Mese: settembre 2015

Il cordoglio della Sinistra Europea per la morte di Pietro Ingrao

“Forse nei momenti difficili si accende la fantasia”

Il partito della Sinistra Europea esprime il suo profondo rammarico per la morte dello straordinario politico ed intellettuale Pietro Ingrao

Per un secolo, l’Italia ha avuto il privilegio di ospitare il compagno Pietro Ingrao, lo scrittore, poeta e intellettuale, figura di spicco della storia del movimento comunista in Italia, che ha lasciato questo mondo di ieri.

Pietro Ingrao ha aderito al Partito comunista italiano nel 1940 e preso parte alla Resistenza antifascista durante la Seconda guerra mondiale. Dopo la guerra, Ingrao è stato membro del Parlamento dal 1948 al 1994. Dal 1947 al 1957 è stato redattore capo del giornale del partito, L’Unità. Egli sarebbe diventato il primo presidente comunista della Camera dei deputati italiana, ruolo che ha svolto dal 1976 al 1979.E’ stato il portavoce del Pci nel Parlamento italiano dal 1968.

Dal suo primo lungo discorso in occasione della manifestazione di Porta Venezia a Milano il 25 luglio 1943 per celebrare la caduta di Benito Mussolini, fino alla manifestazione per la pace, contro la guerra in Iraq del 2003, è sempre stato in prima linea ed è stato partigiano in ogni passo della sua vita.

Oltre alla militanza politica attiva, Pietro era un intellettuale autentico e prezioso.

Insieme a saggi politici, ha scritto meravigliose poesie sulla vita e sull’individuo, sull’azione collettiva e sulla natura senza fine.

Il Partito della Sinistra Europea unirsi ai compagni italiani in questo profondo dolore per la perdita di questo straordinario esempio di integrità di sinistra e di acuta intelligenza.

Addio Pietro, che la terra ti sia lieve.

“Il viso buono di Sandro è dentro ad ognuno di essi.”

Sandro.
Lo dico senza mezzi termini. Per me è un onore. Quando Giuseppe mi chiama e mi dice che ci sarebbe bisogno anche di me al mercato, che lui cioè il Sandro alle otto sarà già là davanti al banco che vende reggiseni e magliette cinesi, che sarà già là da un pezzo a volantinare ovvero a dare via i bigliettini come dice lui, questa cosa è, lo ripeto, un onore ed un piacere.
Intanto perché vedi cose incredibili. C’è chi rifiuta il mio volantino pure condito da un super sorriso e da un buongiorno grande come il condominio dei quattordici piani che ci sovrasta. Ma l’interlocutore contrito dice “ sa non si arrabbi, ma me lo dà sempre lui, il Sandro. Da almeno quaranta anni. E dunque gli farei uno sgarbo se lo prendessi da qualcun altro!”.
Succede a volte che dopo un oretta e mezza la risma di carta se ne è già tutta andata nelle tasche del popolo. Qualcuno interpellato due volte, svuota la borsa per farti vedere che lui o lei a quel foglio di carta ci tiene. Che lo ha piegato e riposto in fondo alla borsa. Magari che non riuscirà a leggerlo. “ Sa come và! C’è l’età , gli occhiali, le parole troppo piccole, il testo troppo lungo o troppo difficile da capire ormai.
Ma il gesto di prendere il volantino, così come fatto mille volte in mille anni, su quello non si discute. E’ un gesto di affetto per il Sindaco di quel tempo, di attesa ,ora come allora, di un sole dell’avvenire che non è più capace di sorgere.
Certo una volta sulla carta c’ erano proclami bellicosi di lotta, racconti di scioperi audaci e vittoriosi, ora sempre più spesso le parole sono lacrime d ‘inchiostro ed hanno il sapore di battaglie perse già in partenza. Parole antiche che combattono e periscono continuamente nel confronto con i lustrini sciocchi ma fascinosi della modernità.
Così succede alle volte che come questa mattina il freddo dell’ autunno inizi a lasciarti solchi tra le dita, e allora decidi di fare una pausa. Dici “ Hei! Sandro racconta quella volta che tu…, quella lotta perché…, la resistenza di quel giorno…, il valore dei gesti…, la voglia di democrazia vera..”
Sandro se lo sai ascoltare è un fiume in piena , di ricordi certo ma anche di assist verso il futuro, di relazioni condivise, di strette di mano . In molti alla sua età hanno già passato il mazzo di carte, lui no, lui resiste come si resisteva un tempo nei giorni grigi del fascismo alla distruzione dei diritti e delle libertà.
Io rimango convinto che il suo cruccio, il più forte, sia oggi quello di non poter più assistere alle sedute del consiglio comunale. Per poter applaudire ogni intervento del rappresentante del proprio partito. Partito dimagrito, fiaccato da una legge elettorale iniqua , cacciato da tutti i consessi elettivi, locali e nazionali. Eppure ben presente nei gesti di solidarietà, nelle analisi della geopolitica mondiale, nelle battaglie per la pace e per i diritti .
Insomma facciamola corta, alle dieci di mattina i volantini erano già finiti. Un po’ di sole ma proprio poco , diciamo un “quanto basta” come si scrive nelle ricette di cucina inondava i nostri abiti ancora estivi, la nostra perenne voglia di mare e di stelle.
E’ tempo di andare gli dico, andiamo Alessandro. “ Grazie” mi dice, “grazie” ripete. Io non rispondo, non dico nulla, ma mentre salgo sulla bici sgangherata che mi ha atteso davanti al panettiere, penso.
Non te lo dirò mai amico Alessandro. Non te lo confesserò mai, compagno Alessandro. Non lo saprai mai né da me , né da altri, ma è stato un onore questa mattina svegliarmi presto per venire a volantinare con te.
Ps: di solito nei post ci metto una foto. In due ieri mattina abbiamo cercato di fargliela. Di farla a Sandro, naturalmente a tradimento, intento all’opera. Il vecchio telefonino si è rifiutato di ubbidire. Così ho pensato di postare solo la foto dei volantini.
Ma se sapete guardare tra le sfumature delle cose, quelle che valgono veramente, il viso buono di Sandro è dentro ad ognuno di essi.
Adriano Arlenghi

Ho un sogno

Gli amici di rifondazione a titolo personale, nella foto Giuseppe col cartello verde, hanno partecipato a titolo personale alla manifestazione, in un ambiente come si puo’ immaginare decisamente complesso. A loro un grazie
profondo da parte del Villaggio di Esteban.

L’Associazione Culturale Il Villaggio di Esteban ha manifestato ieri domenica 27/9 durante la Sagra mortarese in solidarietà ai profughi presenti in città e perchè le dichiarazioni del nostro Sindaco che ha negato loro la possibilità di una partita di pallone ha creato sulla sulla stampa e tv nazionale un’idea di città egoista che non corrisponde al vero
e che in ogni caso non ci appartiene.

Ecco la motivazione.

Il corpo dell’annegato più bello del mondo del racconto di Gabriel Garcia Marques, da cui tra origine il nome della nostra associazione culturale, è giunto anche sulle spiagge della nostra città. Ma al contrario degli abitanti del paesino sudamericano invece di permettergli di creare e bellezza e allegria, lo abbiamo riportato al largo, per evitare che
contaminasse la città.

Avremmo preferito che il luogo in cui abitiamo salisse agli onori della cronaca nazionale per la bellezza dei nostri tramonti quando si specchiano sulle risaie allagate sotto lo sguardo severo degli aironi oppure per la capacità della sua gente di inventare nuove narrazioni di futuro. Così non è stato.

Quello che più ci dispiace è vedere che quasi nessuna voce si è levata a Mortara per dire che non era d’accordo con le scelte del nostro sindaco che come sapete nega ai migranti richiedenti asilo presenti in città la possibilità di dare due calci ad un pallone allo stadio comunale. O di fare lavoro sociale come avviene in modo naturale nella vicinissima Castello D’Agogna.
Quasi nessuna voce di dissenso si è levata in questi giorni a Mortara, nulla dal mondo della scuola, nulla dalla più parte dei consiglieri comunali che non capiamo a questo punto per cosa si siano fatti eleggere se poi stanno sempre muti come pesci, dal mondo del volontariato e delle religioni, negli interventi sui social.

E un silenzio che ci fa paura, il silenzio che rifiuta un civile ed anche magari appassionato confronto, un silenzio forse per non perdere privilegi e opportunità. Eppure sappiamo che tantissimi, per questa storia , si sono vergognati della propria città.

Così abbiamo pensato di rompere noi questo muro di gomma, noi quattro gatti di una piccola associazione culturale e il farlo durante una sagra che anche noi da sempre amiamo ci costa fatica.

Non potevamo tuttavia far finta di niente. Per questo saremo lì con i nostri cartelli scritti con i pennarelli, con la nostra civile solidarietà, la nostra compassione verso le tragedie che la post modernità ci regala ogni giorno. Noi non siamo d’accordo con il nostro Sindaco, noi crediamo che sia più difficile, più faticoso creare ponti che innalzare muri. Ma dobbiamo farlo per dare senso, significato, e futuro ai nostri giorni.

Una partita di calcio come antidoto verso la barbarie che nostro malgrado sentiamo sempre più vicina. E perché no? Per questo siamo in piazza, per dare un calcio ad ogni forma di intolleranza, per rivendicare l’evidenza di un destino comune per tutta la razza umana.

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Ho un sogno

Io ho un sogno: che un giorno vivrò in una città che non vede in un ragazzo che scappa dalla miseria, dalla violenza, dalla guerra, un fastidio, un pericolo, un invasore.

Io ho un sogno: che quando incontrerò questo ragazzo sulla mia strada, non girerò lo sguardo dall’altra parte, ma lo guarderò negli occhi e gli dirò benvenuto.

Io ho un sogno: che vivrò in una città che vorrà integrare questo ragazzo attraverso il lavoro, la formazione, la responsabilità e non lo dimenticherà in una stanza come un oggetto inutile.

Io ho un sogno: che vivrò in una città che darà a questo ragazzo un’altra possibilità, la possibilità di tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione.

Io ho un sogno: che un giorno questo ragazzo e il sindaco di questa città inseguiranno insieme un pallone su un prato .

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Riposa in pace, compagno Ingrao

 Paolo Ferrero

Paolo Ferrero: “Caro compagno #Ingrao il dolore per la tua morte è grande e forte l’abbraccio ai tuoi cari.
Il dolore si affianca alla felicità di avere avuto il privilegio di conoscerti nella tua lunga vita, piena di passione, curiosità, umanità.
Ci hai mostrato nel corso degli anni che la militanza politica comunista – nella ricerca come nello studio e negli inevitabili errori – non chiude ne la testa ne il cuore ma apre la strada all’interesse per gli uomini e le donne in carne ed ossa, all’umanità più vera.
Di questa testimonianza appassionata di lotta politica e ricerca personale ti ringraziamo perché indica una strada, la strada di una vita che vale la pena di essere vissuta.
La strada che ci auguriamo tanti e tante ragazze vorranno seguire.
Un caro saluto compagno Ingrao, riposa in pace”.

 

IO, DOCENTE PRECARIA, E LA “BUONA SCUOLA”

IO, DOCENTE PRECARIA, E LA “BUONA SCUOLA”
Lettera tratta da: “L’INFORMATORE” del 24 settembre 2015.
Gentile Direttore, sono un’insegnante precaria e, all’inizio di questo anno scolastico in cui si è tanto parlato di “buona scuola”, mi piacerebbe condividere con Lei e con i lettori alcune riflessioni.
Nucleo centrale della recente riforma della scuola è la sbandierata assunzione di 100 mila precari in nome della quale bisognerebbe accettare tutto il resto.
La cosa in se sarebbe ottima in un periodo come questo, ma mi chiedo: è così che si riforma la scuola?
E soprattutto: chi fa la scuola buona? Gli insegnanti? Gli alunni e le loro famiglie? I preside?
Per me la buona scuola è l’alleanza educativa, tra tutte queste parti che devono cooperare per la crescita e l’arricchimento dei nostri figli.
Ma come è possibile che ciò si possa avverare se poi i ministri addetti ai lavori presentano i docenti come dei fannulloni retrogradi e da tenere sotto controllo?
Se un docente per lavorare e rincorrere il ruolo è costretto a girare l’Italia come una trottola?
Se una “ministra” esordisce con frasi del tipo”ruolo si ma non sotto casa”, come si può pretendere, o sperare, che le menti più brillanti si avvicinano a questo mestiere con queste premesse?.
Mi chiedo cosa ci sia di male se un insegnante laureato e specializzato lavora nella propria città, magari nella scuola da lui stesso frequentata.
Nella nostra scuola i problemi sono tanti, ma la colpa non è certo solo degli insegnanti e punirli con precariato a vita, indurli a continui cambi di sede significa in primo luogo punire i nostri ragazzi costretti ad una continua staffetta di insegnanti che iniziano con loro un percorso che non potranno mai finire.
Sebbene abilitata a seguito di corso post-laurea in una classe di concorso in cui gli insegnanti a disposizione sono pochissimi, insieme a tanti altri verrò esclusa dal piano di assunzione e, come le generazioni future, potrò accedere al ruolo solo tramite concorso.
Mi viene da sorridere quindi pensando a queste nuove figure di docenti che hanno affrontato corso, concorso e chi più ne ha ne metta, che dovrebbero essere finalmente affidabili e zelanti e invece tanto ricordano il fratello di Pasquale Cafiero del Don Raffaè di Fabrizio De Andrè: “Isso ha fatto quaranta concorsi novanta domande e duecento ricorsi…chillo duorme co’ mamma e co’ me che crema d’Arabia ch’è chisto caffè”!
Purtroppo non esistono corsi né concorsi che insegnino l’empatia, la voglia di includere tutti ed a ogni costo, la capacità di capire che tutti siamo “Bes” e abbiamo quindi bisogni educativi speciali in determinati momenti della nostra vita, l’emozione nel vedere un ragazzo crescere ed acquisire fiducia in se stesso magari un po’ grazie a noi.
Perché sono i nostri alunni che ci insegnano tutto e ci migliorano, anche se a ogni fine di anno scolastico ci vengono tolti.
e.p.

PAESE CHE VAI, TALK SHOW CHE TROVI

di Giulietto Chiesa

Abbastanza strano trovarsi in una trasmissione televisiva in Russia (Primo Canale) e partecipare (involontariamente) a un talk show praticamente identico (per superficialità, scorrettezza informativa, tendenziosità preliminare ecc) a quelli che il pubblico italiano è costretto a subire da anni, senza alternativa, da tutti i canali. Strano in primo luogo perché, a differenza di quanto accade in Italia, è avvenuto in un paese che più multinazionale non si può, e dove vivono, prosperano (relativamente) e si moltiplicano oltre 20 milioni di cittadini di nazionalità russa, e di fede musulmana.

Inondato (io come il vasto pubblico che sicuramente stava guardando la trasmissione) da una raffica di interventi di ospiti letteralmente scatenati in invettive di tipo palesemente xenofobico. Le tesi essenziali della trasmissione (tesi apertamente sostenute dal conduttore) si potrebbero banalmente riassumere così: l’Europa, per colpa sua, sta soccombendo a un’ondata di immigranti che in breve tempo la costringerà ad arrendersi, abbandonando i suoi valori di civiltà e cedendo il passo all’Islam. Seconda tesi, non meno xenofobica della precedente: questi immigranti arrivano per prendere il potere, imponendo le loro abitudini, la loro religione, la loro intolleranza, sui “locali”. Non hanno, brutti e cattivi, nessuna intenzione di “assimilarsi” all’Europa. Piuttosto costringeranno l’Europa ad assimilarsi a loro.

Quando tocca il mio turno cerco di replicare che non sono i migranti a minacciare l’identità europea, per la banale ragione che l’Europa l’ha già perduta per conto proprio, trasformandosi in colonia degli Stati Uniti, e da tempo. E quando porto ad esempio la Grecia, verso la quale l’Europa non è stata in grado di manifestare alcuna solidarietà (sebbene non si trattasse di emigranti, ma di un pezzo di se stessa, e dunque spiegando al pubblico in sala che il problema dell’Europa è appunto l’abbandono del principio di solidarietà che ne costituiva la base), mi trovo al centro di una raffica di sarcastiche accuse: lei è l’esempio peggiore della “tolleranza” europea.

Allora cerco (in mezzo a interruzioni vociferanti, tipiche dei talk show nostrani) di spiegare che l’idea di “assimilazione” è una nostra idea europea, giusta o sbagliata che sia, ma non è affatto la loro. Anzi è un’idea che nessuno di loro ha mai neppure preso in considerazione, perché non la conoscono. Il che non significa che loro vogliono sottometterci (e come potrebbero, nelle condizioni in cui si trovano?). Semplicemente – cerco di spiegare, ciò che sta accadendo – arrivano per motivi completamente diversi. A differenza dei loro padri, che non sapevano nulla del mondo esterno, del mondo dei “ricchi” in cui noi viviamo, questi giovani (ed è vero che la maggior parte di loro sono giovani) hanno tutti il cellulare e usano internet (entrambi aggeggi di produzione occidentale) che permettono loro di vedere come si vive a New York, Londra, Berlino, Roma e Parigi. Sono ormai centinaia di milioni, le nuove generazioni, che “vedono” ciò che noi gli proponiamo, ma senza possibilità di capire i perché di quello che vedono. Non sono professori di economia, né filosofi, né ingegneri. Ciò che li spinge è il desiderio di “vivere come noi”. Nient’altro.

Salvo aggiungere i dettagli cruciali: che è stato l’Occidente a decidere il libero flusso di capitali sul globo terracqueo, che ora sta mostrando le conseguenze di medio periodo: i capitali si muovono fulmineamente, ma modificano le condizioni di vita di miliardi di persone. Che anch’esse sono costrette a “delocalizzarsi”. Solo che, essendo di carne ed ossa, si muovono più lentamente. Ma si muovono anche loro. Ecco, arrivano. E fermarli non possiamo. Ecco perché siamo in presenza di un collasso, che noi stessi abbiamo provocato.

Ma provate a immaginare (e potete farlo senza difficoltà guardando uno dei nostri talk-show) come si può argomentare di cose così semplici in mezzo alla canea di urla e invettive? Ho cercato di ricordare anche che – peggiorando la dose – siamo stati noi europei, noi occidentali, con l’aiuto degli Stati Uniti, della Turchia, dei paesi islamici reazionari nostri amici, a bombardare e distruggere la Libia, e adesso a distruggere la Siria, con l’aiuto dell’Isis, che esiste solo perché noi lo sosteniamo.

Dunque basterebbe riflettere sulle cause profonde (rivoluzione tecnologica, finanziarizzazione, guerra) per rimettere le cose, se non a posto, almeno in modo tale da poter capire cosa sta succedendo. In Italia non si può fare. Ho preso l’aereo sperando di trovare a Mosca una discussione televisiva decente. Mi sbagliavo. Mi sono trovato di fronte a singolari “difensori televisivi dei valori europei” che sono molto simili ai reazionari europei più reazionari.

Ho chiesto, dopo la trasmissione, al conduttore: “ma chi te lo fa fare?”. Mi ha risposto che “questo è quello che vuole il pubblico”. Allora ho capito. Il veleno universale è la televisione. Che rende stupidi in primo luogo quelli che la fanno, non importa dove si trovino. E, come effetto finale, rende stupidi tutti.

“Cose di Cuba”

Rubrica “Cose di Cuba”
IL PAPA A CUBA (visto da stampa e tv italiane)
di Marzio Castagnedi

Questo viaggio a Cuba 2015 di Jorge Bergoglio Papa Francesco, passerà alla storia come il più decisivo, vivace e “exitoso” dei tre viaggi papali nella mayor de las Antillas. Nel 1998 Papa Woityla, già malato, era ai limiti della resistenza fisica, Joseph Ratzinger nel 2012, fece una visita scialba e frettolosa e ora il Pontefice argentino dei “ponti” contro i “muri” ha svolto un incontro molto bello con Cuba, la sua popolazione, i suoi dirigenti. Che fascino quella atmosfera en la plaza de la Revoluciòn con quell’orchestra sinfonica di 50 elementi più coro che sottolineava gli avvenimenti con quelle musiche sì di carattere religioso ma suonate con sonorità di lieve “son cubano” con tanto di clave, bongòs, maracas. Atmosfera che solo Cuba con la sua dolcezza, valentìa e decoro sa dare. Il tutto visto in Italia attraverso le molte tv.

Diciamo subito che il miglior programma è stato quello fornito da Tv2000, l’emittente cattolica della Conferenza episcopale italiana. Non solo per la completezza (tutto in diretta senza tagli o inserimenti stonati), ma anche perché i commentatori cattolici, giornalisti o religiosi, si sono rivelati più preparati su Cuba e America latina delle decine di professionisti della Rai cui non erano estranei i soliti condizionamenti partitici e politicanti. Papa Bergoglio ha dato una presenza straordinaria per spirito di cordialità e impegno e anche di notevole resistenza psico-fisica. Giornate da 12 ore di impegni e spostamenti sono impegnativi. E anche Raùl Castro, il presidente cubano, non era da meno muovendosi pronto ai suoi 84 anni e mezzo. Non era facile domenica 20 settembre dove a mezzogiorno sotto un cielo semicoperto all’Avana c’erano 32 gradi e alta umidità. Lavoravano di gran lena tanti ventagli, come quello di Cristina Fernadez de Kircschner, la presidenta argentina.

Dell’incontro con Fidel diciamo più avanti e prima non si può non commentare (anche con qualche sorriso di delusione) la qualità del lavoro “informativo” di stampa e tv italiane. Anche nelle cose minime un sacco di errori e imprecisioni che fanno pensare. La distanza tra Cuba e la Florida americana è molto variabile per i cronisti italiani. Va dai 90 kilometri (Tv2000) alle 200 miglia (Rai). Ma no, sono 90 ma miglia, cioè 150 kilometri: questa è la distanza geografica reale tra costa nord cubana e Florida. E’ così difficile impararlo? E poi cosa vuol dire: “Cuba è isolata”. No, signori giornalisti Rai che non siete mai andati neppure una sola volta a Cuba. Cuba non è affatto isolata, anzi ha relazioni strette di amicizia e rapporti sociali, culturali e commerciali con quasi tutti i paesi latinoamericani, dai grandi Brasile e Argentina ai più piccoli Uruguay, Paraguay e Guatemala, ai fraterni Bolivia, Ecuador, Venezuela, Nicaragua. Dal 2000 è iniziato un nuovo corso in America Latina e Cuba ne è da tempo protagonista. Ancora una cronista di Tv2000 situa la “crisi dei missili” nel 1961 (no, quella era la tentata invasione della Cia coi 1.500 mercenari a Playa Giròn, battuti dai cubani e da Fidel in persona in 72 ore). La crisi dei missili dei famosi tredici giorni è dell’ottobre 1962.

Sulla Rai sento un “analista” dire che “purtroppo a Cuba ci sono lavoratori che guadagnano solo 20 euro al mese”. Ma saprà ,lo “specialista televisivo”, che 20 euro corrispondono a 570 pesos nacionales? Mica una pizza e birra. Altri elegantoni delle reti tv italiane esclamano che a Cuba sono in ritardo anche tecnologico, non hanno quasi cellulari o tablet o computer. Eppure nel maxi schermo alle loro spalle si vede bene la gente in quantità nella piazza fotografare col telefonino o con la fotocamera per computer. Solo banalità, cose secondarie? Secondo noi invece fanno capire che molti commentatori delle tv italiane come non sanno le cose minime spesso nemmeno conoscono le questioni maggiori. Ancora una giovane cronista afferma che dalla collina del mirador di Holguin “si può vedere tutta Cuba” (ma se il luogo è alto meno di 400 metri !?), e un’altra chiama gigantografia il grande ritratto di Che Guevara nella piazza dell’Avana che è in realtà una scultura in metallo. E meno male che questa volta non c’è stato il clamoroso e comico errore di un importante quotidiano italiano che nel 2012 affermò essere del religioso ottocentesco Padre Varela l’altro grande ritratto stilizzato nella plaza de la Revoluciòn. Ma no, è il volto di Camilo Cienfuegos, mitico combattente sulla Sierra Maestra e grande amico del Che. Solo che i malaccorti cronisti italioti scambiarono la tondeggiante ala del sombrero di Camilo per una presunta aureola di padre Varela. Quella topica, figlia dell’ignoranza, fu ed è leggendaria. Ciò che è certo è che su giornali e televisioni italiane nessuno ha saputo ricordare alcuni aspetti fondamentali della realtà cubana.

Per esempio che Cuba ha il record della più bassa mortalità infantile (5 per mille) non solo latinoamericana ma di tutte le Americhe col solo Canada a pari con Cuba al 5 x mille e gli Usa, dietro, al 6. Pensate che la Repubblica Dominicana, che è il più sviluppato paese turistico dei Caraibi con un incasso di quasi 7 miliardi di dollari (più che doppio di quello cubano) ha ancora una mortalità infantile al 20 x mille cioè quattro volte più alta di quella cubana. Inoltre la sanità cubana tra il 2004 e il 2008 ha effettuato quasi 2 milioni di operazioni di cataratta gratuite per altrettanti cittadini latinoamericani poveri non in grado di provvedere a questa infermità nei loro paesi. Se questo non è” servire le persone” dite voi cos’è. Certo, queste eccezionali opere sanitarie, oltretutto realizzate da Cuba sotto l’embargo, il “bloqueo” economico imposto dagli Usa, provengono da una ideologia. Ma si potrebbe dire una ideologia benefattrice se ha come scopo la cura e la salute del suo popolo e di altri popoli fratelli.

No, nessuno ha parlato di questi pregi della società cubana. Forse poteva farlo Fidel Castro che – dicono le cronache – ha dialogato con Papa Bergoglio per ben 40 minuti. Ma non si sa precisamente di cosa hanno conversato i due grandi protagonisti. All’inizio ci fu addirittura un brivido: “Non si sa se ci sarà l’incontro tra Papa Francesco e Fidel”. Poi: “l’incontro è a porte chiuse”. Poi ancora: “niente immagini né sonoro”. Regista dell’operazione Padre Lombardi, il capo delle relazioni stampa del Vaticano. Come ? Fidel oscurato, Fidel sotto embargo? Poi arriva la prima foto, scattata da uno dei figli di Castro, poi qualche rapida immagine, il video, parziale, che vede il Papa e il lìder storico della rivoluzione cubana dialogare fittamente. Ma l’audio è off limits. Possibile che un uomo di quasi 90 anni e in non buona salute come Fidel sia ritenuto ancora “pericoloso” e temuto ? Tanto ,quasi, da dettargli cosa dire? Dunque tra il Papa e Fidel un colloquio perlomeno teleguidato. Devono aver detto a Fidel: “o così o niente”.

Chiudiamo citando l’articolo di Marco Ansaldo su “la Repubblica”, il conosciuto giornale italiano (presunto progressista) noto anche come uno dei fogli più ostili a Cuba in Europa. Dall’articolo di Ansaldo di lunedì 21 settembre su Repubblica prendiamo questo passaggio, secondo noi piuttosto significativo. Dove Ansaldo scrive la frase: “Castro aveva lasciato il potere nel 2006 per qualche accenno di malattia”. Accenno di malattia, sì. In realtà la sera del 31 luglio 2006, Fidel Castro venne ricoverato d’urgenza per una diverticolite emorragica e subito operato. Nei mesi seguenti venne operato altre tre volte perché i punti di sutura intestinali non tenevano. A novembre l’ottantenne Fidel aveva perso 22 chili di peso. La vera convalescenza durò poi fino al giugno 2007 quando Castro viene intervistato da Randy Alonso della tv cubana. Fidel uscirà in pubblico per la prima volta dopo oltre un anno dalla prima operazione. Per l’inviato di Repubblica queste serie peripezie mediche furono soltanto “qualche accenno di malattia”. Scritto, stampato e firmato su “La Repubblica” 21 settembre 2005, pagina 9.

Papa Bergoglio, dopo la giornata di lunedì nella città di Holguin, ha visitato la cattedrale dedicata alla Virgen de la Caridad del cobre, patrona di Cuba, ed è poi partito da Santiago de Cuba sull’aereo italiano diretto a Washington, Stati Uniti, fermandosi per 5 giorni.