Mese: maggio 2015

Una città che non sa più parlare ai suoi abitanti

Una  città che non  sa più parlare ai suoi abitanti

Ci vuole una certa faccia tosta da parte del Sindaco uscente per dare come titolo al suo programma elettorale “Sto portando Vigevano fuori del suo isolamento”, a meno che non abbia dimenticato  di completare la frase con la corretta conclusione che  reciterebbe: “nel quale l’ho cacciata”.
Infatti se conta sulla memoria corta dei Vigevanesi sappia che nessuno,  a meno di qualche grave patologia, è ridotto al punto da non ricordare  come era la città prima che si insediasse questa giunta. Era vivace , attiva, illuminata non  dalle mortifere lampade a led, ma dalle luci dei negozi numerosi in tutte le sue vie, aveva un tribunale, uno spazio gratuito dove i bambini potevano giocare al coperto e fare i compiti,  mense scolastiche dove  i bambini mangiavano tutti insieme senza distinzione di censo,   un  museo della vita quotidiana per valorizzare anche la storia recente dei Vigevanesi. A tal punto i suoi abitanti  sentivano l’appartenenza a questa città, che numerosissimi  avevano portato,  per l’allestimento del museo, i loro oggetti del passato non remoto perché parlassero ai loro figli e ai figli dei loro figli… Oggi questa città non parla più a nessuno, è diventata estranea, al punto che, se con  un certo spirito necrofilo,  non si  vanno a vedere quotidianamente  i tabelloni appositi dove è permesso affiggere gli annunci mortuari, non si viene a sapere della morte di qualche amico o conoscente in tempo per poter dargli l’ultimo saluto.

La crisi martella ogni città , ma, per fortuna non tutte l’hanno subita deprivandosi di tutto in questo modo, infatti in altre  città  si sono  cercati e trovati   percorsi  interessanti,  si è investito su settori diversi se non alternativi a quelli usuali, che permettessero affluenza di risorse e dessero  ossigeno all’economia; qui siamo arrivati al punto da far scadere i progetti europei…..

Si può anche essere contrari al discorso europeista, ma rinunciare alla possibilità di finanziamenti  è  pura follia….

Una grande enfasi, invece, si è data al discorso sulla sicurezza come se bastasse sfrattare quattro poveracci, mettere qualche telecamera in più e due o tre bietoloni davanti alle chiese la Domenica, per far dimenticare il litigio costante con i vigili e fra i vigili e addirittura il fatto che la polizia, chiamata mentre era in atto un furto, non sia riuscita ad intervenire perché non aveva l’automobile.

L’impressione complessiva dell’opera dell’attuale giunta è quella di una grande confusione e di un grande starnazzamento, ma risultati reali nessuno.  E’ inutile adesso rimettere in campo promesse che avrebbero già dovute essere mantenute da un pezzo, tipo la costruzione del nuovo ponte o la prosecuzione della famosa tratta per Malpensa, quando si è già constatata la totale inadeguatezza nell’affrontare questi problemi.

Non è certo sufficiente aprire un ufficio unico per il turismo, se non si mettono in atto strategie per attirare i turisti in una città che ha  risorse di grande  bellezza!
Quanto allo slogan “Prima la nostra gente!” che ha caratterizzato la scorsa campagna elettorale non si è giustamente più osato rispolverarlo perché avrebbe dovuto essere trasformato in. “Prima la nostra gente benestante!”perche di quelli in difficoltà non ci si è in nessun modo occupati,  se non per colpevolizzarli. Infatti si è fatto carico del problema dei bambini esclusi dal pasto scolastico, sa bene quante famiglie anche italiane abbiano avuto bisogno dell’intervento del volontariato, famiglie che la giunta dalla pancia piena ha più volte definito  “ furbe” e che di furbo hanno solo il tentativo di arrivare a fine mese,  magari mangiando tutti i giorni. Se poi i meno abbienti desiderassero almeno  lustrarsi gli occhi con la nostra bella piazza, dovrebbero farlo rigorosamente in piedi, insieme  agli anziani e ai diversamente abili  perché, con la scusa di impedire che si siedano gli stranieri, non c’è più una panchina comoda con schienale, dove  chiunque possa riposare, per non parlare  dell’estetica di certi sedili.
Altri cinque anni di una giunta così e, se  fra un dissuasore e l’altro, riusciremo ad arrivare alla porte di questa città,  troveremo  la lapide al posto del cartello stradale.

Giuliana Cazzaniga e Graziella Capucci

Regionali e comunali 2015: Rifondazione comunista c’è. Contro il liberismo di Renzi e della troika

redazionale –
Il 31 maggio 2015 si vota per il rinnovo di 7 consigli regionali (Veneto, Liguria, Marche, Toscana, Umbria, Campania, Puglia ) e di 1073 Comuni di cui 121 superiori ai 15000 abitanti e 15 capoluoghi di provincia (Rovigo, Venezia, Lecco, Mantova, Arezzo, Macerata, Chieti, Andria, Matera, Vibo Valentia, Nuoro, Sanluri, Tempio Pausania).
L’entità del numero degli elettori che andranno al voto – complessivamente oltre un terzo del corpo elettorale – e la contestualità con la della situazione politica nazionale e con gli effetti drammatici delle politiche governative sui soggetti più colpiti dalla crisi, darà sicuramente a questo appuntamento un carattere politico generale e per PRC SE il tema di fondo è quello dell’opposizione alle politiche liberiste europee e del governo Renzi: la battaglia per il lavoro contro il jobs act, per il reddito di cittadinanza, i diritti costituzionali a partire dal welfare e per la riconversione ecologica ed ecocompatibile dell’economia, centrata dunque sulla tutela del territorio.
Ci sono una specificità ed una novità di queste elezioni regionali e comunali profondamente legate a questi temi generali: è in atto una pericolosa controriforma neoliberista degli Enti Locali che punta a minare il loro ruolo come possibili “enti di prossimità “più vicini ai bisogni dei cittadini,capaci di garantire diritti costituzionali universali (alla casa,al welfare,alla mobilità,alla vivibilità ecc. ) e di creare le condizioni ambientali e territoriali utili allo sviluppo di un economia solidale.
In particolare per quanto riguarda le Regioni mentre cinque anni fa al centro del dibattito c’era il federalismo e le modifiche costituzionali del titolo V ,che noi contrastavamo in quanto lesivi del principio dell’uguaglianza nella dotazione dei servizi per i cittadini ed, attraverso il presunto federalismo fiscale, elemento di accentuazione delle differenze fra territori del nord e del sud, oggi i giganteschi tagli dei trasferimenti operati in piena continuita’ dalle politiche liberiste dei Governi a partire dal 2008, soprattutto in settori come la sanita’, la casa ed i trasporti pubblici locali, rendono l’autonomia delle Regioni praticamente inesistente sul terreno di una corretta programmazione dei servizi sui territori.
Altro che federalismo! La spending review ha creato le condizioni di un NUOVO CENTRALISMO NON STATALE MA ADDIRITTURA GOVERNATIVO – visto, per altro, il ruolo attuale di pura ratifica del Parlamento- togliendo, di fatto, ogni ruolo programmatorio alle Regioni sia per la carenza di fondi -al netto degli sprechi non combattuti realmente – e sia per gli effetti di legislazioni neocentraliste ,come ad esempio lo “sblocca Italia”, che in nome della presunta efficienza e velocità, introducono strumenti sostitutivi ai poteri locali e di fatto procedure emergenziali sottratte al controllo delle assemblee elettive e dei cittadini, aprendo anche la strada alla corruzione ed alla devastazione ambientale.
Queste politiche, peraltro, portano ad incentivare l’ alienazione dei beni pubblici ,la privatizzazione dei servizi ,tentando addirittura di annullare gli effetti del referendum sull’ acqua pubblica e per la pubblicizzazione del ciclo idrico integrato (confermati anche dalla sentenza della Corte Costituzionale 199 del 20/7/2012).
Infatti il sistema delle autonomie locali è stato vessato negli ultimi anni da tagli giganteschi dei trasferimenti (in totale continuità fra Berlusconi, Monti e Letta e Renzi con l’aggravante che in questi ultimi tali scelte hanno avuto come motore esplicito il PD). Se sommiamo i tagli dei trasferimenti agli Enti Locali della manovra di agosto 2011 Tremonti-Berlusconi, con quelli precedenti delle finanziarie del biennio 2009-2010, si arriva ad un taglio complessivo di oltre 20 miliardi di euro, cui vanno sommati gli effetti dei provvedimenti di Monti, in particolare i circa 5 miliardi messi a carico dei Comuni di peggioramento degli obiettivi del saldo del patto di stabilità; a ciò va aggiunta la gravità della manovra del governo Letta- Alfano sull’IMU e degli altri tributi locali (TARES; trasformazione IMU in TASI ecc.) che si è trasformata in un ulteriore aggravio del carico tributario locale soprattutto per tutti i cittadini più poveri e per i redditi più bassi ; se aggiungiamo ad essi gli ulteriori tagli dei trasferimenti agli enti locali del governo Renzi per circa 10 miliardi -fra tagli alla sanita’ ai trasporti per le Regioni ed ulteriore aggravamento dei saldi per il patto di stabilita’ per i Comuni – SI ARRIVA nell’ultimo QUINQUENNIO AD UN TAGLIO COMPLESSIVO DI CIRCA 40 MILIARDI USATI PER IL PRESUNTO RISANAMENTO E SOTTRATTI AI SERVIZI DA EROGARE AI CITTADINI!
Il dato che emerge, allora, è che una buona parte del presunto risanamento della finanza pubblica è stato scaricato, insieme all’attacco alle pensioni che colpisce i lavoratori dipendenti più deboli, solo sui Comuni e sulle Regioni.
In questo quadro di controriforma liberista degli Enti Locali, e dei Comuni in particolare, il patto di stabilità interno si è rivelato come uno dei limiti più significativi alla possibilità di fornire servizi adeguati ai cittadini, inducendone o privatizzazione o esternalizzazione o quanto meno aumento dei costi anche per i cittadini più deboli.
Noi proponiamo un “patto contro il patto di stabilità” capace di coniugare la battaglia per la autonomia finanziaria, per portare avanti il quale vogliamo contribuire a rendere permanente una rete dei Comuni, con una battaglia costituzionale per la difesa del carattere pubblico dei servizi locali e per la democrazia partecipativa :una rete dei Comuni per i beni Comuni .
Perciò guardiamo con interesse alla rete dei “Comuni Solidali e Partecipati” che si sta costruendo a partire dal significativo successo ottenuto, nelle ultime amministrative, da liste civiche di sinistra e solidali da noi promosse – o con le quali ci siamo alleati – in alcuni territori, ritenendo importante valorizzare il fatto che tali esperienze sono risultate vincenti quando e dove sono state un primo punto di sintesi di lotte ed aggregazioni sociali locali e capaci di essere credibili verso i cittadini come strumento utile a rendere possibile una rappresentanza democratica, sconfiggendo una cultura di isolamento e di rassegnazione.
Pezzo ulteriore della controriforma anticostituzionale dei Comuni e delle Regioni è l’effetto negativo dell’ innalzamento delle soglie di sbarramento conseguenti le norme, volute negli ultimi anni da tutti i governi ed avallate fottemente dal PD, di riduzione del numero dei consiglieri comunali e regionali. In nome di una polemica contro i costi della politica, che noi condividiamo ma che non riguarda certo i gettoni dei consiglieri comunali, si è portato avanti, nell’indifferenza dell’ opinione pubblica e dell’intellettualità di sinistra e sotto la guida dei grandi giornali, un feroce attacco alle risorse della democrazia. Questi sbarramenti istituzionali corrispondono al tentativo di concentrare tutta la rappresentanza sui Sindaci e sui Governatori, limitando fortemente il ruolo dei consigli comunali e regionali espressione dalla democrazia pluralistica dei cittadini; sono insomma sbarramenti istituzionali che esprimono una volontà di affermare veri e propri sbarramenti sociali.
Ecco perché la difesa della democrazia rappresentativa va coniugata con l’affermazione di pratiche sempre più diffuse di democrazia partecipativa.

Ecco perché parliamo di AUTONOMIA LOCALE COME PRESIDIO DEMOCRATICO E SOCIALE e ci siamo presentati IN TUTTE LE REGIONI CHE VANNO AL VOTO CON LISTE UNITARIE DELLA SINISTRA AL DI FUORI DEL CENTRO SINISTRA che si pongono in alternativa alle larghe intese in Europa ed in Italia , radicalmente alternative al PD e al governo Renzi, capaci di essere un riferimento istituzionale per il conflitto sociale che si è riaperto nel paese :
-VENETO Lista “ALTRO VENETO. ORA POSSIAMO”
-LIGURIA Lista “RETE A SINISTRA”
-MARCHE Lista “ALTRE MARCHE SINISTRA UNITA”
-TOSCANA Lista “Sì TOSCANA a SINISTRA”
-UMBRIA lista “L’UMBRIA per un’ALTRA EUROPA”
-CAMPANIA Lista “SINISTRA al LAVORO per la CAMPANIA”
-PUGLIA Lista “L’ALTRA PUGLIA”

Qui c’è il nesso fra la scelta elettorale che abbiamo fatto ed il processo di costruzione dell’unità della sinistra antiliberista decisa al congresso di Perugia: le caratteristiche stesse dello scontro sociale, infatti, ci pongono in forme ancora più evidenti la necessità di costruire un campo della Sinistra autonomo e alternativo alle politiche di austerità e allo schieramento del centrosinistra che sappia strutturarsi nei territori ed essere agente attivo e riferimento delle mobilitazioni sociali. Questo percorso ha avuto come riferimento e punto di partenza l’esperienza dell’Altra Europa per Tsipras che ha dato positiva prova di sé in occasione delle elezioni europee ed è oggi può diventare il luogo di convergenza unitario tra le diverse forze della sinistra.
Una scelta DI COERENZA E DI AUTONOMIA compiuta dal PRC SE in tutte le regioni senza se e senza ma ,anche dove SEL ha scelto -sciaguratamente-di allearsi con il cento sinistra (come in Veneto ,in Puglia ed in Umbria ) perche’ abbiamo ritenuto prioritario parlare ai soggetti colpiti dalla crisi ed ai movimenti espressione del conflitto sociale piu’ che essere risucchiati in una logica istituzionale di subalternita’ alle politiche liberiste .
La recente esplosione di un movimento di massa di insegnanti e studenti conto la riforma della scuola voluta da Renzi, i buoni risultati ottenuti dalla sinistra alternativa nell’ “anticipo” delle elezioni comunali svoltesi 15 giorni fa ad Aosta, Trento e Bolzano e soprattutto il vento antiliberista che viene dalla vittoria di Syriza e di Tsipras in Grecia e di Podemos e della sinistra nelle elezioni amministrative di domenica scorsa in Spagna SONO UN OTTIMO AUSPICIO per l’affermazione anche in Italia delle liste della SINISTRA .
Questo è l’impegno del Partito della Rifondazione Comunista che con passione e determinazione stanno portando avanti tutte le donne e gli uomini che credono e militano in questo progetto politico.

Davvero “Podemos”?

di Ramon Mantovani

L’informazione della stampa italiana (tutta) circa il turno elettorale amministrativo del 25 maggio in Spagna è, tanto per cambiare, completamente falsata da semplificazioni (passi! data la conclamata ignoranza di molti giornalisti circa la politica estera) e soprattutto da distorsioni ispirate dal maldestro tentativo di usare ciò che avviene all’estero per un uso domestico.

È impossibile confutare una per una tutte le false notizie (le mezze verità sono più false delle menzogne spudorate) e le interpretazioni fondate sul nulla invece che sui fatti (almeno i dati elettorali dovrebbero valere qualcosa!). Per non parlare delle conseguenti previsioni! Ci vorrebbero diversi tomi.

Cercherò in questo articolo di fornire informazioni e dati che i lettori italiani purtroppo non conoscono. Le mie interpretazioni e previsioni valgono quel che valgono. Molto poco. Ma i fatti che citerò restano ed ognuno può verificarli e, se vuole, confrontarli con quelli piuttosto fantasiosi cha ha attinto dal sistema informativo italiano.

All’inizio del mese di maggio del 2014, prima delle elezioni europee, Ada Colau, fino ad allora portavoce del potente movimento contro gli sfratti a Barcellona (delle innumerevoli famiglie che non possono pagare il mutuo e che rimangono comunque debitrici verso le banche) insieme ad altre persone impegnate in diverse esperienze di lotta promuove una piattaforma di nome Guanyem Barcelona, con l’obiettivo esplicito di costruire una lista con tutti i partiti di sinistra (non il Partito dei Socialisti Catalani) e con movimenti ed associazioni provenienti dal Movimento degli indignati del 2011. Non una somma di sigle fra forze politiche con un programma e candidati scelti dalle segreterie dei partiti, bensì una lista costruita dal basso con metodo democratico alla quale i partiti, senza ovviamente sciogliersi, avrebbero aderito e partecipato al pari di tutti.

Bisogna sapere che il movimento degli indignati a Barcelona scelse, dopo le grandi manifestazioni del 2011, di produrre decine e decine di lotte in tutti i quartieri integrandosi nel tessuto storicamente già molto ricco di partecipazione organizzata dal basso dei cittadini.

La proposta di Guanyem Barcelona era in sostanza fondata sull’immersione del movimento degli indignati in una pratica sociale permanente di 4 anni e sulla potenziale condivisione delle forze politiche organizzate della sinistra radicale ed alternativa dei contenuti di lotta e programmatici emersi dalla lotta e dall’opposizione al primo governo della destra catalana della città dopo la caduta del franchismo.

Tutto il contrario di leader che si propongono come candidati a sindaco e raccolgono consensi intorno al “loro” programma, o di una coalizione di partiti che scelgono un sindaco con le primarie.

Nei comuni spagnoli si vota con la proporzionale senza preferenze, non esistono coalizioni previe al voto e si può anche governare in minoranza ottenendo voti ed astensioni su ogni singolo provvedimento.

Perciò, come è facile intuire, ogni parallelo sottinteso o esplicito con le dinamiche elettorali italiane è completamente infondato e fuorviante.

Quando nasce Guanyem Barcelona non ci sono ancora state le elezioni europee, Podemos non è ancora sulla ribalta e, nei fatti, è solo una lista elettorale decisa da poche decine di persone.

Subito dopo la nascita ufficiale di Guanyem Barcelona in molte altre città spagnole nascono proposte simili e con gli stessi obiettivi. Tanto che nel luglio del 2014 Guanyem Barcelona propone la costruzione di una rete sulla base di principi e punti programmatici comuni. Tra i quali c’è, nero su bianco, quello che le liste devono essere costruite dal basso e non devono essere monopolizzate o dirette dai partiti che ne fanno parte.

Podemos nascerà come partito nell’autunno del 2014 e a Barcellona solo nel novembre, quando i colloqui fra Guanyem Barcelona e i partiti della sinistra radicale che si erano dichiarati disponibili sono già avviati da tempo. Solo la decisione di Podemos di non presentarsi alle elezioni municipali per evitare, essendo appena nato, di essere fagocitato localmente da ogni tipo di cordate, permette a Podem Barcelona, buon ultimo, di entrare nel processo che porterà alla formazione della lista Barcelona en Comù con Ada Colau capolista (e per questo candidata a sindaco).

In Italia, e più precisamente su La Repubblica, abbiamo dovuto leggere che “…la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima…” (triplo sic: per il contenuto, per la sintassi e per aver sbagliato pure il nome della lista in catalano).

Posso sommessamente dire che presentare le vittorie delle liste unitarie in diverse città importanti come vittorie di Podemos è fuorviante?

Intendiamoci, non è mia intenzione sminuire in alcun modo il contributo decisivo che certamente Podemos ha apportato ai risultati elettorali delle liste unitarie. Tuttavia non informare circa la vera novità di liste che riescono ad agglutinare dal basso partiti, realtà sociali e migliaia di militanti senza tessera (senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità ed organizzazione) e che vincono le elezioni è, a parer mio, omettere proprio la cosa che invece dovrebbe costituire un’esperienza interessante anche per la realtà politica italiana.

E, purtroppo, parlare della grande vittoria di Podemos in tutta la tornata elettorale, è infondato.

Perché? E’ presto detto.

Domenica scorsa si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole.

Ebbene. In 9 il primo partito è il PP. In 2 il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie).

In tutte e 13 Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).

Sebbene la perdita di voti di PP e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il PP e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro PP e Psoe in tutte le regioni.

Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media.

La confusione, sulla stampa italiana, di dati e commenti sulle comunali e sulle regionali di domenica scorsa ha omesso di verificare veramente la salute di Podemos e soprattutto della sua strategia.

Per esempio, nel comune di Madrid lo stesso giorno, e con gli stessi elettori, la lista unitaria Ahora Madrid alla quale ha aderito Podemos ha preso il 31,85 % dei voti e la lista di Podemos alle regionali il 17,73 % dei voti.

Podemos da mesi, e più precisamente dalla sua fondazione ufficiale, ha deciso di rifiutare sdegnosamente la proposta avanzata da Izquierda Unida di preparare una lista unitaria di “unità popolare” per tentare di vincere davvero le prossime elezioni politiche. Sostenendo che non bisogna formare coalizioni di sinistra, con partiti troppo radicali o comunisti, per poter attrarre il voto degli scontenti “moderati” o anche di “destra”.

Ovviamente fino alle elezioni di domenica commentatori e dietrologi di ogni segno hanno scritto che Podemos aveva ragione e che Izquierda Unida era solo in difficoltà dato l’evidente travaso di suoi voti verso Podemos.

Ma ora come la mettiamo se si dimostra che le liste unitarie, con dentro partiti radicali e comunisti, vincono nelle città e sbaragliano PP e Psoe, mentre Podemos, nelle regionali e da solo, nelle stesse città prende meno voti ed è lontanissimo dalla possibilità di contendere a uno dei due partiti maggiori una sola vittoria in ben 13 regioni?

Inoltre ci sono altri due macigni sulla strada di Podemos.

Il primo è che ad erodere potentemente i voti moderati del PP, ed anche della ormai morta formazione di centro UPyD, è comparso sulla scena, super pompato dai mass media, un nuovo (per la Spagna in quanto già presente in Catalunya) partito (Ciudadanos) di stampo centrista e liberista, ma che tuona contro la casta e contro la corruzione come Podemos. Con buona pace del progetto né di destra né di sinistra capace, secondo Pablo Iglesias, di raccogliere i voti di tutti gli scontenti.

Ormai molti commentatori in Spagna osservano maliziosamente che il bipartitismo si sta sdoppiando in 4 partiti. Due dei quali vengono definiti “marcas blancas” degli originali. Come per i farmaci generici che non hanno la marca della casa che li ha inventati bensì un nome diverso e generico. Podemos e Ciudadanos potrebbero raccogliere rispettivamente i voti degli scontenti del Psoe e del PP, ma non ambire a vincere. Ed essere usati alla bisogna per permettere ad uno dei due di governare. Altro duro colpo per la immagine suggestiva di un Podemos spacca tutto.

Infatti il secondo macigno è costituito dal fatto che in ben 6 delle regioni dove Podemos si è presentato, ed è risultato dietro ai socialisti, c’è la possibilità di formare un governo alternativo al PP. E Podemos dovrà decidere se fare un accordo con il Psoe o meno.

Se lo farà inevitabilmente una parte del suo elettorato sarà delusa. E se non lo farà, provocando o un governo del PP o magari un governo PP Psoe, una parte del suo elettorato rimarrà delusa.

Una cosa è chiedere al Psoe sconfitto di appoggiare un governo municipale guidato dal programma e dal sindaco di una lista di sinistra radicale, come si farà in diverse città, ed un’altra è suscitare l’aspettativa di vincere contro entrambi i partiti maggiori e alla fine dover acconciarsi ad appoggiare un governo del Psoe o a sentirsi accusati di aver favorito il PP.

Insomma, mi spiace dover trarre la conclusione che la strada per la costruzione, in Spagna, di una esperienza analoga a quella di Syriza è molto più irta di ostacoli e di difficoltà di quanto non si possa dedurre dalla lettura dei giornali italiani.

Spero davvero di cambiare opinione e di riconoscere di essermi sbagliato. Ma fare progetti e farsi illusioni sulla base di scarsa conoscenza della realtà e di facili suggestioni è molto pericoloso nella vita. In politica è esiziale.

Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!

Ferrero: dalla Spagna ottime notizie, sconfitti partiti neoliberisti

di Paolo Ferrero

«Dalle elezioni amministrative spagnole arrivano ottime notizie con la sconfitta dei partiti liberisti – popolari e socialisti – e la vittoria della sinistra alternativa. Il successo più netto l’ha avuto la lista «Barcelona in Comu», proposta dai movimenti per la casa di cui è portavoce la candidata sindaco Ada Colau, che ha vinto le elezioni con il 25,20% e 11 seggi su 41 del consiglio comunale. Si tratta di una lista che unisce i movimenti sociali e le organizzazioni della sinistra (Izquierda Unida, Podemos, Iniciativa por Cataluna) e indica la strada per vincere le prossime elezioni politiche: l’unità dei movimenti sociali e di tutte le formazioni politiche di sinistra, da Podemos a Izquierda Unida».

25 maggio 2015

A me la ministra Giannini fa paura

di Lidia Menapace

Paura

  A me la ministra Giannini fa paura, l’ho ascoltata per la prima volta ieri sera sulla 7 in “di martedì’” e non ho mai desiderato tanto di poter essere lì per dirle qualcosa. Ma che cosa? non ho letteralmente capito niente di quel che diceva, cioé certo tutte le parole, e anche la grammatica e il lessico, ma non di che cosa parlasse. Qualcuno/a ha per caso visto la scuola in ciò che diceva? Mi faceva venire in mente Monti, anche lui,  rettore della prestigiosa Bocconi, del  quale  non ho mai nè letto nè visto un libro, ne ha scritti? di che parlavano? mistero, forse per diventare Rettore di una università privata non serve aver scritto qualcosa. 

E  la Giannini? è nota per qualche scritto?sulla scuola? Eppure è convinta di essere andata in giro per “confrontarsi” con la scuola. Ma lei intende per “confronto”, mi pare di aver capito, come narrare il testo della sua progettata “riforma” e prendere nota di  eventuali emendamenti proposti. Ma è mai possibile che di tutto il suo “confrontarsi”  non sia trapelato nulla sulla stampa e in genere  nell’informazione: il puro nulla? il silenzio? che sia stato un confronto clandestino? Non ha idea di cosa sia un dibattito pubblico? sembra proprio di no.

A me fa paura anche perché del suo nulla sembra assai convinta e sprezzante verso chi oppone qualche argomento, suscitando così  una gentile rinuncia da parte di chi -sentitala- dispera che le si possa parlare, come si vedeva dal volto deluso della giornalista di Repubblica.

 

 Se barbarie significa essere incomprensibili, non arrivare a quel segno di umanità che si chiama linguaggio, Giannini è un pezzo di barbarie. lidia

Appoggiamo la protesta contro le discriminazioni a Torrevecchia Pia

Pavia, 21 maggio 2015
Appoggiamo la protesta contro le discriminazioni a Torrevecchia Pia

Sabato 23 maggio alle ore 10 le due liste di opposizione presenti nel consiglio comunale di Torrevecchia Pia (Democrazia e rinnovamento, e Torrevecchia Bene Comune), con il Partito della Rifondazione Comunista e il Partito Democratico hanno indetto, davanti alla sede del Comune, un presidio di protesta contro una decisione grave ed antidemocratica presa dall’amministrazione comunale. In pratica l’amministrazione comunale ha deliberato di non concedere ai partiti o ai movimenti politici le strutture ed attrezzature necessarie alle feste o alle varie iniziative.
Questa decisione è particolarmente grave per questi motivi:

1. L’amministrazione di Torrevecchia Pia interrompe una consuetudine che dura da sempre, in quanto, in precedenza è sempre stato consentito ai partiti o movimenti politici di utilizzare le strutture di proprietà pubblica. Il fatto di permettere alle forze politiche di svolgere la loro attività e, com’è noto, fondamentale per l’esercizio dei diritti costituzionali. Impedire, nei fatti, di esercitare una parte rilevante dell’attività politica vuol dire dare un colpo alla democrazia .

2. Si lancia, con la delibera dell’amministrazione di Torrevecchia Pia, un chiaro messaggio di attacco ai partiti e quindi alle forme organizzate di democrazia previste dalla Costituzione repubblicana. Questo nel 70esimo della Liberazione. Come sensibilità democratica non c’è male…

Per questo invitiamo a partecipare al presidio di protesta di sabato 23 maggio, anche per contrastare un fenomeno pericoloso. Ci sono dei Comuni che ostacolano l’attività democratica non concedendo spazi, addirittura cercando di ostacolare i volantinaggi politici paragonandoli a quelli commerciali, ecc. Bisogna lottare non solo per impedire gli attacchi alla democrazia che avvengono a livello nazionale, ma anche sul territorio per bloccare le piccole e le grandi vessazioni messe in atto.

Giuseppe Abbà –

Segretario Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista

Pensioni, la fedeltà di Renzi all’«Agenda Monti»

di Felice Pizzuti

Austerità. Il governo persevera nella politica economica che non vuole colpire ricchezze elevate. Occorre uscire da una visione ritenuta irragionevole dalla Corte

Il governo ha deciso di appli­care la sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale al 12%. Que­sta infatti è, all’incirca, la per­cen­tuale del rim­borso (2,180 miliardi di euro) che verrà effet­tuato ai pen­sio­nati rispetto a quello che sarebbe loro dovuto in base alla piena appli­ca­zione delle indi­ca­zioni della Corte (16,6 miliardi più gli interessi).Tra le righe della sen­tenza si pos­sono anche indi­vi­duare ele­menti per con­te­nere la resti­tu­zione del man­cato ade­gua­mento all’inflazione, ma è for­te­mente dub­bio che le sue indi­ca­zioni pos­sano essere eluse per quasi il 90%.

La resti­tu­zione par­ziale avverrà in misura pro­gres­siva: 750 euro per le pen­sioni supe­riori a tre volte il minimo (circa 1406 euro lordi men­sili al dicem­bre 2011) fino a 1700 euro lordi; 450 euro per le pen­sioni fino a 2200 euro lordi; 278 euro per quelli fino a 3200 euro lordi. Anche per chi pren­derà di più, si trat­terà di un asse­gno una tan­tum (per­ché la que­stione dovrebbe essere rivi­sta nella pros­sima legge di sta­bi­lità dove le pen­sioni saranno oggetto di altri inter­venti) e net­ta­mente infe­riore a quanto pre­vi­sto dalla sen­tenza. Infatti, anche per la prima fascia d’importo, il rim­borso avrebbe dovuto essere di circa 1700 euro, men­tre per la fascia più alta dovrebbe essere di circa 3800.

Il Pre­si­dente Renzi ha spe­ci­fi­cato che i 2,180 miliardi neces­sari saranno presi da quanto era pre­vi­sto per gli inter­venti con­tro la povertà il che con­ferma che sarà una redi­stri­bu­zione ai mar­gini della povertà. A dif­fe­renza di altri paesi, dove i red­diti da pen­sione hanno trat­ta­menti fiscali ridotti, in Ita­lia sono tas­sati con le nor­mali ali­quote, e una pen­sione lorda di 1406 euro diventa di circa 1200 netti. Rimane poi il fatto – da non dimen­ti­care — che il sistema pen­sio­ni­stico pub­blico pre­senta un saldo tra le entrate con­tri­bu­tive e le pre­sta­zioni pre­vi­den­ziali nette che è attivo dal 1998 e che nell’ultimo anno per il quale si hanno dati, il 2013, è stato pari a circa 21 miliardi di euro (cioè dieci volte quello che gli si vuole resti­tuire per il man­cato ade­gua­mento all’inflazione). Si aggiunga che il valore medio delle pen­sioni è attual­mente pari a circa il 45% della retri­bu­zione media degli occu­pati, che tale quota è in ulte­riore discesa e che nell’assetto attuale, in base alle pre­vi­sioni, rag­giun­gerà il 33% nel 2036. Dun­que quando il governo sta­bi­li­sce di rispet­tare la sen­tenza della Corte al 12%, e il Pre­si­dente Renzi dice che non è con­tento di doverlo fare, sta per­se­ve­rando nella poli­tica redi­stri­bu­tiva decisa da tempo che esclude la pos­si­bi­lità di col­pire altri red­diti e ric­chezze più ele­vate per fron­teg­giare le esi­genze di bilancio.

Ma è pro­prio la poli­tica di bilan­cio del governo l’epicentro del pro­blema che andrebbe messo in discus­sione. A que­sto riguardo, l’aspetto signi­fi­ca­tivo da con­si­de­rare è che, nono­stante l’emergenza finan­zia­ria deter­mi­nata dalla sen­tenza della Corte, il Governo non vuole supe­rare l’obiettivo fis­sato al 2,6% per il defi­cit di bilan­cio, quando avrebbe mar­gini di mano­vra fino al 3%. Rag­giun­gere quel limite gli con­sen­ti­rebbe altri 3 miliardi di aumento di spesa senza supe­rare il vin­colo di Maa­stri­cht. Il Governo, pur tro­van­dosi di fronte alla neces­sità di fron­teg­giare una scelta del pre­ce­dente governo Monti-Fornero così ini­qua da essere defi­nita «irra­gio­ne­vole» dalla Corte, ci tiene ad appa­rire ligio ai pro­grammi delle poli­ti­che di con­so­li­da­mento fiscale che ora­mai lo stesso Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale ha dovuto ammet­tere essere con­tro­pro­du­centi non solo rispetto agli obiet­tivi della cre­scita, ma anche per miglio­rare i conti pubblici.

Da que­sto punto di vista, l’Agenda Monti, nono­stante i suoi effetti pro­va­ta­mente per­versi, con­ti­nua ad essere il sestante della nostra poli­tica eco­no­mica e sociale che si con­ferma essere ini­qua e con­tro­pro­du­cente allo stesso tempo. Ora­mai non si tratta più nem­meno di essere o meno di sini­stra o pro­gres­si­sti, ma sem­pli­ce­mente di uscire da una visione di poli­tica eco­no­mica e sociale con­for­mi­sta i cui effetti fal­li­men­tari sono gene­ral­mente rico­no­sciuti. Se le poli­ti­che comu­ni­ta­rie stanno insi­stendo nel por­tarle avanti, e i nostri gover­nanti le accet­tano supini, è per­ché è in corso il brac­cio di ferro sulla «que­stione greca». Si tratta di un con­fronto dimo­stra­tivo che non risponde a nes­sun cri­te­rio di razio­na­lità eco­no­mica e che – oltre pre­giu­di­care le con­di­zioni sociali ed eco­no­mi­che della Gre­cia — sta met­tendo a rischio la costru­zione euro­pea. Quella in atto è una poli­tica peri­co­lo­sa­mente miope che risponde ad idio­sin­cra­sie nazio­nali e alla neces­sità di dare sod­di­sfa­zione agli inte­ressi rap­pre­sen­tati da tutti i governi di centro-destra euro­pei, in par­ti­co­lare da quelli dei paesi della «peri­fe­ria» dell’Ue che quelle regole sba­gliate le hanno accet­tate e adesso non tol­le­re­reb­bero – per que­stioni elet­to­rali — di dover ammet­tere che è stato un errore.

fonte: il Manifesto