto da: La città futura

Scritto da: Dino greco

L’approdo politico (definitivo?) del Pd a trazione renziana è mirabilmente riassunto nello sbocco d’ira con cui il Genio della Lampada ha commentato l’opposizione di massa (ahinoi tardiva) alla cancellazione tardiva dell’articolo 18.

“Ma come, – ha tuonato Renzi – si pretende che un giudice, cioè un corpo estraneo al libero rapporto fra datore di lavoro e dipendente, entri in fabbrica e limiti la libertà dell’imprenditore di cacciare chi non gli è gradito?”
Eccoci serviti: il luogo di lavoro deve tornare ad essere, più di quanto già non sia, una zona franca, dove sono bandite le leggi dello Stato e i diritti azzerati, a partire da quel relitto antidiluviano che per Renzi e compagnia cantante è la Costituzione repubblicana.
La reintegrazione nel posto di lavoro nel caso in cui un licenziamento sia stato intimato senza “giusta causa” è equiparata ad un’usurpazione inflitta all’imprenditore.
Non poteva essere meglio formulata la concezione “basica” dei rapporti sociali incardinata nel pensiero leopoldano: “libero padrone in libera impresa”, ovvero “libera volpe in libero pollaio”.
Non perderei tempo in dispute nominalistiche tese ad acclarare se siamo oppure no alla riedizione di una forma di fascismo. Diciamo piuttosto che Renzi rappresenta genuinamente il dominio assoluto del capitale nell’epoca della superfetazione finanziaria.
Dentro il bozzolo artificiale di un’esibita modernità tecnologica cresce una politica apertamente reazionaria, di conio ottocentesco, condotta per nome e per conto delle classi dominanti.
E’ Renzi stesso, del resto, a farci conoscere i suoi mentori: sono Toni Blair (l’uomo che portò a compimento il disegno di distruzione del welfare inaugurato da Margareth Tatcher); Luigi Zingales (l’erede più recente del mercatismo integrale di Milton Friedman e della scuola di Chicago); e Pietro Ichino (il fautore di un organico programma di distruzione del giuslavorismo moderno e del potere di coalizione dei lavoratori).
Fatale, date queste premesse, che si sia giunti a mettere nel mirino il diritto di sciopero e che i questori d’Italia abbiano compreso che si può tranquillamente menare botte sugli operai.

Anche nei piani alti dell’edificio sociale si è colto con sicuro istinto di cosa si tratta. Così, noti finanzieri d’assalto, top manager rampanti, immobiliaristi e palazzinari, vertici di fondazioni ed organizzazioni di impresa sono volati a corte ed ora figurano fra i più entusiasti ed ovviamente disinteressati finanziatori della new age. I cui giovani astri nascenti, clonati nel casting fiorentino, sembrano tante “pecore Dolly”, l’ovino – ricorderete – nato biologicamente vecchio, malgrado l’ostentata posa da Ventesima Avenue.

Quanto alla cosiddetta minoranza del Pd, quella, per capirci, di ascendente occhettiano, col sangue ormai annacquato da innumerevoli abiure e transumanze, non emette che patetici belati, avendo deciso da gran tempo il proprio approdo liberal-democratico, anch’esso di troppo per la ruzzola liberista che precipita senza freni.

Da dieci giorni la Cgil – paralizzata per anni da un’inerzia letargica – ha fatto la Cgil. E’ bastato questo scampolo di resuscitata vitalità sindacale per fare vacillare la boria del capo del Pd. Persino i media nostrani, sempre avidi di servilismo verso i potenti di turno, hanno dovuto per un istante moderare le proprie ruffiane genuflessioni. E’ il conflitto sociale, bellezza, che quando irrompe sul serio sulla scena politica redistribuisce le carte, lo si voglia o no, a tutti gli attori in gioco. Ora, però, delle due l’una. O si alza davvero il tiro o se si rincula il contraccolpo può diventare micidiale.

Scioperare è molto più che manifestare. Comporta sacrifici consistenti. E so per esperienza che i lavoratori – e massimamente gli operai – per aderirvi vogliono vederci chiaro. Vogliono, innanzitutto, sapere perché vengono chiamati alla lotta. Vogliono vedere – e condividere, attraverso l’esercizio pieno della democrazia – una piattaforma, concordare una strategia e una tattica. E chiedono allo “Stato maggiore” del proprio sindacato di non essere lasciati sul secco di fronte alla prima difficoltà. Potete essere certi che queste cose i lavoratori le chiederanno nelle assemblee già programmate per preparare lo sciopero del 12 dicembre. E staranno molto attenti alle risposte che saranno loro date. Vorranno capire se si apre una vertenza oppure se si sta facendo “ammuina”. Tanto più che la posta è altissima, perché squisitamente politica.

E qui sta la difficoltà. Poiché il punto da cui si riparte – per avere tutto subito, in questi anni, senza colpo ferire – è molto basso.
Scioperare per l’articolo 18 è sacrosanto, ma non per tornare alla versione di Elsa Fornero. E affrontare sul serio la crisi non può ridursi a biascicare qualche chiacchiera contro l’austerity e la voracità teutonica. Se fai per davvero devi avere la forza di disobbedire ai trattati iugulatori (da Maastricht al Fiscal Compact, passando per il pareggio di bilancio) e chiarire cosa ciò comporta; devi chiedere una vera patrimoniale e una politica fiscale che restituisca progressività all’imposta sul reddito; devi pretendere che sia posto un tetto agli stipendi e alle pensioni; devi opporti alle privatizzazioni e rivendicare concrete misure contro le delocalizzazioni; devi riprendere l’iniziativa per il rinnovo dei contratti scaduti da secoli; devi porre all’ordine del giorno la statalizzazione della siderurgia nel contesto di un nuovo ruolo della “mano pubblica” e rimettere in discussione il ruolo della Banca centrale e della Cassa depositi e prestiti; devi avere una linea chiara sugli investimenti nell’infrastrutturazione primaria, smettendo di parlare acriticamente di crescita e contemporaneamente rilanciando una strategia di riduzione generalizzata degli orari di lavoro senza la quale è velleitario pensare che si possa venire a capo della disoccupazione.

Ebbene, tutto questo al momento non troviamo nella bisaccia della Cgil che troppa polvere ha accumulato sul proprio armamentario strategico.
Per questo spetta a noi il compito di partecipare a tutte le mobilitazioni prossime venture, non in modo passivo, o invisibile, ma ponendo ovunque l’intera dimensione del conflitto che di snodo senza i quali non sarà possibile aprire una prospettiva nuova.

“La città futura”, tra il popolo del Prc spunta una nuova iniziativa editoriale

“La città futura”, tra il popolo del Prc spunta una nuova iniziativa editoriale
Tra il popolo Prc è nato un nuovo giornale, si chiama “La città futura”. Il foglio, otto pagine in formato tabloid ridotto, è stato distribuito nel corso del corteo dei metalmeccanici a Napoli. E sarà distribuito ancora il 29 novembre nel corso dell’iniziativa dell’Altra Europa a Roma. Più che di cartaceo però bisogna parlare di una vera e propria iniziativa editoriale che contempla anche un sito on line. Uno sforzo di visibilità in un momento in cui nell’ambito dei militanti e dei simpatizzanti del Prc fatica a prendere corpo un punto di riferimento di opinione pubblica dopo la crisi di Liberazione cominciata nel 2012.Tra le colonne della nuova testata, che per adesso è un semplice “ciclinprop”, e sul sito, fanno capolino alcune firme già di Liberazione, come quella di Dino Greco, Romina Velchi, Fabio Sebastiani e Maria Rosa Calderoni. Con loro, anche Lucio Manisco e Gianni Manisco. Il primo è stato direttore di Liberazione e il secondo collaboratore.Tra le specialità del sito, la politica estera, anche perché tra le battaglie politiche di primo piano di “La città futura” c’è sicuramente quella del blocco economico contro Cuba, e l’economia. Da segnalare, per il momento, un intervento di Monica Xavier, presidentessa del Frente Amplio in Uruguay; di Ugo Boghetta sull’euro e la sinistra; e di Giuseppe Prestipino su Gramsci e Togliatti.“Nell’accingerci oggi a costruire un organo di informazione comunista – scrive Raul Mordenti nell’editoriale di presentazione – noi siamo coscienti della sproporzione che esiste fra questo compito e le nostre forze. Noi siamo solo un collettivo di compagni e compagne, tutti/e comunisti/e anche se non tutti iscritti al PRC, privi di capitali e perlopiù giovani, dunque anche privi di esperienza giornalistica. Eppure speriamo e crediamo che ci siano cose fondamentali che possono spingere al successo questa impresa”.

L’aggiornamento del sito per il momento è settimanale e viene segnalato da una newsletter alla quale ci si può iscrivere. Stefano Paterna è il direttore responsabile. L’organizzazione redazionale è affidata a una coop che ha lo stesso nome della testata, completamente autofinanziata.

http://www.lacittafutura.it/

Il seme rosso dell’Altra Emilia Romagna

Il seme rosso dell’Altra Emilia Romagna
Tratto da: Contro la crisi.org – Scritto da NANDO MAINARDI

Renzi e il Pd stanno facendo attorno a sé il deserto e lo chiamano democrazia: l’affluenza alle urne del 37% indica una cesura storica, è l’abbattimento del poco che rimaneva del modello emiliano-romagnolo. Rispetto alle regionali del 2010, il Partito Democratico ha perso per strada il 50% del proprio elettorato. Di certo gli scandali legati alle “spese pazze” hanno giocato un ruolo, ma sarebbe troppo riduttivo e fuori dal mondo pensare che sia solo questo. C’entra l’impatto traumatico e inedito tra lo spazio regionale e locale di intervento della politica istituzionale – diventato progressivamente sempre più residuale e subalterno agli interessi economici consolidati – e l’esplosione della crisi determinata dalle politiche neo-liberiste praticate a livello nazionale ed europeo. Non c’è più nessuna contraddizione tra la direzione complessiva e lo stato di salute del Paese e la direzione complessiva e lo stato di salute della nostra regione, contrariamente a quanto è avvenuto in alcune fasi del secolo scorso. E c’entra il governo Renzi, che ha lanciato una “guerra” ideologica contro i lavoratori e il sindacato: giustamente Cristina Quintavalla, la candidata alla presidenza de L’Altra Emilia-Romagna, ha parlato di “sciopero degli elettori”. Bonaccini ha quindi vinto, ma in un quadro allarmante: votato da 615.000 elettori su 3.460.000, e con la Lega Nord che arriva al 20%, dopo una campagna elettorale fascistoide e all’insegna della xenofobia e del razzismo. Un quadro che ci restituisce l’idea di una democrazia che una volta avremmo definito “all’americana” (ormai bisogna dire anche “all’europea”), con germi di autoritarismo e di delegittimazione. Il risultato de L’Altra Emilia-Romagna rappresenta un “piccolo” ma significativo elemento di controtendenza al renzismo: abbiamo avuto pochissimo tempo – Errani si è dimesso a luglio – per costruire una proposta politica, programmatica che potesse affrontare il passaggio elettorale. Nel superamento del “ciclo Errani” abbiamo individuato – come Rifondazione Comunista – sin da subito un arretramento significativo e ulteriore nel profilo del centrosinistra: ci è parso evidente che la fine di tale ciclo sarebbe stata utilizzata per massimizzare le politiche privatizzatrici e moderate del governo regionale, e per spazzare via tutto il resto. Da qui, la nostra scelta di lavorare immediatamente per la costruzione di un’alternativa di sinistra, in continuità con l’esperienza de L’Altra Europa. I comitati de L’Altra Europa hanno, a loro volta, avviato una discussione per valutare se fosse stato possibile presentare una lista che si richiamasse a quanto messo in campo con le elezioni europee, o se i tempi strettissimi consigliassero una rinuncia. L’esito di tale complessa discussione è stato favorevole, malgrado fosse chiaro l’orientamento di Sel verso il centrosinistra “renzizzato”. I comitati sono stati il “cuore” de L’Altra Emilia-Romagna: insieme, in decine e decine di riunioni e assemblee, abbiamo discusso il programma, le regole, le candidature. Abbiamo fatto una campagna elettorale all’attacco, cogliendo nel legame tra le politiche e gli indirizzi del governo Renzi e le proposte del Pd emiliano-romagnolo il tratto saliente della coalizione di centrosinistra. Cristina Quintavalla, la nostra candidata alla presidenza, ha saputo dare visibilità, credibilità e efficacia all’idea di alternativa che ha caratterizzato la nostra lista, al punto che Cristina ha raggiunto il 4% e L’Altra Emilia-Romagna il 3,7%: un risultato che, fino ad un mese fa, sembrava impossibile. Pensiamo che il nostro risultato parli anche al di là dei confini dell’Emilia-Romagna: più che una prospettiva compiuta, è un seme, indica una possibilità, dice alcune cose. La prima cosa che dice è che collocarsi in alternativa al Pd – anche laddove il partito di Renzi è particolarmente radicato e forte – non significa collocarsi necessariamente ai margini e rinunciare alla rappresentanza istituzionale: non significa essere destinati alla sconfitta, come alcuni teorizzano. Bisogna provare e osare. La seconda è che il voto emiliano-romagnolo ci restituisce due sinistre: una di governo, Sel, che ha ottenuto il 3%; la seconda di alternativa, L’Altra Emilia-Romagna. Se ci fossimo presentati in modo unitario, avremmo potuto puntare ad un consenso significativo, ma evidenti divergenze strategiche – su quale rapporto con il Pd – lo hanno impedito. Pensiamo che, esattamente come alle ultime politiche, la scelta di Sel sia destinata a mostrare il fiato corto: l’alleanza ha consentito con molta più facilità di eleggere, ma è caratterizzata sin dall’inizio da uno squilibrio brutale nei rapporti di forza. Sel non conterà nulla, dato che il Pd ha la maggioranza assoluta dei consiglieri. La partita a sinistra, quindi, non è certo chiusa e riteniamo di avere tutte le carte in regola – su un piano generale – per lanciare una sfida sul terreno “dell’egemonia”, proprio perché ci sembra molto fragile l’opzione della sinistra di governo e compatibilista. La terza cosa è che l’idea di costruire la sinistra di alternativa, con modalità aperte e plurali, coinvolgendo comitati, movimenti, forza organizzate, singoli, funziona. E’ fondamentale praticare forme di convivenza di linguaggi, culture politiche, appartenenze diverse, perché solo così è possibile animare un progetto realmente unitario. L’Altra Emilia-Romagna proseguirà, perciò, il proprio cammino lavorando ancora più nella direzione dell’apertura e delle sperimentazione di modalità partecipative, mantenendo ferma la barra dell’alternativa. Ci sembra significativa e simbolica l’elezione a consigliere regionale di Nanni Alleva, che – con forza e determinazione – si è speso in questi mesi per denunciare i contenuti del Jobs Act e la feroce aggressione del governo Renzi contro lo Statuto dei Lavoratori. Ci auguriamo che il nostro lavoro di questi mesi possa essere un contributo per rafforzare e consolidare la costruzione de L’Altra Europa e de L’Altra Italia. Sabato ci attende – tutte e tutti – un altro, importantissimo appuntamento: la manifestazione nazionale de L’Altra Europa a Roma contro le politiche del governo Renzi e dell’Europa delle banche e dei padroni. Avanti!