Mese: agosto 2015

RIPARTIAMO! Il programma della Festa nazionale a Firenze

RIPARTIAMO! Il programma della Festa nazionale di Rifondazione Comunista

Firenze – ObiHall  – 11/13 settembre 2015

Venerdi 11:

ore 10/17: seminario di formazione su Bilanci e autofinanziamento, Associazioni e Fondi europei

Conduce Marco Gelmini, Segreteria PRC- SE

Ore 21: Il debito è illegittimo. Rovesciamo questa Europa!

Introduce:

Roberta Fantozzi, segreteria PRC-SE

Intervengono:

Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo

Heinz Bierbaum, responsabile internazionale Linke

Eleonora Forenza, L’altra Europa con Tsipras, europarlamentare

Haris Golemis, direttore  Nicos Poulantzas Institute, Comitato Centrale Syriza

Giulio Marcon, deputato Sel

Moni Ovadia, L’Altra Europa con Tispras

 Sabato 12:

Ore 14/18: Seminari su

– Comunicazione e Liberazione. Conduce Maurizio Acerbo

– Enti Locali. Conduce Raffaele Tecce

– Immigrazione. Conduce Stefano Galieni

– Partito sociale – solidarity for all. Conduce Monica Sgherri

– Piano del lavoro, reddito minimo. Conduce Roberta Fantozzi

– Sanità. Conduce Nando Mainardi

– Scuola, Università e Ricerca. Conduce Giovanna Capelli

– TTIP. Conducono Eleonora Forenza e Rosa Rinaldi

Ore 21: Quale soggetto unitario della sinistra

Introduce: Rosa Rinaldi, segreteria PRC-SE

Intervengono:

Rafaella Bolini

Pippo Civati

Paolo Ferrero

Stefano Fassina

Nicola Fratoianni

 Domenica 13:

Ore 11/16: Assemblea Nazionale dei segretari e delle segretarie di circolo, federazione e regionali.

Introduce Ezio Locatelli, Segreteria PRC- SE

Ore 17: Comizio finale

Dmitri Palagi, segretario Federazione Firenze.

Erdal Karabey, Comunità Kurda

Maite Mola, Partito della Sinistra Europea.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

NOTARELLE D’AGOSTO

NOTARELLE D’AGOSTO
Bravi! E’ così che si combatte il razzismo
Acquaformosa (Cosenza), Festival delle migrazioni con il gruppo musicale 99 Posse, affollatissima manifestazione dedicata all’accoglienza dei migranti. Due messaggi: “Un saluto con pernacchia a Salvini. Venisse qui e capirebbe come si può vivere bene con quelli che lui odia”. “Salvini se ne faccia una ragione: nessun uomo è illegale. Siamo tutti clandestini o nessuno è clandestino. Scelga lui e la finisca di rompere”.

Tsipras, una scelta democratica
Dopo la sconfitta subìta ad opera degli eurocriminali di Bruxelles, Tsipras poteva dare le dimisioni e lasciare che si costituisse un nuovo governo di centro destra, cioè fuggire. Oppure poteva rimanere attaccato alla poltrona ad ogni costo, come tanti in politica hanno fatto e fanno. Ha deciso invece di chiedere un nuovo mandato all’elettorato greco. Una scelta coraggiosa e democratica.

Il ragionier Fantozzi e gli immigrati
Sembra che Paolo Villaggio abbia detto “Salvini ha ragione. Aiutarli a casa loro”. Ma, si sa, Villaggio è un comico.

Quando la solidarietà non va in ferie
Rinaldo Aramini, titolare del “Lido verde” di Cirella a Diamante (Cosenza), ha organizzato una piccola area di sosta in spiaggia (ombrellone, sedia e acqua) per permettere ai venditori ambulanti di riposarsi un po’ all’ombra e dissetarsi. Non solo, ma i bagnanti hanno condiviso l’iniziativa e hanno chiesto di ripeterla l’anno prossimo. La notizia è talmente clamorosa, talmente controcorrente rispetto all’attuale andazzo mediatico che dà voce solo agli episodi di odio sociale, che Salvini ne è rimasto rintronato, senza parole. Qualcuno dice di averlo visto piangere.

Immigrati. Mai dimenticare!
L’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo dice: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”.

Che vinca il migliore
Lo straricco Donald Trump, dato come favorito nella corsa delle primarie dei repubblicani, ha detto che se verrà scelto dalle varie lobby repubblicane come candidato presidente alle prossime politiche Usa del 2016 spenderà 1 miliardo di dollari nella campagna elettorale. “Guadagno 400 milioni di dollari all’anno e quindi posso farlo” ha aggiunto. Altissimo livello del dibattito politico. Criteri rigorosamente etici nella selezione dei gruppi dirigenti. Nessun condizionamento del voto degli elettori. Questa America è proprio un grande paese democratico, come ebbe a dire un tempo Valter Veltroni, il più ‘americano’ dei dirigenti del Pd.

Grecia. Come trasformare un debito privato in debito pubblico
Fino a qualche anno fa le maggiori banche europee avevano concesso ai governi di centro destra greci decine di miliardi di prestiti ad alti tassi di interesse, incassando così una montagna di denaro. Quando fu chiaro che si trattava di crediti ormai inesigibili i governi europei decisero, per salvare le povere banche dal fallimento, di caricarsi quei debiti e cioè di caricarli sulle spalle dei propri cittadini. Così oggi larga parte dell’opinione pubblica invece di prendersela con le banche e i governi se la prende con i greci fannulloni e insolventi.

Greci assassini?
Tempo fa è circolata la notizia, terribile e purtroppo probabilmente vera, di un gommone stracarico di emigranti intercettato da una nave della Guardia costiera greca. Al termine del controllo il tessuto del gommone è stato lacerato e la nave greca se ne è andata senza prestare alcun soccorso.
Tutti sanno che in Grecia la polizia e ampi settori dell’esercito sono infestati da appartenenti alla nazista Alba Dorata, una delle tante pesanti eredità dei precedenti governi di destra. E’ quindi legittimo il dubbio che il sabotaggio del gommone sia stato il risultato dell’iniziativa autonoma di qualcuno dell’equipaggio della nave greca o dello stesso comandante. Dubbio che però non ha sfiorato i media nostrani che si sono limitati a ripetere che il gommone era stato affondato dai “greci”. E, si sa, l’accostamento Grecia-greci-Tsipras è molto facile.

Salvini pesca dal vecchio repertorio
“Mons. Galantino, un vescovo comunista” … “Sono cattolico, anche se un gran peccatore” … Eccole qua due frasi standard delle destre di sempre. <Il prete, il vescovo comunista>, ovvero quando la chiesa sta dalla parte dei poveri (manca solo il papa comunista, per ora). <Cattolico e gran peccatore>, ovvero vado a messa alla domenica ma durante la settimana faccio ogni genere di porcate. Salvini non si è inventato proprio niente.

L’Inail ha trionfalmente annunciato che ...
… il numero degli incidenti mortali sul lavoro nell’ultimo periodo è diminuito. Che ciò sia dovuto al crollo dell’occupazione soprattutto nel settore edile e che nel conto non figurino gli incidenti degli occupati in nero, ovviamente non denunciati, l’Inail non lo dice. I media rilanciano la fandonia. Tutto fa brodo per drogare la pubblica opinione con la melassa dell’ottimismo ad ogni costo.

La Lega difende il cristianesimo, anzi le nostre “radici cristiane” (non giudaico-cristiane come diceva Fini, concetto troppo complesso). E poi però vuole buttare a mare gli immigrati, tutti, senza distinzione fra profughi e cosiddetti clandestini. Distinzione troppo sottile per il livello medio dei suoi elettori?

Se c’è una cosa che fa imbestialire Salvini è l’accoglienza spontanea che molte persone del Nord Italia offrono agli immigrati in difficoltà. Se ne deduce che – leghisti a parte – i cittadini di Veneto, Lombardia, ecc. sono persone civili.
E se c’è una cosa che rallegra Salvini è che di questa accoglienza spontanea i media non parlano quasi mai. Sembra che non faccia notizia.

Attenti a quei due
“Meno permessi di soggiorno per motivi umanitari, sorveglianza stretta dei profughi, più efficienza per i rimpatri forzati”. Radio Padania o blog di Grillo? Vale la seconda.

Tratto da: Tutti i colori del rosso

BEPPE GRILLO IN SALSA LEGHISTA (e non è la prima volta)

BEPPE GRILLO IN SALSA LEGHISTA (e non è la prima volta)
di Ezio Locatelli

E’ di un consigliere comunale del M5S di Torino, tale Vittorio Bertola, la proposta avanzata contro una presunta permissività nel sistema di accoglienza dei profughi in Italia. Le misure invocate sono: “un giro di vite sui permessi di soggiorno”, “sorveglianza più stretta dei profughi”, “rimpatrio forzato”. Nessun riferimento alla necessità di istituire corridoi umanitari in risposta alle centinaia, migliaia di essere umani che dopo essere fuggiti da guerre, persecuzioni e povertà muoiono a centinaia, a migliaia nel Mediterraneo. Invece che occuparsi della lotta alla disoccupazione, agli sfratti, alle privatizzazioni di servizi pubblici grandemente presenti a Torino il consigliere 5 Stelle, al pari di un qualsiasi esponente fascioleghista, non trova di meglio che prendersela con le persone più deboli, i senza voce, gli ultimi nei confronti dei quali viene invocata la politica del respingimento.

Un incidente di percorso? Neanche per sogno. La proposta, pubblicata e rilanciata sul blog di Beppe Grillo il 9 agosto, è di fatto assunta come linea politica del M5S. Adesso sappiamo, una volta in più, cosa significa essere un movimento né di destra né di sinistra. Quando c’è da scegliere da che parte stare, al dunque, il pendolo va a destra dove prevalgono gli interessi di chi non vuole essere smosso e disturbato dalla sua condizione di (relativa) supremazia o privilegio.

Non solo per un problema di umanità nei confronti dei profughi ma per un cambiamento sociale e politico vero va ripresa una lotta del basso contro l’alto – non dall’alto contro il basso – contro ogni forma di discriminazione, in favore dell’accoglienza, dei diritti, della dignità, dell’uguaglianza di tutte e tutti.

Lettera di Syriza

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NOTA SUI RECENTI SVILUPPI POLITICI IN GRECIA

A tutti i partiti della Sinistra Europea
A tutti i partiti di sinistra e progressisti, amici e fraterni

Atene, 26 agosto 2015

Cari compagni e amici,

il 20 agosto il primo ministro greco, il compagno Alexis Tsipras, in un discorso alla nazione ha annunciato le sue dimissioni e ha chiesto al Presidente della Repubblica di avviare il processo costituzionale per le elezioni anticipate (da tenersi possibilmente il 20 settembre). Lo stesso giorno il compagno Tsipras si è recato dal Presidente della Repubblica greca Pavlopoulos e ha ufficialmente rassegnato le sue dimissioni.

Il giorno dopo, 25 membri del gruppo parlamentare di Syriza (la maggior parte dei quali appartenenti alla “Piattaforma di Sinistra di Syriza”) hanno ufficialmente dichiarato di formare un nuovo gruppo parlamentare e un nuovo partito con il nome di “Unità Popolare”, guidato da Panagiotis Lafazanis, ex ministro della Ricostruzione produttiva. Nello stesso giorno, altri quattro parlamentari di Syriza hanno dichiarato di voler essere indipendenti.

Questa scissione era stata premeditata ben prima dell’annuncio delle elezioni anticipate dai suoi fautori. La loro decisione emerse chiaramente dopo la chiusura del gravoso accordo a Bruxelles, quando formarono comitati contro la politica del governo in collaborazione con i membri di gruppi e organizzazioni della sinistra extra-parlamentare. Inoltre, a livello istituzionale, fu chiara attraverso la decisione di votare contro l’accordo in Parlamento e di lasciare la coalizione governativa (che aveva162 seggi dopo il verdetto popolare del 25 gennaio) con meno di 120 seggi, quelli necessari, secondo la Costituzione greca, per presentare un governo di minoranza.

Purtroppo, dai primi momenti di esistenza di Unità Popolare, SYRIZA sembra essere il loro unico rivale. Questa feroce e immorale rivalità contro compagni con i quali avevano condiviso lotte e aspirazioni comuni fino a pochi giorni fa, viene fortemente propagandata con la loro presenza sproporzionata sui mezzi di comunicazione privati, che mirano alla sconfitta elettorale di Syriza.

Il nostro governo è ora accusato, da parte di chi ha scelto di dividere il nostro partito, per aver ceduto alla dottrina TINA (“There Is No Alternative” – Non c’è alternativa).

La realtà dei fatti è che Alexis Tsipras e il governo non hanno mai affermato che le misure che sono stati costretti a firmare fossero compatibili con il nostro programma e con i nostri valori o che fossero positive per il paese; piuttosto, Tsipras le ha pubblicamente considerate recessive e dannose.
Siamo stati costretti a firmare l’accordo sotto la pressione di un vero e proprio ricatto: l’immediato e incontrollato default della Grecia e la liquidazione delle banche greche, che porterebbe alla perdita dei depositi del popolo greco (la maggior parte dei depositi che rimangono nelle banche greche appartiene a piccoli e medi investitori, dato che i ricchi hanno già trasferito i loro soldi all’estero).

A questo punto, dobbiamo essere chiari e dire la verità al popolo:
– un’ “uscita concordata” dalla zona euro (una proposta fatta sia da Schauble sia dall’ex “Piattaforma di sinistra” di SYRIZA-ora “Unità Popolare”) e il ritorno alla moneta nazionale di un paese che non ha né una grande base produttiva (come l’Argentina quando dichiarò il default) né considerevoli riserve di valuta estera nella sua Banca nazionale, porterebbe automaticamente a:

– la necessità di una svalutazione immediata della nuova moneta nazionale (molti analisti internazionali la stimano intorno al 40% -50%), il che significherebbe una perdita immediata e brutale dei redditi di salariati e pensionati.

– la necessità immediata di un nuovo prestito, che dovrebbe provenire sia dalla UE-BCE o dal Fondo monetario internazionale o da entrambi, dal momento che tutti i possibili alternativi partner di finanziamento – nei nostri colloqui paralleli durante i negoziati – hanno sottolineato la necessità di un accordo all’interno della zona euro come una precondizione per iniziare una discussione sulla futura assistenza finanziaria. Questo nuovo prestito concesso dagli stessi creditori sarebbe ancora accompagnato da un nuovo memorandum.

Purtroppo, per motivi di sopravvivenza politica, i nostri ex compagni non riconoscono l’esistenza del ricatto di cui sopra, pur non riuscendo a presentare un piano concreto alternativo e coerente per una cosiddetta “uscita popolare” dall’Euro. Dopo aver per sei mesi preso parte alle posizioni governative e ad alto livello ministeriale, hanno improvvisamente scoperto che i loro compagni sono diventati in una notte “traditori” o “sostenitori del memorandum”. La loro decisione di dividere la maggioranza di governo ci ha indotto a scegliere la strada delle elezioni straordinarie, dal momento che per noi sarebbe politicamente devastante dipendere in Parlamento dai voti dei partiti del vecchio establishment neoliberale (Nuova Democrazia, Potami, PASOK).

Cosa succede ora?

C’è in effetti un’alternativa, quella sostenuta dal governo. La Sinistra è un potere sociale e politico che si batte costantemente per cambiare la realtà, senza “fuggire” da essa, e la sua dinamica è direttamente collegata alle esigenze, alle aspirazioni e ai valori degli strati popolari della società. Senza tentare di nascondere i nostri errori e problemi, abbiamo un compito difficile ma significativo dinnanzi a noi.

La nostra massima priorità è quella di evitare una catastrofe sociale e attenuare le conseguenze del gravoso accordo sui settori più deboli della popolazione. Al fine di raggiungere questo obiettivo, stiamo elaborando un programma governativo che prevede contromisure sociali, coerente con la legislazione pro-sociale degli ultimi sette mesi, e allo stesso tempo intensifica la nostra lotta contro l’evasione fiscale, la corruzione, il commercio illegale, etc. Nello stesso tempo, come previsto nell’accordo, spingiamo verso la trattativa finale sulla questione strategica del debito.
La precondizione fondamentale per raggiungere tali obiettivi e lavorare a un piano per superare l’attuale difficile situazione, è la vittoria di Syriza alle prossime elezioni, in modo da continuare la lotta per lo smantellamento del vecchio establishment e la sopravvivenza della maggioranza sociale, anche nell’attuale vincolante quadro di controllo. Noi di sinistra non abbiamo il diritto di abbandonare il nostro paese nelle mani dei criminali politici che hanno distrutto e saccheggiato il nostro popolo negli ultimi decenni.

Per vincere questa battaglia, stiamo invitando tutti i membri e gli amici di SYRIZA dentro e fuori il nostro Paese a fare di tutto per aumentare la nostra solidarietà e unità, per vivere all’altezza delle aspettative e dei doveri storici che abbiamo intrapreso verso il popolo greco e i popoli d’Europa.
Noi entreremo nella battaglia elettorale con tutta la nostra forza e determinazione, convinti che la finestra della speranza non sia chiusa e che – attraverso la nostra lotta comune per l’ampliamento socio-politico del fronte europeo contro l’austerity- possiamo approfondire le crepe che si sono aperte nella costruzione neoliberista. I nostri rivali, i rappresentanti dell’establishment autoritario neoliberista, potrebbero aver vinto una battaglia, ma la guerra continua.

Con il nostro più caloroso, fraterno saluto,

Yiannis Bournous – Membro della segreteria politica di SYRIZA
Responsabile della politica europea, relazioni internazionali, politica estera e di difesa, diaspora greca.

Traduzione italiana a cura di Daniela Passeri

BENVENUTO? di Cecilia Strada

C’è un uomo, sul molo, in pantaloni scuri, panciotto e cravattino. Un uomo di tre anni, forse quattro, che ci corre incontro sorridendo, orgoglioso del suo completo elegante. Spiegazzato, un po’ salato, ma elegante. Il piccolo uomo è sbarcato con altre 372 persone ad Augusta, nella provincia di Siracusa. Il giorno dopo ne arriveranno 110, e poi altri ancora: quasi 70 mila persone sono sbarcate in questa provincia negli ultimi due anni. Sotto le tende, sul cemento del porto, ci sono donne col pancione, uomini con lo sguardo fisso o con il sorriso largo, qualcuno chiede in prestito una penna e «te la riporto, promesso!», molti chiedono: «Sei un medico? Il mio amico non si sente bene», qualcuno ha un po’ di vestiti in un sacchetto di plastica, qualcun altro niente.
Da due anni Emergency lavora per assistere le persone che sbarcano in questa provincia, curando chiunque ne abbia bisogno con un ambulatorio mobile presso il Centro di accoglienza Umberto I, e ora li guardiamo in faccia anche qui: al molo di Augusta. È la fine di un viaggio e l’inizio di un viaggio nuovo: quello per chiedere asilo, per raggiungere parenti e amici che già vivono in Europa, o il viaggio per costruirsi un futuro lontano da fame, guerra, persecuzioni. Alla fine della giornata torniamo a casa e apriamo i giornali, accendiamo la televisione o i social network. E lì troviamo un altro mondo, molto distante dal bambino con il panciotto: troviamo chi li chiama clandestini, chi parla di «emergenza», di «invasione», di «allarme».
Ci chiediamo come si possa sempre chiamare «emergenza» un fenomeno che è costante, strutturale, un fenomeno che – a ben guardare – esiste da che esiste il mondo, perché la storia dell’uomo è la storia delle sue migrazioni.
Ci chiediamo come si possa parlare di «invasione» per i numeri delle persone che raggiungono l’Europa, quando sappiamo che la maggior parte dei rifugiati nel mondo – ben altri numeri – sta nei Paesi circostanti a quelli da cui scappano, non certo in Europa.
Ci chiediamo come si possa lanciare l’allarme malaria o l’allarme scabbia, perché sappiamo bene che la malaria non è contagiosa e che il parassita della scabbia vive già qui, a ogni latitudine, e certo non ha bisogno di essere portato in Italia dal bambino con il panciotto.
Ci chiediamo come si possa far credere ai cittadini italiani che se loro soffrono, se si impoveriscono, se fanno fatica ad immaginarsi un futuro, sia colpa di queste persone che attraversano il mare.
Ci chiediamo se chi soffia sul fuoco della paura, della disinformazione e del razzismo abbia mai guardato in faccia chi sbarca.
Non lo sappiamo: però sappiamo che noi sì, noi li guardiamo negli occhi. Sappiamo i loro nomi e ascoltiamo le loro storie.
Li guardiamo in faccia quando sono al di là del mare, li aiutiamo nei campi profughi e nei nostri ospedali per le vittime della guerra e della povertà.
Li guardiamo in faccia quando sono al di qua del mare e si rivolgono ai nostri ambulatori.
Li guardiamo quando scendono da una barca e mettono piede in Italia, un passo che può essere la fine di un incubo ma che non è mai l’inizio di un sogno.
Li guardiamo, li ascoltiamo, li curiamo. E a volte diciamo, con la lingua dei gesti che supera ogni muro e ti fa capire dai bambini di tutto il mondo: «Hai ragione di esserne fiero. È proprio bello, il tuo panciotto»
(Cecilia Strada – Presidente di Emergency – “Emergency” n. 75 – Giugno 2015)

A Milano l’Authority dell’acqua. Commento di Emilio Molinari

Il Corriere della Sera.
Lunedì, 3 agosto 2015 – 08:38:00
Expo, Sala e MM a braccetto: “A Milano l’Authority dell’acqua”
Expo, Giuseppe Sala lancia la proposta: “Fare assegnare a Milano l’authority dell’acqua”. Auspicio raccolto da MM: “Campagna di sensibilizzazione per costituire un hub di cooperazione”
“A me sta molto a cuore anche il tema dell’acqua: mi auguro che il governo, le aziende e tutti i soggetti, istituzionali e non, trovino la strada per ottenere l’assegnazione dell’Authority dell’acqua a Milano. Darle sede dove si era fatta l’Expo avrebbe un grande valore simbolico”. Così Giuseppe Sala in un’intervista al Corriere della Sera. Il commissario unico di Expo ribadisce l’auspicio che “governo, aziende” e Istituzioni “trovino la strada per ottenere l’assegnazione dell’Authority dell’acqua a Milano”.
E da MM arriva una pronta risposta: “Salutiamo con favore l’auspicio del Commissario Unico Giuseppe Sala perché uno dei lasciti di Expo sia l’assegnazione a Milano dell’Authority dell’Acqua”, dichiarano Davide Corritore e Stefano Cetti rispettivamente presidente e direttore generale di MM commentando le recenti dichiarazioni del commissario di Expo 2015. “Non a caso lo scorso 22 luglio abbiamo presentato – insieme a Ato Città di Milano e Utilitalia – il Contributo alla Carta di Milano sul tema Acqua. Sentiamo la sfida di portare acqua pulita e sicura in tutte le parti del mondo come un nostro impegno morale. Dobbiamo vivere come un nostro dovere la risoluzione del tema legato alla scarsità della risorsa idrica presente in diverse parti del pianeta. L’Italia è il paese che deve ospitare questa nuova Autorità. Milano è la città ideale nel mondo perché l’Authority perché presenta un’altissima concentrazione di saperi legati ai problemi idrici. Il nostro Paese ospita già la FAO a Roma e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare a Parma senza dimenticare che a Perugia l’Unesco è presente con un suo ufficio impegnato proprio sui temi dell’acqua. Ci associamo all’invito del Commissario Sala perché in primis il Governo si impegni in prima persona in questa battaglia – non solo ideale, ma concreta – perché porterebbe vantaggio all’immagine di Milano, dell’Italia rendendo questo territorio strategico e attore principale della ricerca della soluzione al problema numero uno che il mondo dovrà affrontare con sempre più coscienza nel prossimo futuro: l’emergenza idrica. Per preparare il terreno occorre però che sia avviata sin da subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini perché prendano sempre più coscienza dell’importanza di arrivare a costituire un hub di cooperazione a Milano che metta a patrimonio di tutte le soluzioni tecnologiche più utili per risolvere i problemi legati all’acqua. Risolvere questo problema nel mondo vuol dire garantire il nostro futuro domani”, concludono Corritore e Cetti.

L’autority mondiale dell’acqua.
Lunedì, 3 agosto il Corriere della Sera in pagina milanese titolava:
Expo, Sala e MM a braccetto: “A Milano l’Authority mondiale dell’acqua”
Bene. Sono dichiarazioni che prendiamo sul serio. Impegnative per chi si assume l’impegno di realizzarle. Necessitano di volontà politica, di governi, di municipalità del mondo e delle NU. Una sfida per tutti.
Non so cosa intendano per Autorità mondiale dell’acqua Giuseppe Sala e Davide Corritore. Sicuramente su Expo la pensano molto diversamente dal sottoscritto e dalle associazioni che hanno realizzato i due Convegni internazionali tenutesi a Milano il 7 febbraio e il 26/27 Giugno: “Nutrire il pianeta o le multinazionali?”. Convegni nei quali abbiamo criticato con forza Expo, l’assenza del tema dell’acqua, il ruolo di Nestlè, delle multinazionali e abbiamo con la stessa forza posto la proposta di Milano sede mondiale del diritto universale all’acqua. Non so se nei movimenti e nelle associazioni italiani e internazionali, la pensano tutti allo stesso modo su questo argomento. E’ un dibattito aperto. Il Contratto Mondiale dell’acqua l’ha posto, il Forum Italiano dell’Acqua, le reti internazionali, Via Campesina, Red Vida ecc…ne stanno discutendo.
So che c’è chi pensa che sarebbe l’ennesima operazione di cosmesi da parte di istituzioni, nazionali ed internazionali, ormai screditate.
Ma so con certezza che la necessità di un organismo mondiale dell’acqua, pubblico e legittimo, e di un Protocollo mondiale che ne concretizzi il diritto universale, è una proposta che parte dalle reti dell’acqua e dall’associazionismo che opera nella solidarietà internazionale e sui Beni Comuni. Che sta scritto nelle dichiarazioni dei movimenti ai Forum Sociali Mondiali di Caracas, Manaus, Tunisi e nei Forum Mondiali Alternativi dell’acqua di città del Messico, Istanbul, Marsiglia.
So che lo impone la consapevolezza del disastro idrico prodotto dal modello di sviluppo e dall’assalto a questo bene da parte dei privati e delle multinazionali.
So che da 15 anni la “governance privata” del Forum Mondiale dell’acqua, presieduta da Suez e Veolia, rappresenta la resa dei governi e delle istituzioni internazionali agli interessi delle multinazionali e alla monetizzazione di un bene dal quale dipende la vita.
So che oggi è un Papa con una Enciclica a dichiarare: “…avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani…..”
So che a diversità di altre questioni come l’alimentazione, l’infanzia, la sanità ecc…per l’acqua, da cui dipende tutto, non esiste nessuna agenzia o organismo dell’ONU e nessun Protocollo mondiale.
Infine sono convinto che le battaglie dell’acqua siano state e sono, il principale elemento di resistenza mondiale al pensiero unico liberista.
Perciò, credo di poter dire che le affermazioni di Sala e Corritore, sono anche il frutto di quanto hanno sedimentato nelle coscienze, la narrazione dell’acqua, il suo movimento e il referendum del 2011.
Ebbene l’Autorità mondiale dell’acqua, dove stabilirvi la sede dopo Expo, il rapporto tra questa scelta e la ventilata idea di un nuovo polo universitario milanese nell’area Expo, oggi sono solo dichiarazioni di intenti, ma anche un punto ormai un fatto, ineludibile nel dibattito politico, che deve dar seguito ad atti istituzionali concreti e dalla prospettiva di un vero e proprio Protocollo tra gli Stati sul diritto all’acqua.
Tutte cose sulle quali ci dovremmo confrontare in un percorso che spero sia accompagnato dalla volontà di coinvolgere politica e movimenti, pur sapendo che non mancheranno visioni diverse e scontri politici.
Per concludere, penso che nel percorso inevitabilmente si confronteranno due culture:
– quella che mette al centro delle risposte ai grandi problemi del nostro tempo: la globalizzazione del paradigma tecnocratico (per dirla con il Papa). Ovvero la convinzione che solo la tecnologia può dare risposta alla fame, alla sete e al benessere dell’umanità. Che quindi bisogna affidarci a coloro che la possiedono e ai capitali per svilupparla, ovvero alle multinazionali.
– Oppure quella che mette al centro: la globalizzazione del paradigma del DIRITTO UNIVERSALE. Che consegna quindi alla sovranità dei popoli, alla partecipazione e alla politica, la missione di dare risposte alle ingiustizie mondiali.
Non sarà un facile confronto, ma ora c’è una dichiarazione con cui misurarci.
Emilio Molinari 27 Agosto 2015

I caporali

Il governo Renzi tra il 2014 e il 2015 ha dimezzato i controlli nelle aziende italiane: da 221.476 a 106.849, nonostante le aziende in condizioni irregolari siano all’incirca un terzo delle controllate.Questa precisa scelta politica di non portare alla luce le irregolarità e le violazioni di legge che si verificano nelle aziende ha un preciso significato: il governo Renzi ha stabilito che vi è la licenza di caporalato, che le leggi possono essere tranquillamente trasgredite a scapito della sicurezza e delle condizioni di vita dei lavoratori.Dopo la sequela di lavoratrici e lavoratori morti che abbiamo avuto nelle campagne italiane, il governo ha pianto lacrime di coccodrillo ma la situazione è rovesciata: questo governo è complice degli assassini sul lavoro!
Sono dei criminali che nascondono i loro atti dietro le loro parole vuote. E questi sarebbero di sinistra?

Paolo Ferrero

Rinnovato appello per una delegazione in Sud Kurdistan (Erbil, Makhmur, Senjar) e nel Rojava.

Rinnovato appello per una delegazione in Sud Kurdistan (Erbil, Makhmur,
Senjar) e nel Rojava. In allegato, un vecchio articolo di Dino Frisullo.
Questo è il programma del viaggio, lo sapete, ma a noi piace martellarvi!
APPELLO PER UNA DELEGAZIONE IN SUD KURDISTAN E IN ROJAVA
Si parte il:
26 settembre 2015
Si torna il:
6 ottobre 2015

Info per il bonifico bancario: Associazione MEDIAZIONE Onlus
Cariparma – 00352 Sede di Alessandria

IBAN: IT35NO623010430000046539887

Causale: partecipazione alla delegazione in Sud Kurdistan e in Rojava

Chi intende partecipare alla delegazione, è pregato d’inviare, al più presto, la cifra di euro 800,00, necessaria per l’acquisto dei voli aerei.

Saremo nelle antiche terre di Mesopotamia dal 26 settembre al 6 ottobre 2015…

Una delegazione italiana promossa dall’Associazione “Verso il Kurdistan”, in collaborazione con Rete Kurdistan Italia, partirà sabato 26 settembre per il Sud Kurdistan e il Rojava e rientrerà in Italia martedì 6 ottobre 2015.

Lo scopo della delegazione è quello d’incontrare movimenti, partiti, Parlamento del Sud Kurdistan e portare gli aiuti per sostenere il progetto “Hevi U Jiyan – la speranza e la vita” per completare la realizzazione di un ospedale nel Campo profughi di Makhmur.

Vogliamo inoltre conoscere in modo approfondito, l’esperienza delle comunità indipendenti del Rojava, l’autogestione, le cooperative sociali, la pratica realizzazione della democrazia di genere e dal basso che lì si sta sperimentando, pur in una situazione di estrema difficoltà dovuta alla guerra in corso.

Avremo con noi un’interprete di lingua kurda.

A questo appello ne seguiranno altri con maggiori dettagli logistici.

Ipotizziamo un costo complessivo tra voli, pernottamenti, pranzi, spostamenti ed interprete che potrà variare tra i 1.200 e i 1.400 euro (per risparmiare sul costo dei voli aerei, occorre però accelerare con la prenotazione dei voli). Il viaggio verrà realizzato con il costo più contenuto possibile, ma sarà importante anche il numero dei partecipanti che contribuirà ad abbassare l’importo delle spese comuni.

Per informazioni e prenotazioni (da effettuarsi entro il mese di luglio 2015):
– Lucia (333/5627137)
– Antonio (335/7564743)


 

Allegato:

Alla Presidenza
del Consiglio della Provincia autonoma di Trento
Trento
c. a. del dott. Bruno Dorigatti

Come anticipato telefonicamente, Vi sottoponiamo il Progetto “Hevi U Jiyan – La speranza e la vita” per la costruzione di un ospedale nel Campo profughi di Makhmura
Contesto storico

Dal 1984, è in corso un conflitto tra la guerriglia del Pkk e lo Stato turco.
Nel corso di questo conflitto che ha prodotto oltre 40 mila morti, esercito e paramilitari – cosidetti “guardiani di villaggio” – sono stati evacuati, con la forza, i villaggi di confine dove vivevano ed esercitavano la loro attività contadini e pastori. Questo avveniva ovviamente contro la volontà degli abitanti.

In quegli anni, la violenza dei militari e dei “guardiani di villaggio” era molto forte.
Il governo accusava gli abitanti di quei villaggi di sostenere e aiutare i guerriglieri,
di rifocillarli e di proteggerli.
C’erano molte operazioni militari nei villaggi.
Chi veniva arrestato, subiva la tortura. Molti venivano uccisi o riportavano danni permanenti. I militari massacravano senza pietà gente innocente.
Spesso i villaggi venivano bombardati o dati alle fiamme dall’esercito.
Vigeva il divieto di parlare la lingua kurda e d’insegnare la cultura kurda.

Agli abitanti dei villaggi, i militari hanno prospettato due sole strade: abbandonare le loro case, le loro terre, i loro pascoli, oppure bruciare insieme alle loro case!

In quegli anni, la politica del governo turco era stata sostanzialmente quella di “togliere l’acqua ai pesci”, ovvero di distruggere i villaggi di montagna e costringere la popolazione a migrare, in modo d’isolare la guerriglia, privarla dei ripari e dei supporti logistici che potevano fornirgli gli abitanti dei villaggi di montagna.
Nel corso degli anni ’90, ben 4.500 villaggi kurdi sono stati bombardati e distrutti dall’esercito turco e dai “guardiani di villaggio”; sono stati creati così 5 milioni di profughi costretti ad abbandonare tutto e vivere nelle bidonville delle grandi metropoli turche, come ad Istanbul, Ankara, Smirne..

Così nel marzo del 1994, dai villaggi di confine delle province di Sirnak ed Hakkari, sono fuggiti verso il Sud Kurdistan in circa 20 mila, attraversando le alte montagne innevate che separano la Turchia dall’Iraq, uomini, donne, bambini e vecchi. In quella traversata, morirono oltre 300 persone e 600 furono ferite dalle bombe, dal gelo e dalle mine.
Makhmura, un campo in mezzo al deserto

Arrivati in Sud Kurdistan, cambiarono ben 8 accampamenti: prima si sono installati a Seranis, poi a Biher, dopo a Bersiv, Etrus, Gelye, Kiyamete, Ninova, Nehdara e, infine, nel 1998, i profughi sono arrivati a Makhmura, nella provincia di Mussul, in pieno deserto, a 400 chilometri da Baghdad.
All’inizio del 1997, circa 5 mila persone avevano lasciato il campo per andare ad installarsi nei campi di Semel, Misirik e Kasrok.

Per molti mesi, i profughi e le loro famiglie hanno subito una specie di isolamento: il governo turco e il governo iracheno hanno steso un cordone sanitario intorno al campo di Makhmura e, più volte, hanno minacciato di distruggerlo

Malgrado tutto questo, oggi a Makhmura vivono circa 12 mila profughi, di cui 1.000 bambini sotto i 4 anni e 4.000 tra i 5 e i 17 anni

All’inizio, Makhmura era senz’acqua. Profughi abbandonati alla loro sorte. C’erano solo serpenti e scorpioni. Molta gente è morta di sete e di dissenteria. Molti bambini sono morti in seguito ai morsi degli scorpioni.

Ma la gente di Makhmura ha avuto la capacità di resistere e di affrontare numerose difficoltà.
Oggi, dopo anni di sacrifici, il Campo è diventato un luogo vivibile.
Hanno piantato alberi e dissodato terreni per la coltivazione e avviato l’allevamento del bestiame.

Politicamente, gli abitanti del Campo di Makhmura sono profughi e, pertanto, sono sotto la protezione delle Nazioni Unite. Con Saddam, sono stati sotto il controllo del regime di Baghdad, poi sono passati sotto quello del governo regionale del Kurdistan del Sud.

Makhmura è oggi una comunità autogestita.
A Makhmura, si insegna il kurdo kurmangi, il kurdo sorani e l’inglese.
La sicurezza interna del campo è garantita dalle forze di autodifesa.
Il sistema educativo è a carico degli insegnanti del Campo che si sono laureati nelle università irachene e che hanno accettato di prestare lavoro volontario a Makhmura; stesso discorso vale per i medici del Campo.
Tutte le attività – pulizia strade, biblioteca, attività edilizie pubbliche – sono autogestite dagli abitanti del Campo.

Oggi, per gli abitanti di Makhmura, non ci sono le condizioni per far ritorno in Turchia, nonostante pressioni di vario genere: i loro villaggi sono distrutti; la guerra in Turchia non è finita; il sistema dei guardiani di villaggio non è stato eliminato; la discriminazione etnica non è finita; non sono finite le esecuzioni extragiudiziali; non c’è la libertà di esprimere le proprie idee; la lingua kurda non viene insegnata nelle scuole..

Malgrado tutte le difficoltà, gli abitanti di Makhmura vogliono continuare la loro vita nel Campo. La loro municipalità è riconosciuta ufficialmente dal governo centrale dell’ Iraq e dal governo regionale di Kurdistan.

Oggi, la municipalità di Makhmura è formata da 21 consiglieri e da un sindaco. Il sindaco e i consiglieri lavorano con grande spirito di sacrificio. La municipalità di Makhmura dipende direttamente dall’Assemblea popolare democratica di Makmura: la municipalità e i diversi servizi si avvalgono della partecipazione del popolo e si autogestiscono.

Sono stati realizzati dei campi di calcio, per il basket ball e il voleyball.
E’ stato costruito un acquadotto e dei canali per purificare l’acqua salmastra del campo, ma con scarsi risultati.
Vogliono costruire un grande parco per gli abitanti, ma non l’hanno ancora realizzato per mancanza dei fondi.

Per il futuro, hanno bisogno di un centro moderno per le attività culturali, artistiche e teatrali.
C’è bisogno di costruire anche nuove strade .

A causa delle condizioni ambientali (come la polvere, il caldo, la polluzione dell’acqua ecc.), a Makhmura ci sono molto malattie. Queste malattie riguardano soprattutto le donne e i bambini. I casi del cancro sono aumentati e hanno causato molte morti. Quasi tutti gli abitanti hanno problemi ai reni a causa dell’acqua sporca. Le morti per crisi cardiache, dovute alle condizioni di vita qui in mezzo al deserto, sono aumentate. Malgrado tutte queste malattie non hanno un ospedale che possa coprire i fabbisogni della popolazione del Campo.
Nel piccolo ambulatorio, aperto per sole quattro ore giornaliere, c’è soltanto una macchina per fare le analisi del sangue e null’altro. Il medico inviato dallogoverno, arriva saltuariamente al Campo e non parla il kurdo. Eccetto qualche medicinale di base, non ci sono medicinali sufficenti nel Campo. Per i parti o in caso di gravi malattie, la gente del Campo va da medici privati e paga di tasca propria.
Questo è il progetto economico per la costruzione dell’ ospedale che avverrà su un’area di 400 mq.
1- Mattoni: (8,000,000 ID) 6500$
2- Cemento: (5,000,000 ID) 4065$
3- Sabbia e sassi (ciottoli) : (5,000,000 ID) 4065$
4- Ingessatura : (1,500,000 ID) 1220$
5- Piastrelle di maiolica: (3,000,000 ID) 2440$
6- Soffitto: (3,000,000 ID) 2440$
7- Finestre : (4,000,000 ID)3250$
8- Porte: (3,000,000 ID) 2440$
9- Impianto elettrico : (3,000,000 ID) 2440$
10- Tubazioni per l’acqua: (4,000,000 ID) 3250$
11- Impianto di areazione : (8,000,000 ID) 6500 S
12- Ferri e forme: (12,000,000 ID) 9750$
13- Costo Operai: (20,000,000 ID) 16,250$
TOTALE: (79,500,000 ID) 64,610$ = Euro 55 mila

NOTA: Questo progetto riguarda soltanto la costruzione dell’ ospedale. Per le attrezzature, rimane aperto il problema: occorrono macchine come Ultrasound(U/S), ECG ve X-ray, ecc.
La realizzazione di questo progetto è iniziato a Makhmura nel 2013, con un nostro primo contributo di 10 mila euro; ad ottobre del 2014, la nostra delegazione ha consegnato al Sindaco del Campo di Makhmura, ulteriori 15 mila euro ed ha inviato un tir di attrezzature sanitarie donate dagli ospedali di Carpi e di Mirandola per un totale di 60 mila euro.
I lavori dell’ospedale hanno subito dei rallentamenti perché il Campo era stato attaccato e conquistato dall’ISIS, ma i guerriglieri del Pkk l’hanno ripreso.
All’appello, mancano ancora, ai fini del completamento della struttura, 30 mila euro.
Speriamo in un Vs. aiuto per consegnare entro quest’anno o per il prossimo, l’ospedale agli abitanti di Makhmura.

2 maggio 2015
In fede, Antonio Olivieri, Presidente dell’Associazione Verso il Kurdistan Onlus

Vi chiediamo visitare il nostro campo con i vostri medici e ascoltare i problemi dei malati. Se potete aiutarci anché per avere le macchine del ospedale saremo molto felici. Vi ringraziamo molto per tutte la vostre aiuta.

NB DI LERZAN : Sopra c’è l’elenco delle macchine per l’ospedale in inglese.

Sotto del elenco delle macchine, il sindaco ha scritto che vi ringrazia dalla parte del popolo e vi dice tanti auguri per i vostri lavori.

Se 25 anni vi sembran pochi…

Agli inizi di Agosto si è riunito a Città del Messico il Foro di Sao Paulo, il consesso della sinistra latino-americana nelle sue ampie sfumature. Molta acqua è passata sotto i ponti da quando nel 1990 in Brasile uno sparuto gruppo di partiti e movimenti diede vita a questo importante consesso. In tutto il continente c’era solo un partito di sinistra al governo (e al potere), il Partito Comunista di Cuba. Oggi, 25 anni dopo, in più di 10 paesi sono al governo i partiti che ne fanno parte. E la sinistra continentale con regolarità, si incontra, discute ed elabora un piano di azione comune che ha permesso di fare passi da giganti e trasformazioni sociali e politiche significative. Ma lungi dall’essere tutta rose e fiori, non c’ è alcun dubbio che la congiuntura politica latino-americana è caratterizzata dalla contro-offensiva della destra continentale e degli Stati Uniti che si mantiene e si approfondisce.
Senza dimenticare le molte conquiste positive ottenute fino ad oggi, conquiste che hanno modificato sensibilmente le condizioni materiali di vita di milioni di persone, sembra utile identificare alcune aree problematiche dell’immediato futuro.

Golpe a bassa intensità

La contro-offensiva assume toni e caratteri diversi nei diversi Paesi del continente, ma c’è un filo comune che la evidenzia se si guarda nella sua interezza l’esperienza del continente. La differenza con il passato è che oggi appare molto più raffinata ed intelligente.
Se sembrano lontani i tempi dei golpe sanguinari, fatti dai militari con i carri armati per instaurare dittature civico – militari, oggi a farla da padrone nei “think tanks” di Washington è la strategia dei “golpes blandos”, dei “golpe a bassa intensità” . Almeno fino a nuovo ordine. Negli scorsi anni lo si è visto nel caso dell’Honduras e del Paraguay (dove i golpe istituzionali sono riusciti), così come in Venezuela ed Ecuador (dove sono falliti). Ma, come si è visto in questi ultimi mesi, non sono certo passati di moda.
Oggi, parafrasando un’espressione cara alla sinistra di altri tempi, la destra usa una “combinazione delle forme di lotta” in misura crescente rispetto al passato. E’ così che capitale finanziario (fondi avvoltoi contro l’Argentina, manipolazioni cambiarie e speculazione sulla moneta in Venezuela, etc.), pressione diplomatica, rafforzamento della presenza militare col pretesto della “guerra alla droga” ed al “narco-terrorismo” (Messico e Colombia), operazioni di “guerra psicologica”, si articolano con omicidi selettivi di dirigenti politici e sociali (Venezuela, El Salvador), con l’uso della delinquenza comune (El Salvador) e delle bande paramilitari (Honduras, Venezuela ) per incutere terrore, con le mobilitazione di piazza (Brasile, Ecuador), con il sabotaggio economico e l’accaparramento dei beni di prima necessità per provocare malcontento nella popolazione (Venezuela), rivendicazioni autonomiste (Bolivia), e tentativi di fratture istituzionali.

Le toghe contro

I “golpe a bassa intensità” hanno oggi una nuova freccia al proprio arco: il potere giudiziario, nella sua quasi totalità ancora dominato dai soliti “poteri forti”, che agisce per azione o omissione a seconda degli scenari (El Salvador, Brasile). In El Salvador, ad esempio, i solerti giudici della Sala Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia cercano di strangolare finanziariamente il governo, dichiarando incostituzionale l’emissione di Buoni del Tesoro per trovare risorse da destinare alle politiche sociali. E nel frattempo difendono la “libertà d’espressione” di una dozzina di militari arrestati perché volevano marciare fortemente armati verso il parlamento per esigere un aumento di stipendio.
E la “lotta alla corruzione” si trasforma in cavallo di battaglia dei tribunali al servizio della destra politica ed economica, con Washington che dispensa patenti di “trasparenza e moralità”. Il caso del Brasile è il più evidente, ma non il solo. Si accusano di corruzione i governi progressisti, spesso senza uno straccio di prova, grazie ai media che si ergono a veri e propri tribunali paralleli, fuori dalle aule di giustizia competenti, condannando anzitempo e preparando l’ambiente per gli attacchi del potere giudiziario. Non si tratta di negare casi di corruzione anche a sinistra (che devono essere perseguiti e condannati senza mezzi termini), ma di non essere ingenui sull’uso strumentale che viene fatto di un tema così sensibile.
Si sa, la memoria è corta, e si trasforma in un problema dell’oggi, un tema fisiologico del sistema capitalista. Si passa una spugna sul passato di corruzione, occultando gli intrecci perversi tra potere economico, potere politico e potere giudiziario che hanno contraddistinto, tra gli altri, gli anni dell’orgia neo-liberale e dell’assalto alla diligenza, con le privatizzazioni delle imprese pubbliche. Il Cile di Pinochet ne è il caso più sfacciato, con una dozzina di famiglie dell’oligarchia arricchitesi all’ombra della dittatura, e tuttora impuni grazie al “patto di transizione” alla democrazia.

Colombia: un conflitto senza fine

Forte la preoccupazione della sinistra latino-americana sulla situazione del conflitto in Colombia, che va avanti da più di mezzo secolo. Nonostante le speranze aperte dal dialogo tra il governo e la guerriglia delle FARC-Ep (e la possibilità di allargarlo all’altro gruppo guerrigliero dell’ELN), le cifre del conflitto sociale ed armato sono drammatiche. Nel Paese ci sono circa sei milioni e mezzo di rifugiati interni a causa del furto delle terre, a suon di omicidi, minacce e pressioni di diverso tipo. I dati della Fiscalía (Procuratorìa), ovvero di una istituzione statale, parlano di almeno cinquantamila detenuti desaparecidos, quasi il doppio di quelli che conosciamo nel caso della dittatura argentina.

Risultati immagini per conflitto colombiano

Gli esiliati all’estero sono quasi mezzo milione ed i prigionieri politici più di 9000. Rispetto alle esecuzioni extra-giudiziarie realizzate dalle Forze Armate dal 2002 ad oggi, (in poco più di 10 anni), si parla di più di 5.500 casi: si tratta di civili innocenti uccisi e poi spacciati per guerriglieri per dimostrare l’efficacia dell’azionare militare. Li si conosce come falsos positivos, ed è una delle tipologie di desaparición forzata.

La guerra mediatica

L’elemento sovra-ordinatore è l’uso spregiudicato dell’artiglieria mediatica, che non fa prigionieri.
Sul ruolo del “partito dei media” come forza d’opposizione ai governi “progressisti” della regione sono stati versati fiumi di inchiostro. Il “senso comune” è oggetto di manipolazione costante. La concentrazione e i “latifondi mediatici”, il ruolo delle “corporations” nella strategia di destabilizzazione sovranazionale, il moderno uso delle “reti sociali” sono elementi strutturali del potere e della sua contro-offensiva continentale. Torna d’attualità la frase di Malcom X, pronunciata negli anni ’60. “Se non stai attento ai media, finiranno per farti odiare gli oppressi ed amare gli oppressori “.

Anche grazie ai media, sul piano politico la destra continentale è riuscita a rompere gli argini ed a guadagnare all’opposizione al governo venezuelano (e non solo) alcuni settori della ex-socialdemocrazia mondiale (dal brasiliano Fernando Enrique Cardoso, al cileno Ricardo Lagos, dall’argentino Hermes Binner, fino allo spagnolo Felipe Gonzales). Clamoroso il caso di Isabel Allende, (figlia di Salvador Allende e Presidente del PS cileno) che è arrivata a definire come “dittatura militare” il processo venezuelano e a chiedere la liberazione dei cospiratori golpisti in quanto “prigionieri politici”.

Errori, sviluppismo e tecnocrazia

Ma non è tutta farina del sacco dell’avversario.
A questa contro-offensiva, nel bilancio complessivo si sommano gli errori ed le “criticità” di alcuni dei governi “progressisti” che, inoltre, hanno meno risorse economiche a disposizione a causa della crisi economica mondiale.

Il primo elemento critico è una certa inerzia, fatale per i processi di cambiamento. Inerzia che colpisce diverse sfere della vita politica, economica, sociale e culturale. Quasi un adagiarsi e dormire sugli allori delle molteplici ed innegabili conquiste sociali.
Una inerzia che smobilita e indebolisce la partecipazione politica. E’ pur vero che da quando è iniziato il ciclo delle vittorie elettorali, la sinistra non ha mai perso in nessuno dei Paesi. Ma oggi le condizioni sono profondamente diverse dal passato e le prossime sfide elettorali sono tutt’altro che in discesa.
Un solo dato per tutti: l’impatto della crisi mondiale e la contrazione della domanda cinese (ed europea) con cui fare conti, in una regione in cui il gigante asiatico è sbarcato da tempo con un peso specifico estremamente significativo .
Ed il crollo dei prezzi delle “commodities”, a partire dal petrolio il cui valore di mercato si è dimezzato in pochi anni, hanno ridotto drasticamente le risorse per le politiche sociali.

Il secondo elemento è il processo di integrazione continentale, ancora troppo lento. Basti pensare alla “Banca del Sud”, lanciata nel lontano 2008, quando era ancora in vita sia Hugo Chávez, che Nestor Kirchner e che ancora stenta a decollare. Nel dibattito c’è coscienza della necessità vitale dell’integrazione come scudo e strumento di autodifesa rispetto alla crisi internazionale. Ma allo stesso tempo, manca un programma di integrazione e complementarietà dal basso, non solo economica, ma anche sindacale, sociale e culturale. Se la complementarietà muove i primi passi nella discussione tra i governi, è ancora troppo incipiente nelle organizzazioni della sinistra e nei movimenti sociali.

Non manca una certa visione tecnocratica presente in alcune esperienze di governo, dall’alto verso il basso, che non aiuta il dialogo con settori che rischiano di finire nelle braccia dell’avversario. Questo permette alla destra di cercare di cooptare alcuni movimenti sociali senza risposte adeguate da parte dei governi. Una destra moderna , spregiudicata, che adotta una posizione strumentale e camaleontica. Adotta il linguaggio della sinistra moderata e, se serve, si allea con settori della “ultra sinistra” che fa di tutto per radicalizzare. Parla di ambientalismo e si allea con le “popolazioni indigene”, si riempie la bocca di diritti umani e di libertà d’espressione.

A Città del Messico era evidente la preoccupazione per la crisi nell’Unione Europea, per il suo impatto sulle popolazioni dell’Europa e sulle economie dell’America Latina e dei Caraibi. Così come un rinnovato interesse per le sorti della sinistra nel vecchio continente con una attenzione verso la situazione della Grecia e delle prossime scadenze elettorali in Spagna, Portogallo ed Irlanda.

Quale sviluppo nel “socialismo del XXI° secolo” ?

Ma tornando in America Latina, il punto centrale rimane quello del “modello di sviluppo”, ancora basato sull’estrattivismo delle risorse naturali, (con la conseguente “ri-primarizzazione” dell’economia senza capacità significativa di valore aggiunto) e su un certa concezione “sviluppista”. Certo l’impatto della crisi sui bilanci dei governi progressisti impone la necessità di “far cassa”, e non si va troppo per il sottile per trovare risorse e poter sviluppare politiche pubbliche per soddisfare gli enormi bisogni sociali.
Di certo è facile criticare i governi della destra o moderati per le depredazioni ambientali selvagge. Meno facile e molto più scomodo il “diritto di critica” verso governi post-neoliberali, “progressisti” o governi “amici”. Viceversa, è più facile stare all’opposizione che stare al governo (in molti casi non al potere) e dover agire concretamente in condizioni avverse, organizzando la partecipazione dal basso.
Ma la sostenibilità ambientale ed una relazione armonica tra la presenza umana e la natura non ha nulla a che vedere con un certo “integralismo ecologista” d’accatto. E’ troppo facile liquidare le istanze dei movimenti sociali e di sinistra che mantengono la loro autonomia, come strumentali o al soldo delle destre reazionarie. E nonostante gli anni passati, non sempre la base sociale dei processi di cambiamento conta su di una organizzazione stabile, solida e di massa.

Appare ancora insufficiente il dibattito (e soprattutto le pratiche concrete) sulla contraddizione capitale-natura, sull’utilizzo “sostenibile”delle risorse del sottosuolo (e non solo), sulla diversificazione produttiva. In altre parole sui contenuti del “socialismo del XXI° secolo” come alternativa a questo modello di sviluppo.
Un dibattito urgente, senza possibili scorciatoie.

http://www.forodesaopaulo.com/

– See more at: http://marcoconsolo.altervista.org/se-25-anni-vi-sembran-pochi/#sthash.MFpJWaYK.dpuf

“Quando i Casamonica devastavano il territorio insieme a palazzinari e politici allora erano dei santi”. Intervento di Maurizio Pagliassotti

Mi piace questa storia romana, è gustosa, saporita, tetragona del nostro essere.
C’è tutto: la mafia, i soldi, i preti, i politici, nino rota, i cavalli neri, la pacchianeria manifesta, le ferrari, i borgatari bifolchi.
La patente sospesa all’elicotterista è un elemento stupendo, fantastico, oltre ogni arte, a metà tra il surreale e il comico, adamantina genialità, cielo inarrivabile. Pure gli eterni zingari ci sono.
Pacchetto completo. Ma sopratutto c’è l’indignazione.
Ah, che vergogna, ah che figura, il mondo ride di noi. E le prime pagine del NYT, del Guardian, della BBC, che figura!
Il mondo ride sempre di noi. Quando un turista, un imprenditore, un chiunque, passa dal nostro paese non può che ridere e piangere.
Il territorio devastato, disseminato di cadaveri di cemento, speculazione di grana grossa. La pianura padana, come la periferia romana sono demolite giorno dopo giorno da personaggi come i casamonica. Con il pieno avallo di politici, preti, questori e magistrati. Che, se non plaudono, tacciono. Devastazione e saccheggio, da sempre.
Ah, che vergogna, ah che figura, il mondo ride di noi per il funerale, i petali, i cavalli, il prete e le ferrari.
L’unica domanda che deve far vergognare tutti è come è possibile che i Casamonica siano diventati ciò che sono.
Ma alla Procura di Roma perché nessuno pone questa domanda populista/qualunquista: come è possibile che questi signori siano, escluso il minimo sindacale che gli avete contestato in 40 anni, ciò che sono?
Come è possibile che siano stati lasciati semi indisturbati a distruggere tutto?
E adesso siamo qua, che pensiamo ai cavalli e ai petali, mentre leggo di usura, traffico, prostituzione, tutto.
Ma il Questore non ha nulla da dire sul fatto che possano esistere questi personaggi?
Nell’epoca del controllo totale, delle intercettazioni sistematiche e onnicomprensive, i Casamonica, e infinite altre famiglie, prosperano ancora.
Penso che la famiglia dei Casamonica sia genuinamente sorpresa e disgustata del trattamento a lei riservato da parte di chi li ha sempre protetti e favoriti.