Mese: luglio 2015

Menù della 2^ festa provinciale di RIFONDAZIONE COMUNISTA Federazione di Pavia

  • ANTIPASTI:
    bruschette                                                                                                    €. 2,50
    melone con salame ‘nduja                                                                          €. 5,00
    melone con salame crudo                                                                           €. 5,00

  • PRIMI:
    risotto Panissa                                                                                             €. 4,50
    penne alla Norma (con melanzane)                                                          €. 4,50
    cous-cous vegetariano                                                                                €. 4,50
    pasta al pomodoro                                                                                       €. 4,00
    pasta al pesto                                                                                               €. 4,00

  • SECONDI/GRIGLIA:
    Arrosto di vitello                                                                                          €. 5,00
    Coppa di maiale alla griglia                                                                         €. 5,00
    Salamella alla griglia                                                                                    €. 4,00

  • CONTORNI E DESSERT:
    insalata mista                                                                                               €. 2,50
    verdure grigliate                                                                                          €. 2,50
    patatine fritte                                                                                               €. 2,50
    formaggio grana                                                                                           €. 2,50
    formaggio gorgonzola                                                                                  €. 2,50
    dolce /torte casalinghe                                                                                €. 3,00

  • PANINI:
    panino con gorgonzola                                                                                 €. 3,00
    panino con salamella                                                                                    €. 3,50
    panino con salamella e verdure grill                                                          €. 4,00

  • BEVANDE:
    acqua naturale ½ litro                                                                                 €. 1,00
    acqua frizzante ½ litro                                                                                 €. 1,00
    coca cola                                                                                                          €. 2,50
    sprite                                                                                                               €. 2,50
    birra alla spina media                                                                                    €. 3,50

  • VINI:
    vino bianco bicchiere                                                                                     €. 1,50
    vino rosso bicchiere                                                                                       €. 1,50
    bianco – Pinot Grigio bottiglia                                                                      €. 6,00
    rosso – Bonarda bottiglia                                                                              €. 6,00
    rosso Barbera bottiglia                                                                                  €. 6,00
    bianco Reasling Prosecco                                                                               €. 7,00

  • CAFFE’                                                                                                             €. 1,00

 

BUON APPETITO E GRAZIE!

E’ gradita la prenotazione telefonando al cell. 3337476446

NO AI TAGLI ALLA SANITA’ !!!!

NO AI TAGLI ALLA SANITA’ !!!!
«Ma quanto deve “costare” la sanità? A mio avviso, l’unica risposta intelligente (e carica di giustizia) è: quanto serve, quanto serve per curare al meglio le persone che ne hanno bisogno. Tutte. IdeaImente, non un euro in più, né un euro in meno. I rapporti ufficiali, invece, ci dicono che circa 10 milioni di italiani non possono curarsi come dovrebbero, perché non se lo possono più permettere…»
(Gino Strada)

“Buona sanità”, senza più esami diagnostici

Il governo vuol chiudere la sanità pubblica. A colpi successivi, senza pause. L’obiettivo era già charo da anni, perché da oltre 20 a questa parte tutti i governi – senza eccezioni né differenze tra destra e presunto “centrosinistra” – hanno proceduto nell’identica direzione. Del resto, è una direttiva europea piutosto chiara: le spese pubbliche vanno tagliate per mettere in ordine i conti, e il grosso della spesa si concentra in tutti i paesi in tre capitoli: sanità, pensioni e istruzioni. Sono anni, del resto, che sintetizziamo per i nostri lettori questo programma con il titolo dovete morire prima .

Macelleria sociale ordinata dall’alto ed eseguita con entusiasmo criminale da parte delle amministrazioni regional-nazionali. Ma naturalmente presentata come l’opposto. E quindi “buona scuola”, “pensioni eque” (non ci chiedete lo stipendio di Tito Boeri, però) e ora anche “buona sanità”. Che nelle parole di Yoram Gutgeld, deputato Pd renzianissimo, sostituto di Carlo Cottarelli alla spending review , suonano più che altro come “addio sanità”.

L’intervista è apparsa sul giornale del partito, La Repubblica , ed è quindi totalmente attendibile.

A cominciare dall’obiettivo finanziario, quantificato in 10 miliardi. Come scavare una voragine di queste dimensioni senza dichiarare che la salute dei cittadini – specie di quelli meno abbienti, che possono ricorrere solo alla sanità pubblica – è l’ultima preoccupazione di questo governo?

Semplice: si parte col dire che la situazione è molto articolata, ci sono “ospedali gestiti bene e altri malissimo” (com’è noto a tutti, a cominciare da utenti e lavoratori della sanità). Poi si prendono esempi apicali di dissesto finanziario (“Ci sono ospedali che hanno squilibri nella gestione economica di decine di milioni, dovremo intervenire”) e di lì si comincia a trattare ogni cosa come se fosse di questa natura.

Ma sia chiaro, a Renzi e Gutgeld interessa lanciare un messaggio “positivo”: “Non faremo scelte da ragionieri, ma ci preoccupa migliorare l’operatività e i servizi dello Stato”. Buona sanità a tutti, insomma.
“Abbiamo ospedali gestiti bene ed altri meno bene. Noi crediamo che sia giusto prevedere che questi ospedali facciano uno sforzo per equilibrare la gestione economica nell’arco di un determinato numero di anni”. Punendo quelli che non ci riescono, senza star lì a questionare sul perché (ci sono dirigenti che rubano oppure un bacinodi utenti troppo ampio? Chissenefrega, dicono a palazzo Chigi).

“I meccanismi dovranno essere concordati con la conferenza Stato-Regioni. Sarà un processoprogressivo”. Anche perché si sono “differenze importanti tra Regioni e all’interno di singole regioni nelle prescrizioni di esami clinici. Uno dei motivi è la cosiddetta ‘medicina difensiva’, esami prescritti per non incorrere nel rischio di cause legali dei pazienti”.

Il fenomeno è noto e anche abbastanza esteso. C’entra il livello medio di competenza dei medici in un campo in cui molte patologie presentano aspetti complessi, che richiedrebbero molte competenze convergenti; c’entra la “cultura” di un popolo spesso convinto che a “far causa” ci si guadagna sempre (anche se non è affatto vero; provate a far causa a una banca e vedrete…). Alla fine molti medici prescrivono un’analisi in più per esser certi di aver azzeccato la prognosi o per mettersi al riparo, sul piano documentale, da una possibile rivalsa. Diciamo che basterebbe trasferire la responsabilità civile dal singolo medico alla struttura ospedaliera e il fenomeno si ridurrebbe quasi per magia.

E invece il governo punta a ridurre gli esami diagnostici: per la diagnostica, dice Gutgeld, “ragioneremo insieme alla Conferenza Stato-Regioni su obiettivi specifici utilizzando soglie di riferimento”. Serve una traduzione, vero? Significa che il governo fisserà un numero definito “ottimale” di esami diagnostici in percentuale alla popolazione. E una volta arrivati a quel limite ogni struttura sanitaria e ogni singolo operatore sarà “incentivato”a non prescrivere esami. Se non a pagamento de singolo malato.

È un meccanismo fondamentalmente criminale, che lascerà un numero al momento indefinibile di pazienti privi di diagnosi accurate, quindi più esposti a errori o peggioramenti della malattia. Ma non per l’ineffabile Gutgeld: “anzi, questo nuovo approccio per rendere le strutture più efficienti porterà nel tempo non solo un risparmio ma un miglior livello di servizio”.

Abbiate fede, perché solo un dio vi potrà salvare…

Partecipate alla festa provinciale di RIFONDAZIONE COMUNISTA Federazione di Pavia

Torna la Festa provinciale di Rifondazione Comunista (PRC).

Da Venerdì 31 Luglio a Domenica 2 Agosto, i militanti del Partito organizzano la Festa di Liberazione presso la Cooperativa di Consumo in via Ticino 23 a Bereguardo.

Il ricavato della festa servirà per autofinanziare il Partito, permettere di mantenere aperti i presidi nelle località della Provincia, finanziare casse di resistenza di lavoratori in lotta, sostenere momenti di solidarietà attiva nelle emergenze, organizzare ulteriori momenti politici e ricreativi e in generale a finanziare la vita politica del Partito. In cambio si offriranno concerti, musica e ottimo cibo.

Si inizia Venerdì 31, con una serata dedicata ai giovani. Sul palco si alterneranno il gruppo folk Storytellers e il gruppo di rock agricolo indipendente Fiasco de Gama.

Sabato 1 agosto sarà la volta del ballo liscio accompagnato dal duo Giancarlo e Rosi.

Per finire Domenica 2 ci sarà una grande serata di Tango Argentino.

Tutte le sere a partire dalle 19 i militanti cucineranno piatti tipici e grigliate che serviranno agli ospiti a prezzi popolari accompagnati da birra e vino.

La festa è però prima di tutto un momento politico in cui si affronteranno temi di attualità internazionale e legati al mondo del lavoro.

Sabato, in compagnia di Nando Mainardi della Segreteria Nazionale del PRC e di Argyrios Panagopoulos rappresentante di Syriza in Italia faremo un dibattito incentrato sulle ‘ricette’ neoliberiste che scaricano sui lavoratori il peso della crisi, parleremo infatti di Jobs act un progetto contro i lavoratori del governo Renzi in Italia e del divieto di negoziati collettivi di lavoro imposto alla Grecia nel pacchetto di misure UE.

Domenica insieme a Giorgio Riolo, referente della Rete delle Alternative si parlerà degli scenari internazionali per capire l’altezza della sfida.

È un momento importante per radicare l’attività di tutto il Partito, ma anche della Sinistra in generale, e per riproporre l’attuale necessità di un fronte di sinistra antiliberista. È infatti anche con iniziative di questo tipo che si mostra la diversità dei Comunisti rispetto agli altri partiti e si ha la possibilità di portare ai cittadini e alle cittadine, ai lavoratori e alle lavoratrici il nostro messaggio di alternativa rispetto a questo sistema che mostra ogni giorno le sue contraddizioni, arricchendo i pochi e abbandonando a se stessi gli ultimi della società.

Per questo invitiamo i militanti e le militanti, i compagni e le compagne, simpatizzanti, cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici a prendere parte alla Festa, portando il loro contributo e il loro sostegno alla lotta per un mondo diverso.

Ici scuole cattoliche, quando il pretame viene punto nel vivo la reazione è sempre scomposta!

Tratto da: controlacrisi.org
Una “sentenza pericolosa” che limita fortemente “la garanzia di libertà sull’educazione che tanto richiede anche l’Europa”.
La pronuncia della Cassazione sugli istituti scolastici religiosi di Livorno che dovranno pagare l’Ici fa saltare i nervi alla Chiesa cattolica.
Ad insorgere è il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino con i soliti argomenti epocali. La reazione è davvero fuori dai limiti. Si mette dentro tutto, dall’ideologia, quella del fisco uguale per tutti (sic!) alla libertà di pensiero e di educazione, quella delle scuole religiose (doppio sic!).
La Chiesa cattolica, insomma, non perde l’occasione per dare un’altra dimostrazione di come quando si colpiscono i suoi interessi la reazione è scomposta e acida.
C’è da difendere un patrimonio di quasi quindicimila scuole paritarie in Italia, che coinvolgono un milione e mezo di studenti. Lo Stato italiano, poi, dà un sussidio di quasi un miliardo. Non è certo una bazzecola. Non contenti degli sgravi e bonus introdotti dalla cosiddetta “Buona scuola” di Renzi i preti vogliono tutto.
La legge, secondo la Cassazione, è chiara: anche le scuole religiose devono pagare l’Ici poiché‚ non sono attività che possono godere dell’esenzione.
Quella della 5/a sezione civile della Cassazione, che ha accolto un ricorso del Comune di Livorno, è la prima sentenza del genere in Italia.
Una decisione che ha provocato allarme nel mondo cattolico, fino a prospettare la chiusura delle scuole paritarie, annunciata da don Francesco Macrì, presidente della Fidae, la Federazione Istituti di attività educative, che non ce la farebbero a reggere l’urto del fisco.
L’esenzione, spiega la Cassazione, è infatti “limitata all’ipotesi in cui gli immobili siano destinati in via esclusiva allo svolgimento di una delle attività di religione e di culto” indicate dalla legge del 1985.
Ed in esse “non rientra l’esercizio di attività sanitarie, ricettive o didattiche, salvo non sia dimostrato specificamente che le stesse non siano svolte con modalità non commerciali”. La linea tenuta dalle scuole paritarie è quella di provvedere ad un servizio, ma ciò alla Cassazione non basta.
Come non basta il fatto che tali strutture possano operare in perdita: “Questione priva di fondamento, perché‚ anche un imprenditore può operare in perdita”.
Ed il giudice di primo grado, ovvero la commissione tributaria Toscana, sbaglia – secondo i giudici della Cassazione – a ritenere irrilevante ai fini dell’Ici il corrispettivo pagato dagli utenti delle scuole paritarie, poiché‚ esso “è un fatto rivelatore dell’esercizio dell’attività con modalità commerciali”.

Non siamo razzisti, siamo peggio

di Anna Maria Rivera
 
La sim­bo­lo­gia del pogrom si era già espressa, a Quinto di Tre­viso, col rogo delle sup­pel­et­tili di uno degli alloggi desti­nati ai pro­fu­ghi: raz­ziate, get­tate in strada e date alle fiamme tra la folla plau­dente. Ora il maca­bro festino dell’intolleranza si arric­chi­sce di un det­ta­glio ancor più espli­cito: le minacce al pre­fetto di Roma, Franco Gabrielli, reo di non aver ceduto al ricatto dei cit­ta­dini «esa­spe­rati» di Casale San Nicola.In uno sgan­ghe­rato mes­sag­gio via Face­book, l’autore delle minacce, il vice­pre­si­dente, leghi­sta, del con­si­glio regio­nale delle Mar­che, inde­gno della carica isti­tu­zio­nale che rico­pre, pro­mette «olio di ricino» al «porco di un comunista».Siamo ormai a un punto di svolta allar­mante, con Sal­vini che vomita quo­ti­dia­na­mente ingiu­rie e cli­ché raz­zi­sti come: «Smet­tete di coc­co­lare migliaia di clan­de­stini. Acco­glie­teli in pre­fet­tura o a casa vostra, se pro­prio li volete».Men­tre il sistema di acco­glienza dei pro­fu­ghi mostra tutta la sua ina­de­gua­tezza, men­tre sugli sco­gli di Ven­ti­mi­glia il gruppo di gio­vani esuli con­ti­nua a resi­stere da più di un mese, abban­do­nato da ogni isti­tu­zione cen­trale, il blocco fascio­le­ghi­sta, aiz­zato da capo­rioni quali Zaia e Sal­vini, imper­versa da Nord a Sud, gui­dando la rivolta dei «pro­prie­tari del ter­ri­to­rio»: marce, molo­tov, cas­so­netti incen­diati e saluti romani.

Arduo è que­sta volta giu­sti­fi­care i ten­tati pogrom con la reto­rica della guerra tra poveri, seb­bene alcuni media per­si­stano. Non siamo in peri­fe­rie estreme, degra­date e abban­do­nate, ma in un comune tutt’altro che povero, ammi­ni­strato da un mono­co­lore leghi­sta, e in un sob­borgo romano tutto ville e piscine.

In realtà, gli impren­di­tori poli­tici del raz­zi­smo, spal­leg­giati da quelli mediali, non fanno che legit­ti­mare od orga­niz­zare pro­te­ste che si nutrono di una per­ce­zione deli­rante degli altri: quella che li col­loca, sim­bo­li­ca­mente e fat­tual­mente, nella sfera dell’estraneità all’umano. Solo così è spie­ga­bile come si possa par­te­ci­pare o con­sen­tire al lan­cio di sassi e bot­ti­glie con­tro il fur­gone che a Casale San Nicola tra­spor­tava i dician­nove gio­vani richiedenti-asilo, già sgo­menti per aver dovuto abban­do­nare d’un tratto la siste­ma­zione pre­ce­dente e ter­ro­riz­zati dalla torma degli scalmanati.

In realtà, coloro che si sono lasciati gui­dare dai fascio­le­ghi­sti niente sanno dei pro­fu­ghi allog­giati o da allog­giare nel «loro ter­ri­to­rio»: non ne cono­scono nep­pure le nazio­na­lità. Gra­zie al mar­tel­la­mento mediale dovreb­bero, però, essere edotti dell’epopea che li vede tra­gici eroi del nostro tempo: la fuga da mondi in fiamme o in sfa­celo, l’estenuante tra­ver­sata peri­gliosa del Medi­ter­ra­neo, i cada­veri, anche di bam­bini, abban­do­nati alle acque nostre, le madri che sbar­cano orfane dei figli e i figli che appro­dano orfani dei geni­tori… Ma quel che forse sanno non li muove a pietà, non fa scat­tare la molla dell’empatia o solo della com­mi­se­ra­zione: il deli­rio pro­duce anche anaf­fet­ti­vità, com’è ben noto.

Nulla sanno di ognuno di loro. E di tutti non pos­sono dire nean­che che sono ladri e rapi­tori di bam­bini, come dicono abi­tual­mente degli «zin­gari». Eppure li hanno già cata­lo­gati come nemici della loro medio­cre tran­quil­lità bor­ghese o piccolo-borghese, che essa alber­ghi nelle ville con piscina di Casale San Nicola oppure in alloggi ordi­nari di Quinto di Treviso.

Sanno o dovreb­bero sapere quali gaglioffi siano i mili­tanti di Casa­Pound, Forza Nuova, Mili­tia Chri­sti, Fra­telli d’Italia, Lega Nord e via dicendo. Eppure è a loro che si affi­dano «per pro­teg­gere il nostro ter­ri­to­rio dagli extra­co­mu­ni­tari». Così una resi­dente di Casale San Nicola all’inviato del Cor­riere della Sera, Fabri­zio Ron­cone, in una dichia­ra­zione pre­ce­duta dal clas­sico «Noi non siamo raz­zi­sti, ma…», sublime per emble­ma­ti­cità razzista.

La molla dell’empatia, ma verso i difen­sori del loro ter­ri­to­rio, è invece scat­tata nel M5S: una dele­ga­zione, costi­tuita da par­la­men­tari e da con­siglieri comu­nali e muni­ci­pali di Roma, si è affret­tata a rice­vere il «comi­tato spon­ta­neo di Casale San Nicola, riu­nito in presidio».

Niente di nuovo. Del pari, tutt’altro che ine­dita nella sto­ria ita­liana recente è la ten­ta­zione del pogrom. Ma è pro­prio que­sto a farci temere: il fatto che nulla cambi, se non in peg­gio, dopo quasi quarant’anni d’immigrazione in Italia.

fonte: Il manifesto, 21 luglio 2015

Il mare aperto dell’unità delle sinistre e la difficile navigazione. Piccolo cabotaggio e bisogno autentico di una nuova sinistra decente

di Giorgio Riolo

Le recenti tragiche vicende greche ed europee mostrano ancora una volta il volto barbaro, ma “pulito”, dei rapporti di potere. I tedeschi hanno una espressione, “tutto pulito”, per indicare il lavoro fatto bene, senza strepiti, senza sparare un colpo, senza sangue evidente ecc. La tecnica-tecnologia e la “razionalità conforme allo scopo” come strumenti principe dell’ammazzamento su scala industriale, dell’imperio, del dominio, del comando.
Tutto ciò naturalmente come strutturazione gerarchica senza l’incomodo della democrazia, anche solo della democrazia rappresentativa, dei referendum, della partecipazione e della volontà dei popoli, delle nazioni, delle comunità, dei gruppi umani. Le procedure, l’apparenza, le troike, le trattative, i tavoli ecc. come teatrino e spettacolo, orchestrato e amplificato dal prezzolato circo mediatico, vero potente braccio armato nel senso del “tutto pulito”, offerto ad uso degli ignari, del popolo bue, dei cosiddetti, un tempo, “ceti medi riflessivi” ecc.
La premessa per andare al cuore del problema. La classica contrapposizione tra “sinistra di governo” e “sinistra di testimonianza”, operata soprattutto da chi si ritiene “nuovo soggetto politico”, aperto, includente ecc. Essendo invece “chiusi”, identitari, settari ecc. chi si attarda a voler essere “sinistra di testimonianza”. Ora, proprio la faccenda del governo e del governare è il problema. Nell’era del capitalismo neoliberista e dello spossessamento politico e democratico che questo tardo capitalismo comporta.
È il gran movimento in corso in Italia per giungere alla tanto agognata sinistra unita, all’unificazione delle tante sinistre disperse e frammentate. E soprattutto per rimotivare e ridare coraggio alla ampia sinistra diffusa, la sinistra sociale di organismi, associazioni, movimenti e singole persone. Al popolo disperso e disorientato in cerca di rappresentazione politica e che si è rifugiato nell’ampio astensionismo di sinistra.
A che punto siamo? E soprattutto, una sinistra unita per fare cosa?
L’accelerazione l’ha impressa l’assemblea nazionale di Sel di sabato 11 luglio. Ma da tempo erano in corso le manovre. Prima “Possibile” di Civati, poi l’esigenza posta da Stefano Fassina e dal suo gruppo di procedere a creare un nuovo partito entro le amministrative del prossimo anno. Da molto l’esigenza posta della “costituente della sinistra” dalle due anime principali del Prc, Ferrero e Grassi (anche se parte della corrente Essere Comunisti lavora per la costituenda “Unità dei Comunisti”). Parallelamente, dal lato sociale, delle associazioni e dei movimenti, si svolge il processo della “Coalizione Sociale”, appunto da sinistra sociale, promosso dalla Fiom e da Landini.
È interessante vedere come è stata impostata la cosa in Sel. Essendo Sel il pezzo più consistente dei vari pezzi, Sel prende la primogenitura. Dice che si scioglierà in un “nuovo soggetto politico”, senza naturalmente, giammai, perdere niente del proprio patrimonio, della propria esperienza ecc. Il solenne annuncio del “nuovo soggetto politico” ha subito affrontato il problema della “sinistra del risentimento e del rancore”. Nella neolingua postmoderna di Sel ciò equivale a “sinistra di testimonianza”, vale a dire Prc e simili.
Invece poca o nessuna problematizzazione della questione “sinistra di governo”. È facile contrapporre al “partito della nazione” l’esigenza di ricreare il centrosinistra. Renzi, nella sciagura che rappresenta, possiede comunque una virtù. Ha il potere di radicalizzare anche chi non è tanto propenso a radicalizzarsi. Da Cofferati alla Cgil della Camusso. Li tira proprio per i capelli. E ha tirato fuori Sel dall’illusione di fare qualcosa di sensato alleandosi con il Pd.
Allora, per favore, capiamo cosa significa governare, cosa significa, nell’era del neoliberismo, fare, mentre si è al governo, cose di sinistra o cose decenti, utili. Il buongoverno, di liberale memoria, almeno. Le varie sinistre nostrane arrivano, come minimo, impreparate all’appuntamento, quand’anche si riuscisse a vincere alle elezioni. Soprattutto quando si debbono affrontare problemi infinitamente più facili e meno gravi di quelli che hanno affrontato e stanno affrontando Tsipras e Syriza in questi giorni.
Vorrei ricordare solo un accadimento esemplare nella nostra storia recente. A sinistra, che vive molto di parole, si hanno sempre pronte le giustificazioni, gli argomenti per giustificare l’ingiustificabile. Si è maestri in ciò. Memorabile il comunistissimo Marco Rizzo, al tempo della guerra dei Balcani, il quale, a giustificazione del fatto che il Pdci rimaneva comunque al governo con D’Alema, e l’Italia in quel tempo partecipava a quella ignobile guerra contro la Jugoslavia-Serbia, diceva che i comunisti, intendeva il Pdci, rimanevano al governo, perché così facendo potevano “frenare” la Nato e ridurre i danni della guerra stessa. La turlupinatura, i sofismi, i gesuitismi, il lato retorico-linguistico della faccenda, e l’immane opportunismo, la cosa vera, sono molto di casa a sinistra.
Si governa a livello nazionale e a livello locale. Che ne sarà della Tav, delle grandi opere, delle privatizzazioni, dell’Ilva di Taranto e via elencando?
Su alcuni caratteri che dovrebbe avere la nuova formazione politica ha scritto bene Guido Liguori sul Manifesto. L’esigenza che questo partito non sia il risultato dell’assemblaggio di ceti politici, di gruppi dirigenti ecc. dovrebbe essere assicurato dal principio “una testa, un voto”. Inoltre Liguori ricordava le misure da adottare subito nel senso dell’autoriforma dei partiti (i due mandati tassativi ecc.). Su tutto ciò non ci ripetiamo e rimandiamo ad alcune “note a margine” già apparse nel passato.
Vendola ha detto che il nuovo soggetto non sarà il risultato di “un accordo pattizio”, dall’alto, di gruppi dirigenti ecc. Malgrado le assicurazioni di tal fatta, sarà comunque un accordo pattizio. Non si scappa. Sarà comunque un processo di agglutinazione di oligarchie di varia provenienza. Oligarchie, secondo la visione di Roberto Michels, perché dove c’è organizzazione ineluttabilmente c’è sistema oligarchico. A sinistra però spesso il sistema oligarchico assomiglia di più al sistema feudale. Baroni, feudatari o capibastone, con il seguito feudale di uomini armati, di chierici, di servitori, di cortigiani e di cortigiane. Non si sfugge.
Tuttavia questa dinamica inevitabile dall’alto può essere temperata, se non annullata, da un’altra possibile dinamica. Quella che viene chiamata in sociologia “la costruzione del popolo”, la partecipazione e il protagonismo di classi, di ceti, di singole persone rimotivate e incoraggiate a muoversi. Una spinta dalla società, dalla storia, dallo “spirito del tempo”, come fu nell’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza. Una spinta come è avvenuta in Grecia, alle prese con una guerra sociale e di classe, con un’emergenza umanitaria, per cui le varie sinistre hanno dovuto compiere l’impresa catartica, genuina, di Syriza, di unificarsi.
Una sinistra unita, per fare cosa? Tante cose. In questi giorni l’Istat ha fornito i dati del 2015 della povertà assoluta e della povertà relativa in Italia. Le persone per bene avrebbero reagito dicendo che è uno scandalo che in un paese sedicente avanzato, ricco, dell’Occidente, come è l’Italia, ci siano ancora così tanti poveri, assoluti e relativi. Renzi, lo “homo novus”, macchietta narcisistica disumana, di questi “nuovi” che hanno perso “identità” e “appartenenza”, considerate arcaico appannaggio di comunisti, veteromarxisti, altermondialisti ecc., per assumere altre identità e appartenenze nei poteri forti, dominanti, Renzi, appunto, ha detto che è un grande risultato, sottinteso del suo governo, perché non sono aumentati rispetto all’anno scorso.
Una sinistra unita, qualora divenisse anche “sinistra di governo”, dovrebbe subito affrontare il problema del lavoro, dell’ingiustizia sociale, del disastro ambientale, dell’Europa delle banche e della finanza, delle gravi questioni internazionali. Ma dire subito anche che la povertà è uno scandalo. E agire di conseguenza. Nel tempo in cui l’umanità ha a disposizione i mezzi, in Italia e nel mondo, per cancellarla.
Milano, 17 luglio 2015

Nicolas Maduro: “Hanno castigato il popolo greco perché ha detto no al neoliberismo”

Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro ha dichiarato martedì scorso che i gruppi finanziari in Europa hanno punito il popolo greco per aver votato “No” al neoliberismo nel referendum consultivo tenutosi lo scorso 5 luglio nel paese ellenico .

“Posso dire che il capitale finanziario europeo ha imposto una dittatura e misure insopportabili per la Grecia. Hanno punito la Grecia perché la Grecia ha votato NO al neoliberismo. Tutta la nostra solidarietà con il popolo greco, tutta la nostra comprensione per il Presidente del Consiglio Tsipras, nei momenti buoni e nei momenti difficili stiamo con Tsipras e con il popolo greco “, ha detto il Capo dello Stato.

Durante il programma “Contatto con Maduro” n.  34, il Presidente ha confermato la sua solidarietà con il primo ministro Alexis Tsipras, del quale ha detto che era stato sottoposto ad una pressione brutale. ”Dobbiamo metterci nei panni di Alexis Tsipras per sapere come ha dovuto affrontare il nuovo fascismo finanziario”, ha detto.

Il leader  venezuelano ha espresso la propria comprensione al popolo e al governo di quel paese mediterraneo per le circostanze che dovranno ora affrontare per le  dure misure imposte dalla troika, la Banca europea e il Fondo monetario internazionale per il rimborso del debito.

“Bisogna mettersi nei panni di quei compagni, ma la lotta è solo all’inizio in Grecia, ci saranno nuove battaglie e il Venezuela bolivariano starà sempre con il popolo greco.  Speranza, Speranza, Speranza Grecia. La Grecia ha molto da dire al mondo e continuerà a dirlo “, ha commentato.

Egli ha sottolineato che vogliono saccheggiare la Grecia e mettere in ginocchio il popolo greco per eliminare i suoi diritti sociali, tra le altre misure.

“E ora nessuno si ricorda che alla Germania perdonarono il suo debito di guerra nonostante avesse distrutto mezza Europa? Perché non si può perdonare il debito che la Grecia saccheggiata dalle oligarchie e (offrirle) un piano speciale affinché il popolo greco possa andare avanti, perché è un popolo lavoratore”, si è chiesto.

Maduro ha sottolineato che il neoliberismo non è una strada per la libertà, o la felicità, o la democrazia e che il modello capitalista si è esaurito e non offre più nulla.

 articolo originale

traduzione Franco Ferrari