Mese: dicembre 2015

Possibile/Prc: “Il regalo di Renzi all’Umbria? Un inceneritore nuovo di zecca”

Non c’è stato niente da fare, ammesso che i tentativi ci siano stati: lo “Sblocca Italia” conferma anche per l’Umbria la costruzione di un inceneritore nuovo di zecca, probabilmente in provincia di Perugia. Ecco il regalo di Renzi all’Umbria dopo i disastri ambientali che si stanno consumando a Terni. Altro che raccolta differenziata, per Renzi e il Pd rimane strategico bruciare i rifiuti, in questo caso in barba alle direttive europee e alla già compromessa situazione di inquinamento da polveri sottili che si è abbattuta sul paese. A niente sono serviti i dati della Regione sulla differenziata, a niente sono servite le rassicurazioni dell’assessore Cecchini. Prendersela con i comuni è del tutto fuorviante, visti gli sforzi economici ed organizzativi di alcune amministrazioni che in questi anni hanno messo in campo interventi per una gestione virtuosa dei rifiuti e per cui i cittadini hanno contributo con importanti sacrifici per rendere centrali le politiche ed indifferibili gli obiettivi per la raccolta differenziata spinta, la riduzione, il recupero e il riutilizzo dei rifiuti, anche al fine di promuovere iniziative industriali per il recupero e il riutilizzo dei materali, creando nuova occupazione. La Giunta regionale non è stata in grado nemmeno su questo tema di programmare dimostrandosi subalterna e affidabile proconsole dei voleri di Renzi sulla pelle degli umbri. Per parte nostra dichiariamo che promuoveremo e appoggeremo tutte le mobilitazioni contro questa ennesima sciagura e contro quelle già in essere per la nostra regione, per la salute dei cittadini, per l’ambiente e per la possibilità di favorire un nuovo modello di sviluppo.

Comitati “Possibile” Umbria

Rifondazione comunista dell’Umbria

Se divisi siam canaglia (una fiaba d’altri tempi)

Se divisi siam canaglia
(una fiaba d’altri tempi)

C’era una volta un povero contadino che non riusciva mai a trovare un lavoro. Tutte le mattine molto presto andava in piazza dove l’agente del grande fittabile reclutava i braccianti per la giornata. Ma Carlo non era quasi mai chiamato, un po’ per la sua giovane età, per la sua magrezza e la piccola statura che lo facevano sembrare ancora più giovane dei suoi 15 anni, ma un po’ perché era figlio del primo socialista del paese. Suo padre Antonio dall’America aveva portato le idee di emancipazione e di eguaglianza che aveva sentito e imparato nei lunghi anni passati in giro per il mondo. Antonio, tornato entusiasta con la voglia di cambiare, era stato ancor prima di Carlo rifiutato dai caporali del padrone, finché un giorno era ripartito oltreoceano deluso e amareggiato. Prima di partire aveva lasciato pochi soldi alla moglie e ai giovani figli con la promessa che ne avrebbe al più presto mandati altri. Ma mesi e mesi erano passati e nulla era arrivato alla povera casa. Così Carlo si era proposto sulla piazza. Suo padre gli aveva insegnato a usare la falce fienaia e la falce messoria, il badile e la zappa, a seminare e a trebbiare e Carlo aveva imparato con volontà anche se spesso gli sembrava che le forze gli mancassero. Non gli mancava la capacità di lavorare ma la prestanza fisica, e l’apparenza contava più dell’impegno per chi reclutava gli uomini e poi su Carlo pendeva l’ombra del padre che il padrone aveva visto come una minaccia per il suo potere incontrastato. E anche adesso che Antonio era partito, ogni protesta, sciopero o semplice rivendicazione veniva imputata alle idee diffuse dall’emigrante sovversivo e l’ostracismo verso la sua famiglia si faceva più severa.
Neppure il panettiere faceva più credito alla mamma di Carlo, il quale dopo l’ennesimo rifiuto della piazza e l’ennesima polenta che doveva bastare per tutta una giornata per lui, la mamma e i cinque fratellini, si era convinto di partire da casa per andare in cerca di fortuna. La mamma l’aveva scongiurato di non lasciarla come il marito, ma Carlo era troppo deciso e amareggiato per restare senza far nulla. La mamma rassegnata gli aveva preparato un fagottino con l’ultimo pane che i vicini le avevano regalato, tre noci e una forma di formaggio. Niente di più se non mille raccomandazioni e un consiglio: “Qualunque cosa ti succeda ricordati di restare te stesso:
“Chi si lascia cambiare raccoglierà messi amare”.
E così era partito. E cammina, cammina, cammina verso sera, arrivato in un bosco, gli era venuta fame e prima di mettersi a dormire sotto un grande noce si era messo a mangiare il pane e il formaggio che gli aveva preparato la mamma. Ma il pane era piccolo e il formaggio era poco e in attimo la sua cena era finita. Carlo avrebbe avuto ancora un po’ di appetito e gli restavano ancora le tre noci, ma aveva pensato di conservarle per la colazione del mattino dopo e si era addormentato con le noci strette in una mano.
Il suo sonno era stato agitato: dalla rabbia per i datori di lavoro, alla disperazione della madre, alla speranza in un futuro di ricchezza che avrebbe cambiato la loro vita, alla paura di brutti incontri nel suo viaggio e quella stessa notte, che era la prima che passava fuori di casa.
Nel mezzo della notte fu svegliato da una canzone che non aveva mai sentita: era cantata da un coro con voci sguaiate, come qualche volta aveva sentito solo dagli ubriachi.
Pensando a uomini sbronzi provenienti da un osteria, si era quasi rassicurato dopo un primo spavento: “La sbronza della sera, svanisce la mattina” gli ricordava sempre suo padre quando tornava a casa un po’ brillo dall’osteria dove gli era stato offerto del vino perché parlasse dell’America e delle idee nuove che aveva ascoltato, idee che parlavano di contadini che alzavano la testa e si univano in cooperative per avere assicurato il lavoro e il pane per tutti.
Carlo allora si era alzato e si era messo a guardare: dietro il noce si intravedevano i bagliori di un fuoco. Attorno al fuoco c’erano venti uomini vestiti di nero che bruciavano libri e cantavano a squarciagola. Incerto se fossero degli ubriachi o degli invasati, Carlo si era nascosto dietro una siepe, ma incuriosito aveva sollevato la testa e aveva cominciato a capire qualche parola della canzone che cantavano quegli omaccioni e che non aveva mai sentito:
“Siamo i cani da guardia della città / nessuno si salverà / fiero l’occhio svelto il passo / al nemico in fronte un sasso / di sicuro lui ne muor…”
Mentre si sporgeva per sentire meglio quelle parole inquietanti, sentì una voce arrogante che gli disse “Cane, sei venuto a spiarci”. Lui cercò di giustificarsi, ma un’altra voce tuonò: “Che cosa nascondi nella mano?” Prima che potesse rispondere gli fu aperta la mano e gli uomini che possedevano le due voci di prima, dissero con una voce sola:
“Hai rubato le noci della nostra pianta, sarai punito”
Gli fecero cadere due noci – una era riuscito a nasconderla- e lo portarono davanti al rogo dei libri. Qui quello che sembrava il capo aprì un libro che non aveva ancora bruciato e dopo averlo sfogliato lesse questa formula magica:
“Questa notte fa un freddo cane
il fuoco dei libri non ci basta
una spia è venuta a rubarci il pane
che sia bruciato assieme alla catasta”.
Disperato Carlo, vistosi alla fine, ruppe coi denti e con la disperazione l’ultima noce. All’improvviso uscì una voce gentile che disse:
“Il ragazzo non si può bruciare
la luna in cielo lo vuole salvare”.
Tutti volsero lo sguardo in cielo e proprio in quel momento le nuvole si scoprirono e uscì la luna piena, luminosa come un faro, e illuminò lo spiazzo dove il fuoco si andava ormai spegnendo con gli ultimi deboli bagliori della brace.
Gli uomini si fermarono e pregarono il loro capo di liberare il ragazzo, ma lui disse:
“Se il sacrificio non vuole la luna
un’altra punizione sarà opportuna
se non bruciato sul falò
diventi un cane da qui e un po’
ma un cane piccolino
con mozzo il suo codino”.
Dopo un attimo la luna fu ancora coperta dalle nubi e Carlo si sentì strano: vide la pelle coprirsi di peli, le mani diventare zampe, ridursi alla statura di un bambino, e come un bambino si mise a gattonare finché sentì crescersi la coda, ma solo un po’. Era diventato un piccolo cane con la coda mozza: un cagnolino mozzichino, mozzichino.
Ripresosi dallo spavento e dal disgusto pensò subito a scappare. Sullo spiazzo non c’era più… un cane, al di fuori di lui, rimaneva solo della brace che si stava esaurendo. Guardò i fogli bruciati dei libri e volle vedere se ancora riusciva a leggere, ma nessun frammento di foglio era ancora intatto. Stava per rassegnarsi quando si ricordò dell’unico libro sfuggito alla furia di quegli uomini neri: il libro di magia. Col suo fiuto non tardò a trovarlo, ma le sue zampe faticarono ad aprirlo. Quando finalmente ci riuscì abbaiò di sollievo: il contenuto del libro rimaneva oscuro, ma riusciva ancora a capire le lettere, le parole, le frasi. Era certamente un libro esoterico: di magia, nera non bianca, sicuramente. Anche se forse erano formule solo per creare malefici e incantesimi malvagi, pensò di conservarlo anche perché lo aveva fatto risentire umano. Non riusciva a portarlo con sé se non in bocca, allora lo nascose in un buco nel tronco di una pianta, e si avviò verso l’abitato dopo il bosco.
Arrivò che ormai era pieno giorno. Tutto il paese era in festa: le campane scampanavano, i cani abbaiavano, i cantanti cantavano, le oche starnazzavano, i suonatori suonavano, gli asini ragliavano, le donne spettegolavano, i cavalli nitrivano, gli uomini sbraitavano, le rane gracidavano, i ragazzi schiamazzavano. Uno di loro vide il cagnolino e lo prese a sassate, imitato presto dai suoi compagni. Mozzichino, ancora inesperto della vita da cani, in un primo tempo cercò di parlare per farli ragionare, ma non riuscì a proferir parola e avvicinatosi ai ragazzi cominciò a prendere sempre di più i loro colpi. Finché, imparata presto la prima legge degli piccoli animali, si diede alla fuga. Fuggi, fuggi, fuggi si gettò in un corteo nuziale che tornava dalla messa e si infilò sotto l’abito lungo della sposa, camminando assieme a lei. Uscì dal provvidenziale riparo solo quando furono a tavola, e poté nascondersi sotto l’ampia tovaglia. Finalmente tirò il fiato e poté anche mangiare qualcosa perché ogni tanto qualcuno buttava lì sotto un boccone. Chi poteva essere? Si erano accorti di lui? No i bocconi erano per una piccola cagnolina tutta infiocchettata che subito gli abbaiò, forse per via dei buoni bocconcini che lui le aveva sottratto, ma poi gli si avvicinò e incominciò a strusciarsi addosso. Emanava una puzza bestiale, quella pidocchiosa, e come se non bastasse gli voleva passare con la bocca la sua palla bavosa. A Mozzichino venne spontaneamente da dire: “Ma vattene a cuccia!” Con sua grande sorpresa vide che era stato capito… e ubbidito, non senza un guaito sommesso. “Allora capisco il linguaggio degli animali” si lasciò sfuggire, “Solo il nostro, cane monco” si sentì rimbrottare dalla pidocchiosa furiosa. Allora Mozzichino, facendo buon… muso a cattiva sorte, si avvicinò a lei e cercò di spiegarle la sua storia sperando in un aiuto, ma… non le venivano le… parole. Decise allora di lasciare il banchetto e di tentare la via del ritorno a casa, non senza prima essersi rimpinzato come un maialino e aver concesso una leccatina alla pulcettina che in cambio gli aveva indicato la strada per evitare nelle grinfie del lupo nero che insidiava i cani randagi che lasciavano il villaggio.
Ma appena imboccato il sentiero nel bosco che lei gli aveva consigliato si trovò davanti un grande lupo nero con una grossa coda pelosa. Parlava una specie di dialetto antico ma con un certo sforzo si riusciva a capire il senso delle frasi. Delle frasi? Dell’unica frase: “Ti voglio mangiare bel cagnolino, a partire dal tuo piccolo codino”.
Mozzichino, a cui avevano annodato alla gola un fiocco nuziale durante il pranzo, vedendosi alle strette, dopo aver urinato e defecato dalla paura, ma senza sporcarsi, inventò la storia che era invitato proprio quel giorno a un pranzo di nozze nel paese al di là del bosco e se il lupo fosse stato così comprensivo e paziente ne avrebbe ricevuto una giusta ricompensa, perché Mozzichino al ritorno sarebbe stato ben più grasso di quanto lo era in quel momento dopo giorni e giorni di fame e la sua coda sarebbe diventata saporita come un salsicciotto dolce e liquoroso. Mentre diceva così cercava di tirar dentro la pancia e di mostrarsi stanco e debilitato da un lungo digiuno, senza dimenticarsi però di scodinzolare maliziosamente.
Il lupo, si sa come sono certe bestie, famelico ma disposto ad aspettare, prepotente ma credulone, lo lasciò andare non senza aver fatto giurare Mozzichino che sarebbe tornato dalla stessa strada, pena la strage di tutti i cani della città, tra i quali ci dovevano essere certamente amici, familiari, mogli, concubine, amanti, figli e… i suoi animali da compagnia.
Mozzichino giurò portando prima una zampa poi l’altra al muso e in men che non si dica sgaiattoiolò via.
Quasi per caso ripassò dallo spiazzo dove aveva incontrato quegli uomini neri ed erano incominciate le sue sventure.
Roba da cani mise la zampa su una noce! Non sapeva se fosse la sua, quella datagli dalla quella persona così umana di sua mamma, quando lui era ancora umano, o se fosse un frutto appena caduto dal noce attorno al quale si erano messi a cantare quegli esseri disumani.
Prese la noce tra i canini e facilmente la ruppe, sul momento non successe nulla e Mozzichino quasi si compatì per essersi illuso in una nuova magia, quand’ecco che lo spiazzo dove era avvenuto il rogo dei libri si affollò di una muta di cani, che non restarono muti, ma chiesero a gran voce, o meglio latrarono a Mozzichino di aiutarli a diventare umani, visto che li aveva chiamati a raccolta.
“Io non vi ho chiamati” si schermì Mozzichino.
Un vecchio cane moro e peloso che sembrava quasi avesse la barba gli disse nella loro lingua canina: “Tu non ci hai chiamati ma noi siamo venuti, quando ciascuno prende coscienza del suo essere degradato e capisce che non può uscirne da solo si unisce a quelli della sua condizione”.
“Ma come possiamo fare per tornare noi stessi, noi stessi di prima?” guaì Mozzichino.
“Dobbiamo liberarci dalle nostre catene e dai nostri padroni!”
“E i lupi? – ringhiò un cane bastardino di una razza indefinita – Loro non ci lasceranno andar via e non ci permetteranno una vita pacifica per conto nostro, anche se ci libereremo dei padroni”. “Uccidiamoli” disse un bulldog.
“No è meglio usare l’astuzia” replicò un foxterrier.
“E come?” riprese a dire Mozzichino.
“Leggiamo sul libro una formula che ci possa liberare dalle catene, dai padroni, dai loro lupi e rompa l’incantesimo”.
“Quale libro?” si lasciò sfuggire ancora Mozzichino che era ancora sorpreso di capire e parlare quella lingua canina.
“Quello che hai salvato dal fuoco e che ci salverà dalla nostra condizione da cani”
“Ma se non capiamo più la lingua degli umani come possiamo leggere la scrittura umana?” disse ancora una volta il cagnolino che era diventato un vero… bastard contrario. Infatti un cane tutto distinto, doveva essere uno di razza, aveva trovato il libro di magia, con una certa fatica erano riusciti ad aprirlo e sfogliarlo ma nessuno era capace di leggere una pagina, una frase, una riga o anche una sola lettera, neppure Mozzichino, quando si cimentò, fu più in grado di capire quei segni neri sulla carta bianca.
“Ci vorrebbe una magia” disse un cane superstizioso.
“Dobbiamo cercare una noce, loro sono miracolose” replicò con entusiasmo Mozzichino, per una volta propositivo. Tutti si misero a cercare con grande impegno e gran cagnara e vennero raccolte coi denti molte noci. Ognuna con un certo sforzo venne rotta, ma le magie non si facevano vedere, finché Mozzichino addentò una noce più grossa delle altre, che gli parve di riconoscere, la mise sotto i denti per romperla e con lei l’incantesimo, ne era sicuro. Ma non si ruppe per niente. Allora provò prima il primo cane, poi per secondo il secondo cane, per terzo il terzo finché per ultimo anche l’ultimo ma nessuno riuscì neppure a scalfirla.
“Rinunciamo e torniamo dalle nostre padrone” disse una bella barboncina ben pettinata.
“No, mai! Io piuttosto faccio il barbone, povero ma libero” disse un randagio pieno di zecche.
Il cane peloso, sì quello con la barba, disse con autorità: “Dobbiamo imparare dai padroni, dobbiamo usare i loro stessi strumenti, non basta il cuore, ci vuole il cervello, non basta la passione, ci vuole la tecnica!”
“Sì, ma come?” ridisse quel dubbioso rompiscatole di Mozzichino.
“Dobbiamo studiare la situazione e cercare di risolvere il duro problema!” sentenziò il barba-cane.
Passarono la notte nel bosco, dopo aver istituito, ben inteso, i turni da cane da guardia. Era nei loro pensieri il pericolo di lupi neri e di accalappiacani pronti a rinchiuderli in un canile e gettare la chiave. Venne l’aurora che arrossò tutto il cielo, ridando colore alle cose, spente dalla lunga e buia notte. I cani si risvegliarono a poco a poco e si industriarono a trovare qualche strumento umano che permettesse di aprire la noce della speranza nell’avvenire. Chi trovò un altro libro, sfuggito al rogo, chi una penna per scrivere, chi una falce, chi un martello, chi un remo, chi un piffero, chi una rete, chi… (andate avanti voi, erano vicini a una discarica potete immaginare quanto si poteva trovare) roba abbandonata dagli umani, ma ancora utile, ricca di sapere e di valore… I cani si misero a studiare tutti gli oggetti raccolti, chi sapeva come si usava la falce, chi aveva visto il padrone usare la penna, chi il pescatore lanciare la rete, chi la padrona cucire con l’ago. Non fu breve il tempo dello studio e delle prove, con momenti di scoraggiamento e di divisioni, litigi e rappacificazioni, volontà di primeggiare e necessità di collaborare, alla fine fu costruita una macchina che non so dire come fu e come poté ma la noce spezzò.
Pian piano quei cani rognosi si sentirono come spogliare dai peli, crescere in altezza e riprendere le sembianze umane quasi dimenticate.
Prese la parola, come è naturale, il vecchio moro barbuto, ma non barboso, e disse solennemente: “Il momento è solenne: abbiamo finalmente drizzato la schiena e rotte le nostre catene, non cadiamo più sotto l’incantesimo che ci vuole servi e contenti, docili e impotenti, restiamo uniti, cooperiamo nei nostri paesi e non tramutiamo anche noi in padroni o caporali, fosse anche solo a casa nostra, o gli anziani con i giovani, oppure gli uomini con le donne. Ricordiamo sempre chi siamo stati e cosa abbiamo rischiato, non speriamo più nella magia, ma lavoriamo sempre per l’utopia. Su marciam santa canaglia e inneggiamo all’avvenir”.
Dopo un lungo applauso gli ex-animali si baciarono e abbracciarono e ognuno partì per il proprio paese, la propria casa, la propria famiglia, giurando di portare con sé il messaggio di riscatto e di fede e con la promessa di tenersi in contatto come le maglie di una rete.
E ognuno quando arrivò fece un gran banchetto,
con la pasta e il sughetto,
la polenta e gli antipasti,
con il pesce e con gli arrosti,
con il dolce e lo stracchino,
il caffé e il limoncino,
con gli avanzi per i cani
e gli applausi per i buffoni,
veramente ogni ben di Dio;
a quelle feste sono andato anch’io,
vino e birra ho ingoiato,
ma per quanto abbia bevuto,
solo i baffi mi sono bagnato!

Rifondazione Comunista con la rivoluzione bolivariana del Venezuela

Pochi giorni fa si è svolto un incontro tra una delegazione del PRC e l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela. La delegazione del PRC era composta dal Segretario nazionale Paolo Ferrero, da Fabio Nobile della Direzione Nazionale e da Maurizio Messina della Federazione di Roma. Nell’incontro l’ambasciatore Julian Isaias Rodriguez Diaz, ha illustrato in maniera molto dettagliata il contesto di strangolamento e boicottaggio economico che sta vivendo il paese. C’è stata una forte spinta inflattiva e pesa la drastica riduzione delle entrate derivanti dal petrolio, che avevano garantito finora, grazie, grazie alle scelte portate avanti dal governo bolivariano, in questi anni, un surplus commerciale in grado di tradursi in un miglioramento complessivo delle condizioni sociali e di vita di milioni di Venezuelani.

Il voto ha visto non un aumento, se non fisiologico, dei voti della destra quanto un altissima astensione, circa 2 milioni e mezzo di voti in meno per il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), e un milione di voti nulli molti dei quali “comprati” dalle opposizioni. C’è stata una evidente aggressione portata dall’imperialismo nordamericano e dalla reazione interna ma le forze popolari, la loro base sociale e militante che sostengono il processo bolivariano, stanno costruendo un percorso partecipato di discussione per comprendere tutte le ragioni che hanno portato alla perdita di quei 2 milioni e mezzo di voti.

Non si può non tenere conto che all’aggressione economica la scarsa diversificazione produttiva ha continuato a rendere il Paese dipendente dai prezzi dei prodotti petroliferi. Oggi, a causa della crisi e per scelta dei maggiori produttori (in testa l’Arabia Saudita) proprio contro la Russia e il Venezuela, il prezzo del petrolio è giunto ai 35 dollari al barile, molto al di sotto dei 50 dollari che per il Venezuela rappresenta il limite sotto cui l’estrazione non è vantaggiosa.

L’ambasciatore ha manifestato grande sicurezza nella capacità di recupero della rivoluzione bolivariana.

Ha descritto in maniera dettagliata la reale situazione del dopo voto. Sul piano istituzionale il complesso sistema venezuelano fa sì che non sia chiusa la partita con la vittoria della destra alle Parlamentari del 6 dicembre.

È vero che il Parlamento, con la maggioranza dei due terzi, che può abrogare anche le leggi più importanti prodotte dalla rivoluzione bolivariana ed approvare l’amnistia dei detenuti che si sono macchiati di crimini importanti come quelli delle Guarimbas del marzo 2014, quando l’estrema destra venezuelana, bloccando con il filo spinato ed altro le strade, per protestare contro la vittoria di Maduro, provocò oltre 20 morti.

Ma molte di queste leggi, come quelle sul lavoro o la stessa amnistia potrebbero essere bocciate dalla corte costituzionale. Come il referendum revocatorio contro il presidente prevede la raccolta di firme di un numero molto elevato di elettori e non è il Parlamento che può da solo convocarlo. E’ evidente che l’informazione ha pesantemente calcato la mano sulla fine del chavismo. La situazione è pesante, c’è un’offensiva durissima dell’imperialismo nordamericano e della reazione interna che riguarda tutta l’America Latina, basti pensare all’Argentina, ma la partita è e resta aperta.

Dopo l’insediamento del 5 gennaio prossimo è facilmente prevedibile che la tensione tornerà a salire, come non è da escludere che il conflitto tra poteri possa portare ad uno scontro frontale dagli esiti ad oggi non scontati. Il caos urbano, la stretta economica insieme allo scontro di potere possono diventare una miscela esplosiva.

E’ chiaro che la partita in gioco, per stessa ammissione dell’Ambasciatore, è la combinazione tra la tenuta del processo rivoluzionario in tutta l’America Latina (Il 20% del PIl di Cuba conta sullo scambio commerciale con Caracas) e i complessivi assetti geostrategici. L’influenza della Cina e della Russia è enormemente aumentato in questi anni nell’area ed un attacco alle attuali leadership rivoluzionarie deve fare i conti anche con i due Paesi più importanti del BRICS che contestualmente oggi si fronteggiano sempre meno diplomaticamente nel teatro mediorientale e complessivamente nella ridefinizione delle gerarchie a livello mondiale.

Ferrero nel ringraziare l’Ambasciatore per l’incontro ha ribadito la solidarietà politica del Prc, alle forze popolari che sostengono la rivoluzione bolivariana e al Presidente Maduro. Ha posto come punto fondamentale la necessità di una declinazione aperta e più ampia possibile con cui sostenere il processo complessivo in America Latina oggi attaccato così pesantemente. La difesa della Repubblica bolivariana, in questa parte del mondo, non può essere relegata solo a generosi ed importanti gruppi già convinti ma allargando in primo luogo con una costante controinformazione quanto i processi democratici e indipendenti dalla morsa dell’imperialismo siano continuamente contrastati con ogni mezzo dalle forze dominanti. Così è stato nei periodi delle feroci dittature che hanno insanguinato l’America latina, così è oggi la reazione che tenta di riprendere le redini di una situazione sfuggita al loro ferreo controllo. Un informazione dove la messa in discussione delle chiavi di comando di quello che era considerato il cortile di casa degli Usa determina un continua distorsione della realtà, nascondendo il progresso sociale che la Revolucion ha determinato in questi anni. «La democrazia che vince contro il dominio dà fastidio, l’unica democrazia che viene accettata è quella che lo mantiene – Come ha ribadito Ferrero – non si tratta di dare semplice solidarietà, ma di una battaglia da fare insieme al di qua e al di là dell’oceano».

Un appello “anonimo” con nomi e cognomi

12/24/2015

di Maurizio Acerbo

Da ieri circola sui social un appello “anonimo” – oggi è sul Manifesto – di esponenti di Sel, Sinistra Italiana e aree limitrofe per la “sinistra di tutte e tutti”. E’ partito dal giro di Act ma in pochi minuti è stato “casualmente”, con fulmineo “copia e incolla”, fatto proprio da Nicola Fratoianni, Betta Piccolotti, Simone Oggionni, Marco Furfaro, Massimiliano Smeriglio, Luca Casarini, Beatrice Giavazzi, Andrea Ranieri, Stefano Fassina, e tanti altri noti e meno noti assessori, parlamentari, segretari regionali, provinciali nonché qualche associazione ben nota per la vicinanza a Sel. Il sedicente “gruppo di persone” è piuttosto noto, che il testo come scritto nella presentazione sia “proprietà di nessuno” alquanto dubbio. Infatti con un’intervista sempre sul Manifesto Claudio Riccio di Act ce lo spiega e Fassina sulla stessa pagina conferma che si tratta di un testo concordato con Sinistra Italiana. Forse questi “soliti ignoti” sono i “ragazzi”, alcuni a ben vedere piuttosto attempati, a cui in una recente intervista al Manifesto Sergio Cofferati intendeva passare la mano. Chiunque abbia fatto nella vita un po’ di movimento conosce bene queste trovate e non si sorprende.

Di sicuro l’ispirazione dell’appello non è unitaria. Infatti ribadisce l’impostazione con cui si è condotto improvvisamente alla rottura il “tavolo” che, dopo la sottoscrizione del documento NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA, avrebbe dovuto promuovere l’assemblea nazionale a gennaio.

L’iniziativa maldestra dà l’idea che, dopo aver cercato di mettere il proprio marchio sui processi unitari dall’alto della rappresentanza parlamentare e della visibilità mediatica con la kermesse al Quirino di Sinistra Italiana, ora si voglia mimare un processo costituente dal basso.

Noi ci siamo relazionati sempre con pazienza unitaria perché ormai non val neanche la pena di far polemiche nei confronti delle tempeste che si scatenano nel bicchiere sempre più vuoto della sinistra italiana, coscienti come siamo da lungo tempo che se non si dismettono nefasti vizi non si va da nessuna parte. Non basta un hashtag per mascherare una modalità molto vecchia di concepire la manovra politica.

Siamo ovviamente contenti che quella che è stata da anni la nostra proposta – il principio “una testa/un voto” – per un unità non verticistica della sinistra antiliberista e alternativa al PD sia la parola d’ordine e il cuore dell’appello.

Ne siamo talmente convinti che lo proponemmo il giorno dopo il risultato positivo dell’Altra Europa con Tsipras ma allora – e per lungo tempo – faceva venire l’orticaria in chi doveva gestire nelle regioni e in tanti comuni accordi col PD renziano e non voleva avere tra i piedi una partecipazione dal basso che avrebbe condotto inevitabilmente alla rottura col centrosinistro. Il nostro invito a costruire al più presto una “Syriza italiana” veniva giudicato prematuro e tale da creare divisioni nonostante l’Altra Europa avesse raccolto 40.000 adesioni in pochissimi giorni, centinaia di migliaia di firme per la presentazione delle liste e oltre il 4% dei voti. E’ forte la sensazione che fosse indispensabile far perdere passione e interesse per quel luogo unitario per poter lanciare con velleità egemoniche il proprio restyling, il nuovo format per le politiche.

Non ce la prendiamo quindi, ma avremmo preferito la convocazione di un’assemblea che fosse davvero di tutte e tutti, o almeno che coinvolgesse tutte le soggettività che avevano sottoscritto il documento NOI CI SIAMO che – ricordiamocelo sempre – comunque non esauriscono tutti i mondi della sinistra, delle lotte, dei movimenti, del conflitto sociale, del pensiero critico presenti nel nostro paese.

Proprio perché nell’unità ci crediamo abbiamo promosso in queste settimane la consultazione delle nostre iscritte e dei nostri iscritti che ha visto migliaia di iscritti di Rifondazione Comunista discutere e votare sul proseguimento del processo come delineato in quel documento che avevamo condiviso con Sel, Altra Europa, Possibile, Act, Futuro a sinistra e interlocutori come Cofferati.

Ci sono tante iniziative in corso e danno l’idea del fermento che c’è a sinistra anche se sentiamo l’urgenza che tutte queste energie si dirigano verso obiettivi e luoghi unificanti. C’è stata proprio nei giorni scorsi un’importante assemblea della Rete antiliberista e anticapitalista, ci sarà a gennaio un’assemblea promossa da Primalepersone. In precedenza Possibile ha tenuto la sua (ci scusiamo con tutti quelli che abbiamo dimenticato). Non è compito nostro impedire a Fratoianni di lanciare quella Sel 2.0 prefigurata l’anno scorso durante Human Factor o qualcosa del genere. Ci mancherebbe! Non si tratta però della “sinistra di tutte e di tutti” e non risolve il problema di costruire un’alternativa credibile al PD e alle politiche neoliberiste, una “casa comune” che anzi si allontana se qualcuno pensa di poter sussumere tutto lasciando fuori quasi tutti.

Noi ci siamo. E continuiamo a pensare che un processo unitario autentico sia fondamentale e che in tal senso l’Altra Europa rappresenti ancora l’esperienza più avanzata costruita in questi anni. Continueremo a insistere con determinazione.

P.S.: avevo appena finito di scrivere questa noticina che mi sono imbattuto nella rivendicazione di un “ragazzo” che ben conosciamo, Simone Oggionni, che conferma tutto quello che ho scritto.

www.rifondazione.it

RIFONDAZIONE E L’UNITA’ A SINISTRA: CIO’ CHE HA DETTO LA CONSULTAZIONE

di Ezio Locatelli*
I dati che emergono dalla consultazione delle iscritte e degli iscritti di Rifondazione Comunista, con i verbali fin qui arrivati, sono inequivocabili. La stragrande maggioranza delle compagne e dei compagni, il 71,4% di quanti hanno partecipato alle 462 riunioni, di Circolo o di più Circoli accorpati, che si sono tenute in tutta Italia, ha approvato la proposta avanzata a maggioranza dal Comitato Politico Nazionale imperniata sul rilancio di Rifondazione Comunista e sulla costruzione di un soggetto unitario della sinistra. Due facce di una stessa medaglia che parlano chiaro: nessuno scioglimento e nessuna chiusura autoreferenziale. La sinistra deve unirsi, costruire spazi politici e battaglie comuni, in alternativa al Pd, nel pieno riconoscimento delle culture plurali che la compongono.
Il testo sottoposto alla discussione parlava per l’appunto dell’impegno al rafforzamento e al rilancio di Rifondazione Comunista e di costruzione del soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista. Il testo in questione, con tutti gli aggiornamenti del caso, è stato  sottoposto ad una discussione allargata cui ha scelto di partecipare una parte significativa del partito, in specie quella costituita dal quadro più attivo e militante. Una partecipazione che non è per niente venuta meno con la rottura del tavolo di confronto nazionale operata dalle forze che hanno dato vita a Sinistra Italiana. Anzi è avvenuto il contrario, segno non solo del riconoscimento di fondo di una proposta politica ma della linearità di atteggiamento tenuto da Rifondazione Comunista. La nostra proposta di unità della sinistra non svanisce certo con l’interruzione del confronto al tavolo nazionale. In sintonia con quanto fatto in questi anni con l’Altra Europa vi è oggi più che mai la necessità di perseguire un disegno unitario e alternativo al Pd, sia a livello di progetto generale che a partire dalle elezioni amministrative, a Roma come a Milano, a Torino come a Napoli, così come nel resto del Paese.
Diciamolo pure con una punta di orgoglio. Quella che abbiamo messo in pratica con la consultazione è una forma di democrazia partecipata – il contrario delle forzature politiciste spacciate come innovazione politica – nella formazione degli orientamenti e delle decisioni che non ha raffronti in nessun’altra formazione politica. Sono ben oltre 5 mila le iscritte e gli iscritti che hanno preso parte attivamente al voto, oltre che alla discussione. Una partecipazione notevolmente superiore, più del doppio, rispetto a quella che c’è stata in occasione della consultazione per la lista l’Altra Europa con Tsipras. Allora i partecipanti furono 2441. Ovviamente la discussione andrà avanti tenuto conto anche che buona parte degli iscritti e iscritte al Prc-Se, in tutta una serie di realtà, deve ancora ritrovarsi. Andrà avanti chiedendo a tutte e tutti di stare al passo con avvenimenti e proposte varie, di starci con linearità e coerenza di pensiero, ma intanto va preso positivamente atto della buona partecipazione.
Una consultazione, sia detto, che è stata anche l’occasione per coinvolgere compagne e compagni che non fanno parte di Rifondazione i quali, in alcuni casi, si sono iscritti al partito. Segno che il partito come corpo collettivo c’è, partecipa, discute, aggrega con elementi in controtendenza rispetto ai processi di delega e di liquefazione che allo stato attuale caratterizzano le forme della politica. E lo fa, contrariamente a tante stupide distorsioni e caricature, con manifestazioni di apertura, di volontà unitaria, di generosità che sono risorse preziose, non un fardello di cui disfarsi, imprescindibili per qualsiasi progetto politico unitario di cambiamento. Davvero grazie alle compagne e ai compagni che hanno lavorato per questa espressione di democrazia.
*segreteria nazionale – responsabile organizzativo Prc-Se

. Circoli Verbali ISCRITTI 2015 COINVOLTI VOTANTI TOTALI % VOTANTI SU ISCRITTI (partecipazione) FAVOR. % FAV. CONTRARI % CONTR.
TOTALE NAZIONALE 462 12.216 5.185 42,4% 3.700 71,4% 1.175 22,7%

 

ASTENUTI % AST. NON PARTECIPANTI AL VOTO % NON PARTECIPANTI AL VOTO
TOTALE NAZIONALE 250 4,8% 60 1,2%

 

 

VERBALE CONSULTAZIONE SU RAFFORZAMENTO E RILANCIO PRC E COSTRUZIONE DEL SOGGETTO UNITARIO E PLURALE DELLA SINISTRA ANTILIBERISTA

La consultazione delle iscritte e degli iscritti di Rifondazione Comunista che si è svolta dal 1 dicembre al 19 dicembre 2015 come da indicazione del Comitato Politico Nazionale in merito al testo:

“Il nostro obiettivo è mettere al centro, in continuità e in attuazione della linea politica stabilita al congresso di Perugia, la strada del rafforzamento e del rilancio del Partito della Rifondazione Comunista e della costruzione attraverso un processo unitario, partecipato e democratico, del nuovo soggetto della sinistra in Italia. Questo processo che vedrà una prima tappa positiva nella convocazione dell’assemblea del 15/17 gennaio 2016 convocata sulla base del documento “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” deve essere finalizzato a costruire un soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista, chiaramente alternativo al Pd e collocato in Europa nell’ambito del GUE e della Sinistra Europea”

Sulla base dei verbali pervenuti prende atto dei seguenti risultati:

RISULTATI PER REGIONE CONSULTAZIONE DELLE ISCRITTE/I del 1-19 dic. 2015

 

FEDERAZIONI –REG. Circoli Verbali ISCRITTI 2015 COINVOLTI VOTANTI TOTALI % VOTANTI SU ISCRITTI (partecipazione) FAVOR. % FAV. CONTRARI % CONTR.
TOTALE NAZIONALE 462 12.216 5.185 42,4% 3.700 71,4% 1.175 22,7%
VALLE D’AOSTA 1 19 11 58% 10 91% 0 0%
PIEMONTE 32 751 290 39% 240 83% 35 12%
LIGURIA 9 465 160 34% 92 58% 57 36%
LOMBARDIA 77 1.787 693 39% 524 76% 112 16%
VENETO 25 544 260 48% 208 80% 28 11%
FRIULI V. GIULIA 7 401 104 26% 73 70% 22 21%
TRENTINO A.A. 2 144 29 20% 26 90% 1 3%
EMILIA ROMAGNA 64 1.495 615 41% 326 53% 264 43%
TOSCANA 83 1.965 705 36% 423 60% 247 35%
MARCHE 8 232 113 49% 85 75% 24 21%
UMBRIA 22 622 376 60% 335 89% 22 6%
LAZIO 52 1.514 689 46% 447 65% 206 30%
ABRUZZO 6 292 86 29% 73 85% 9 10%
MOLISE 1 49 10 20% 8 80% 2 20%
CAMPANIA 22 476 191 40% 117 61% 43 23%
PUGLIA 14 554 355 64% 304 86% 40 11%
BASILICATA 1 18 10 56% 10 100% 0 0%
CALABRIA 9 231 110 48% 73 66% 32 29%
SICILIA 19 450 252 56% 213 85% 21 8%
SARDEGNA 7 166 110 66% 107 97% 1 1%
ESTERO 1 41 16 39% 6 38% 9 56%

 

FEDERAZIONI –REG. ASTENUTI % AST. NON PARTECIPANTI AL VOTO % NON PARTECIPANTI AL VOTO
TOTALE NAZIONALE 250 4,8% 60 1,2%
VALLE D’AOSTA 1 9%
PIEMONTE 15 5%
LIGURIA 11 7%
LOMBARDIA 46 7% 13 2%
VENETO 8 3% 16 6%
FRIULI V. GIULIA 9 9%
TRENTINO A.A. 2 7%
EMILIA ROMAGNA 24 4%
TOSCANA 35 5%
MARCHE 4 4%
UMBRIA 16 4%
LAZIO 36 5%
ABRUZZO 4 5%
MOLISE 0 0%
CAMPANIA 8 4% 23 12%
PUGLIA 11 3% 2 1%
BASILICATA 0 0%
CALABRIA 5 5%
SICILIA 12 5% 6 2%
SARDEGNA 2 2%
ESTERO 1 6%

 

A questi risultati potranno essere aggiunti i dati relativi a verbali ad oggi non ancora pervenuti relativamente a consultazioni già effettuate e i dati delle consultazioni previste e programmate entro e non oltre alla data di oggi.

 

Il gruppo di garanzia

Ezio Locatelli, Gianluca Schiavon, Sandro Targetti

Coadiuvato dal gruppo operativo

Stefano Galieni, Silvia Di Giacomo, Vittore Luccio

Sacrosanto sciopero alla Sevel di Atessa (Ch) contro il modello Marchionne

di Maurizio Acerbo e Marco Fars

La Sevel che antepone la saturazione dei propri impianti a costo anche di pericolosi ed eccessivi carichi per i lavoratori nonci stupisce ma ci indigna. Sono anni che insieme alla Fiom ed ai sindacati di base denunciamo la questione e cerchiamo di dare un contributo contro questa logica, con il sostegno alle lotte dei lavoratori, con mozioni a suo tempo approvate in consiglio regionale, con opuscoli che denunciano i rischi legati all’organizzazione del lavoro in Sevel disponibili sul nostro sito.

Viene da chiedersi: quando la Sevel sarà finalmente soddisfatta nello spremere i lavoratori? La risposta è facile: mai, perché questo è il suo modo di fare maggiori profitti e poco importa se questo comporta per i lavoratori rischi di stress, per la salute e riduzione dei tempi di vita da dedicare a sé stessi ed al riposo.
La riduzione di dieci minuti di pause per coloro che lavorano a turni, si aggiunge all’aumento dei carichi di lavoro con l’introduzione dell’organizzazione della produzione basata sull’Ergo-Uas e all’aumento degli straordinari.
Basti considerare che è stato calcolato come gli stabilimenti Fca che, come Sevel, hanno introdotto l’Ergo-Uas, hanno aumentato i ritmi di produzione dal 4 al 7%, che equivale ad un maggior lavoro per ogni operaio che va dai 18 ai 31 minuti nell’arco delle 8 ore. Ma tutto questo non sembra sufficiente all’azienda che decide, ora ed in maniera unilaterale, di tagliare la pausa. Pensate quanto ci guadagna Sevel da questa operazione e che gli operai, nonostante produzioni da record, potrebbero di nuovo ricevere dall’azienda un panino con la porchetta e compromissione della loro salute, mentre a dirigenti e capi vengono elargiti lauti compenti, fa molta rabbia.
Questa situazione, tra l’altro, restituisce il significato di flessibilità del lavoro tanto reclamizzato da Marchionne e dal suo compare, Matteo Renzi. Il Jobs act, infatti, va proprio nella direzione di generalizzare la possibilità, per il padronato, di spremere fino all’osso i lavoratori, senza alcuna redistribuzione dei profitti, ma socializzando i costi sociali. E’ oramai internazionalmente riconosciuto che i carichi di lavoro come quelli imposti in Sevel, sono cause di infortuni, malattie professionali e stress correlato al lavoro, con enormi costi sociali e umani.
Per questo facciamo appello ai lavoratori perchè si uniscano alla protesta ed alla lotta di Fiom e dei sindacati di base. Ne vale della loro salute e sta agli stessi lavoratori tutelarla, perchè nel caso un giorno dovessero ritrovarsi classificati come lavoratori con “ridotte capacità lavorative”, Sevel non si farebbe troppi scrupoli a lasciarli a casa perchè non adatti ai carichi di lavoro ed alla fame di profitto aziendale.

Maurizio Acerbo, segreteria nazionale PRC

Marco Fars, segretario regionale PRC

Pavia: musica per il Kurdistan

Musiche per il Kurdistan
martedì 22 dicembre 2015 – ore 21.00
Santa Maria in Gualtieri – Pavia
Cari Amici,
Sono felice di invitarvi al concerto che terrò con il mio gruppo Punti Critici martedì 22 Dicembre a Santa Maria Gualtieri, alle ore 21.00 in Pavia.
Dedicheremo un’ora di musica contemporanea a sostegno degli esuli curdi.
La Onlus Verso il Kurdistan di Alessandria si occupa di raccogliere i fondi e destinarli ad Asem, un’associazione di volontari francesi che opera nel quartiere di Kunkapi ad Istanbul.
Sono stato contattato direttamente dalla responsabile di Asem che mi ha confermato la loro attività e la collaborazione con Verso il Kurdistan. Vi allego la mail per conoscenza.
Ritengo personalmente che sotto Natale il regalo più bello che possiamo fare è contribuire al sostegno di un popolo che fin dall’inizio si è opposto con tutte le forze all’avanzata dell’ISIS.
Il concerto sarà ad offerta libera, ma invito anche chi non possa venire al concerto di contribuire versando quanto ritiene giusto alla ONLUS Verso il Kurdistan. Le spese del concerto
saranno sostenute da loro con una percentuale sul ricavato.
Con il vostro sostegno sarà inoltre possibile per il mio gruppo organizzare altri concerti di questo genere in futuro e accrescere la nostra attività musicale e di attivismo politico.
Colgo l’occasione per farvi i miei più sinceri auguri di Natale.
Martino Panizza

Musica per il Kurdistan
Martedì 22 Dicembre 2015 h. 21.00
Santa Maria in Gualtieri, Pavia
Punti Critici
Martino Panizza, arpa
Paolo D’Aloisio, sassofono
Alessandro Emmi, chitarra
Massimo Palmirotta, batteria
https://www.facebook.com/events/1529012744081439/
Dei fondi raccolti, una percentuale sarà devoluta
ai musicisti per l’organizzazione del concerto
http://versoilkurdistan.blogspot.it/
Asem
Asemistanbul.org
IBAN: IT61 U033 5901 6001 0000 0111 185
intestato a: Associazione verso il Kurdistan-Onlus.
Causale “Punti Critici – contributo volontario ”
per avere detrazioni scali
Verso il Kurdistan Onlus, Alessandria
contatti
martino.panizza@gmail.com

GENDER: TANTO RUMORE PERCHE’? LA MOZIONE DELLA LEGA NORD DI MORTARA

Gender? Tanto rumore, perché? E’ surreale l’iniziativa della lega nord che, come abbiamo appreso, ha presentato una mozione al consiglio comunale di Mortara dal titolo “educazione sessuale e contrasto alla diffusione della teoria gender nelle scuole di Mortara”, purtroppo votata all’unanimità.
Facciamo rilevare subito che la cosiddetta “teoria gender” è una patacca che non trova riscontro tra coloro che lavorano nella scuola. La competenza del piano offerta formativa (pof) è di esclusiva competenza del collegio docenti che lo sottopone al consiglio d’istituto nei modi e nei tempi previsti. Ciò detto, riteniamo la mozione del consiglio comunale che impegna il sindaco e la giunta comunale a mettersi di traverso in materie non di loro competenza, un intervento a “gamba tesa”, una indebita ed inopportuna ingerenza dal sapore retrogrado, negazionista ed oscurantista. Appare evidente la strumentalizzazione della Lega Nord anche su questo tema, come sulla religione. D’altra parte sappiamo che di divisioni si nutre il suo elettorato, i fini elettoralistici sono prioritari, anche dell’istruzione dell’università e della ricerca (Miur), dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, con circolare del 15/09/2015” protocollo AOODPIT n.1972 con oggetto: “chiarimenti… all’art.1 comma 16 legge 107/2015” (che invitiamo tutti i votanti la mozione a leggere attentamente) così recita: “la finalità… quella di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti… entro la quale rientrano la promozione dell’autodeterminazione consapevole e del rispetto della persona… l’educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione”.
Sono parole di normale buon senso, non rivoluzionarie, certo che i leghisti e gli altri consiglieri fanno fatica a capire. Contestare parole e concetti che impegnano la scuola di ogni ordine e grado ad insegnare ed a educare il NO alle discriminazioni significa oggettivamente fornire sponda al bullismo e all’intolleranza. Dal consiglio comunale, in primis, ci si aspetta e sarebbe indubbiamente auspicabile, voti e incitamenti contro ogni forma di violenza anche psicologica, contro l’omofobia, contro le differenziazioni, tutte cose che spesso hanno conseguenze drammatiche. Respingiamo decisamente e con sdegno la “caccia alle streghe” promossa dalla Lega Nord e fa specie che si siano accodati a questo atteggiamento anche i consiglieri dell’opposizione compresi quelli del Pd. Il consiglio comunale di Mortara, invece di agitare questioni inesistenti, si preoccupi dei problemi veri della scuola. In consiglio siedono anche qualificanti esponenti di questo mondo, c’è spazio per un’opposizione che non sia di “sua maestà”.

Facciamo qualche esempio:
1. La mensa delle scuole di piazza Italia, costruita male a suo tempo, nonostante spese aggiuntive, non è idonea per   essere usata come momento educativo dato il livello di rumore persistente.
2. Le tariffe per usufruire della mensa stessa sono ritenute alte e la qualità del cibo non eccellente.
3. Gli scuolabus sono pochi e malandati, si guastano e causano immancabilmente disagi e ritardi.
4. Le scuole medie hanno locali soggetti ad infiltrazioni d’acqua, hanno problemi di sicurezza, ma la giunta, pur informata, non dà nessuna risposta. L’assessore competente è in tutt’altre faccende affaccendato.
Potremmo continuare, ma costatiamo che sindaco, giunta, consiglieri di maggioranza e , purtroppo, anche d’opposizione preferiscono, perché è molto più comodo, agitare bersagli fittizi, sui quali non hanno potere, piuttosto che affrontare i veri problemi scolastici.

GIANNI DE PAOLI, segretario del circolo “A. Mascherpa”
del Partito della Rifondazione Comunista di Mortara.

12/17/2015

Per Cossutta

di Maria Rosa Calderoni

Addio, Armando. In silenzio, appartato, fuori dal gorgo, se ne è andato a 89 anni, circondato da quella sua famiglia che aveva amato moltissimo. Se ne è andato con la discrezione che ha caratterizzato la sua vita personale. Armando Cossutta, una figura storica del comunismo italiano.

Partigiano, dirigente nazionale del Pci, tra i fondatori di Rifondazione comunista e del Pdci. Comunista per sempre. E infatti volle dirlo alle ultime elezioni, quando votò Pd: <L’ho fatto da comunista>. Iscritto dal 1943, nel Pci percorse tutto intero il cursus honorum. Da subito collaboratore dell’organo del Partito, l’Unità; ininterrottamente parlamentare dal 1972 al 2008, molti furono gli incarichi da lui ricoperti nel Pci: consigliere comunale a Milano; segretario regionale della Lombardia,  membro della Direzione e della Segreteria nazionale.

Aveva un peso, Armando Cossutta. Allora, a “quel” tempo, c’erano gli amendoliani, i berlingueriani ed ebbene sì, i cossuttiani. Cioè i comunisti “duri e puri”, quelli che si ostinavano a voler vedere nell’Urss “lo Stato guida”. I bolscevichi italiani, gli antirevisionisti senza dubbi. E perciò fu lui, l’Armando, a dire no, con ribellione aperta e appassionata, al Berlinguer che, nell’81, l’anno drammatico della rivolta polacca, arrivò alla fatidica scomunica, quella che proclamava: <La spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre si é esaurita>. Fu un suo articolo, rimasto celebre, ad aprire il dibattito, forse il più aspro, dentro il Pci, il dibattito dello “strappo”.

Filosovietico per antonomasia. Ma non succube, anzi; lo fu da “comunista italiano”, attento, informato, disciplinato ma aperto. E anche capace, proprio di fronte ai sovietici ed ai loro alleati, di difendere le scelte di politica interna ed estera del PCI; e anche capace di condannare l’invasione di Praga: <I confini degli ideali socialisti non collimano con quelli degli stati socialisti”>.

Ebbene sì, il bolscevico Cossutta considerava l’Unione Sovietica un progetto incompiuto, non replicabile, ritenendo, con Luigi Longo, che <ogni testo deve essere calato in un contesto>.

Ebbene sì. Il boscevico Cossutta era sì custode geloso della “diversità” e degli ideali del Pci, ma altresì ben consapevole delle ragioni del compromesso storico e persino dell’unità nazionale. Ciò che non potè mai accettare fu quella deriva politica ed ideologica che lui definì (profeticamente…) “mutazione genetica”. E fu lui, allora, a fare “lo strappo”.

Filosovietico disciplinato, tuttavia spezzò la liturgia ribellandosi alla indicazione del partito favorevole all’adesione del’Italia alla prima guerra del Golfo. E ribellandosi alla Bolognina, la scena del misfatto: il luogo del cambio del nome, ma soprattutto il simbolo della perdita dell’anima e della storia comunista.

E fu Rifondazione Comunista. Orgoglio, entusiasmo, una immensa bandiera rossa portata per le strade di Roma; sì, Rifondazione nacque sotto una buona stella e con begli auspici. Lui scelse di non ricoprire il ruolo di Segretario, non voleva che il suo nome e la sua storia potessero fare veto a quella sinistra dispersa che lui voleva riunire. Tenere insieme.

E infatti ci riuscì. Tenne insieme decine di migliaia di militanti che, dopo la fine del PCI, avevano perso il punto di riferimento di tutta la vita. Si ribellò al ferale “rompete le righe”, parola d’ordine del tempo. Rifiutò l’abiura proposta dal Pensiero unico trionfante.

Fu Rifondazione Comunista. Non é questo il momento di ripercorrere le tappe dell’ormai venticinquennale storia del Prc. Molta acqua e diversi segretari, anche varie scissioni, sono passati sotto i nostri ponti.

Quando Cossutta decise, quasi a sorpresa, di offrirgli il ruolo di segretario, Fausto Bertinotti era iscritto al Prc da nemmeno un anno; e fu in quel momento che proprio lui, che l’aveva fondata, deluse Rifondazione. Perché non furono pochi i circoli che proposero – e votarono- una mozione cosiffatta: “Non può essere eletto segretario chi non e iscritto al partito da almeno due anni”…

Ci furono delle conseguenze, come si sa. Compresa la scissione, forse la più dolorosa della sua vita. E dopo venne il Pdci; dopo la rottura con Diliberto; e dopo ci fu lo straordinario fatto che Armando Cossutta, eterno uomo di partito, rimase senza partito. Mai più tessera, non volle più averne una. Tranne quella dell’Anpi, di cui fu vicepresidente nazionale.

Visse felice con la sua Emy, settant’anni insieme, fino a quando, nell’agosto scorso, la morte non gliela strappò. Visse felice coi tre figli e i quattro nipoti intorno.

Addio, Armando. Un comunista.