Mese: aprile 2016

Venezuela, le destre cavalcano la crisi energetica

di Geraldina Colotti

Il Venezuela è al lumicino e a ridurlo così è stato il presidente Nicolas Maduro? L’ex autista del metro è responsabile anche dei cambiamenti climatici ? Il suggerimento dei grandi media privati, in loco e all’estero, è palese.

La grave crisi energetica che ha colpito il paese, sarebbe la conseguenza di scelte scellerate del governo bolivariano. E l’azione di El Niño – che la Nasa ha definito il più devastante fenomeno naturale mai registrato – avrebbe un’incidenza trascurabile: anche se la siccità ha quasi prosciugato il bacino della centrale idroelettrica di Guri, che produce il 70% dell’elettricità nazionale ed è il secondo più grande dell’America latina. Anche se, ancora in questi giorni e in diverse occasioni nei mesi scorsi, diverse persone sono morte o sono rimaste ferite nel tentativo di sabotare i tralicci: in un punto di fragilità com’è quello della rete elettrica, gli “apagones” provocati (i black out) sono, e non da oggi, un’arma di pressione per provocare scontento e danni.

El Niño, il cui effetto è esacerbato dall’accelerazione dei cambiamenti climatici, produce alternanza di alluvioni e siccità, e ha già portato grossi disastri in molti paesi dell’America latina. Per lo straripamento dei fiumi, dagli ultimi mesi del 2015 a oggi, oltre 200.000 persone sono rimaste senza riparo. Il Perù ha dichiarato l’emergenza nazionale. In Costa Rica, negli ultimi due anni si è avuta la siccità più forte mai registrata dal 1930, con conseguenze pesanti in tutta l’attività economica del paese.

Già a ottobre del 2015, la Fao ha lanciato l’allarme per gli effetti di El Niño sulla semina che, da allora, ha provocato emergenze alimentari in 34 nazioni: dall’Africa all’America latina e ai Caraibi, dalle Filippine all’Indonesia. Per le devastanti siccità, molti governi latinoamericani hanno cercato di proteggersi dalla crisi energetica riducendo la giornata lavorativa o le ore di consumo. Nel 2014, lo ha fatto il Nicaragua. Nel 2015, il Panama ha chiuso in anticipo gli uffici. Nel 2016, la Colombia ha deciso un risparmio energetico tra il 5 e il 10%. E l’Argentina del neoliberista Macri, a dicembre del 2015 ha dichiarato l’emergenza energetica fino al 2017 perché la rete elettrica è al collasso.

In Venezuela, il governo Maduro, dopo aver accorciato la settimana lavorativa degli impiegati pubblici, decretando il venerdì giorno feriale, in questi giorni ha chiesto ai lavoratori del settore pubblico di stare a casa anche per altri due giorni. Oltre ai salari – quelli degli impiegati pubblici hanno visto nei mesi scorsi un aumento del 20% – verranno mantenuti i servizi essenziali. La misura dovrebbe durare 15 giorni. Un piano di razionamento, previsto per 40 giorni, interessa invece soprattutto le zone residenziali, che consumano il 63% dell’energia. Ogni giorno, il servizio elettrico verrà sospeso per 4 ore. Intanto, nelle scuole, nei locali pubblici e in televisione, vengono diffusi opuscoli che invitano a un uso razionale dell’acqua e della luce, intitolati “El Niño non è un gioco, prendilo sul serio”.

Già nel 2010, quando governava Hugo Chavez, era stata dichiarata l’emergenza nel settore. Durante il secolo scorso, El Niño ha provocato gravi danni al Venezuela. Nella novella Caracas sin agua, Gabriel García Márquez ha raccontato gli effetti di una delle peggiori siccità sulla vita della capitale, nel ’58. La serie nera prosegue ora nel settimo periodo più secco degli ultimi 60 anni.

Per l’opposizione, però, questa è l’ultima bomba a tempo che può scoppiare nelle mani di Maduro. Sono riprese le violenze e le devastazioni delle strutture pubbliche. Nello stato Zulia, uno dei più ricchi, il governatore Arias Cardenas, chavista, ha reso pubblico un primo bilancio dei danni provocati a oltre 70 locali commerciali e si è impegnato a risarcire i commercianti in una pubblica riunione. E 103 persone sono state arrestate. L’auto di un altro governatore è stata presa a raffiche di mitra. Il governo ha invitato i lavoratori del settore elettrico (controllato dallo stato dal 2007) a vigilare contro i tentativi della destra di rovesciare il governo creando una situazione simile a quella degli scontri violenti del 2014.

In questi giorni, il Consejo Nacional Electoral ha consegnato all’opposizione i moduli per avviare la procedura di revoca al presidente Maduro, possibile a metà mandato per tutte le cariche elette. Per chiedere un referendum occorre raccogliere le firme dell’1% degli aventi diritto, ossia circa 195.721 su 19.572.100. Per convocare un referendum, occorre raccoglierne non meno del 25% (4.893.025), ma per arrivare alla revoca il totale dev’essere superiore al numero di voti ottenuti da Maduro nel 2013, ovvero 7.505.338. Il tutto certificato da impronte e documenti, che poi il Cne dovrà verificare. Se però nel frattempo, a Maduro rimangono due anni di governo, il timone passa al vicepresidente Aristobulo Isturiz, che terminerà il mandato senza indire nuove elezioni. Per questo, l’opposizione vuole fare in fretta e, avendo la maggioranza in Parlamento, ha approvato una legge con effetto retroattivo per ridurre di metà il mandato del presidente. E ora accusa il governo di voler fare melina, approfittando della crisi energetica e della chiusura degli uffici.

Che il Venezuela non funzioni come un orologio svizzero, è un fatto, trattandosi di un paese in via di sviluppo. Né si può pensare che l’esperimento chavista – che ha scommesso di rinnovare lo stato basandosi sul consenso e non sulla messa fuori legge delle classi dominanti – abbia scelto un cammino facile, esente da errori e da approssimazioni. Lo sviluppo intensivo delle infrastrutture, comunque vincolato a un punto cardine del programma di governo – l’ecosocialismo – e al rispetto delle ferree norme del lavoro per le grandi imprese internazionali, è stato rimandato per risolvere prima problemi drammatici e urgenti (cibo, casa, terra, educazione, sanità..): per saldare, cioè, l’enorme “debito sociale” contratto con i settori meno favoriti durante gli anni del neoliberismo, imperante nella IV Repubblica.

Quando, nel 1998, Chavez ha vinto le elezioni (con un ampio margine di consensi e a capo di un’alleanza di sinistra e nazionalista mossa da scontento e proposte), il 70% viveva in povertà, oltre il 20% in povertà estrema, la maggioranza delle popolazioni indigene non votava e non era censita, il tasso dell’analfabetismo, dell’inflazione e della violenza, raggiungevano livelli stellari. Basta ripercorrere gli indicatori statistici di allora: a parte una ristrettissima cerchia di persone, che controllava affari e risorse, la stragrande maggioranza della popolazione non stava certo meglio di adesso.

Il Venezuela socialista ha consentito l’accesso al consumo a vasti strati che prima ne erano esclusi, favorendo anzi la corsa al consumismo e all’accaparramento e diventando uno di primi consumatori di cellulari e nuove tecnologie del continente. Un boom che ha pesato anche sulla rete elettrica, rendendo inadeguati i tentativi di ammodernamento. Nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio, il Venezuela continua a destinare oltre il 70% delle entrate ai programmi sociali.

L’intensificarsi dei sabotaggi e della crisi economica con la morte di Chavez e la vittoria – di stretta misura – di Maduro sull’avversario di destra, Henrique Capriles Radonski, hanno però rallentato alcuni investimenti cardine nel settore. La centrale di Tocoma, sempre nel sud, che avrebbe generato la metà dell’energia che oggi produce l’idroelettrica Simon Bolivar, nell’omonimo stato, colpita ora dalla siccità, è rimasta incompiuta. E ha pesato anche la corruzione che ha prodotto un’emorragia di fondi pubblici verso fini privati.

Intanto, mentre le destre intensificano la campagna internazionale, le sinistre e i movimenti denunciano il golpe istituzionale che, dal Brasile al Venezuela, riprende un format utilizzato in precedenza contro Manuel Zelaya in Honduras e contro Fernando Lugo in Paraguay. Ieri, il capo dell’Osa, Luis Almagro, ha incontrato i vertici dell’opposizione e ha già fatto sapere che, contro il governo è pronto ad approvare la Carta democratica per sospendere il Venezuela dall’Osa.

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Tajeldine: «Allarme eccessivo per attaccarci, il Venezuela ce la farà»

di Geraldina Colotti

Basem Tajeldine è un analista politico venezuelano specialista in questioni mediorientali e proveniente dal Partito comunista venezuelano, formazione che ha scelto di non sciogliersi nel Partito socialista unito del Venezuela, ma di appoggiare il chavismo nella coalizione Gran Polo Patriottico.

Una voce ascoltata e radicale, che nei suoi interventi evidenzia senza infingimenti le principali criticità del socialismo bolivariano.

Crisi alimentare, crisi politica, crisi energetica. Secondo le destre e i grandi media l’esperimento bolivariano ha fallito e il governo è al lumicino. E’ così?
No, le cose non stanno così. Intanto, non è vero che la diminuzione della settimana lavorativa per gli impiegati pubblici abbia significato un abbassamento del salario. La politica del governo va in tutt’altro senso, i lavoratori e i settori popolari sono al centro delle preoccupazioni politiche, il piano d’emergenza economica deciso dal presidente prevede il rilancio della produzione nazionale e quello della sovranità produttiva: perché il nostro problema principale resta la dipendenza dal petrolio, il fatto di essere un’economia ancora troppo basata sulla rendita. Ora il prezzo del barile si sta leggermente riprendendo e questo ridà un po’ di fiato all’economia, ma il problema principale resta l’alta inflazione che fa lievitare anche i prezzi degli alimenti: un problema che viene da lontano e che è amplificato dall’azione destabilizzante del mercato parallelo del dollaro. Nel sito principale che ne dà conto, Dolar Today, un dollaro è uguale a 1.000 bolivar… Intanto, assistiamo a una fortissima pressione delle grandi istituzioni internazionali per rimettere le mani sulle nostre ricchezze. Le agenzie di rating aumentano la qualificazione del rischio, in modo da imporre pagamenti anticipati e in contanti e altissimi tassi di credito quando dobbiamo acquistare tecnologia o prodotti. E’ un’aggressione generale all’America latina e alle alleanze solidali costruite in questi anni, che hanno avuto ed hanno al centro il Venezuela: un “pericoloso” esempio da stroncare. Dal Medioriente al nostro continente, il problema per l’imperialismo resta quello di appropriarsi delle risorse e le strategie adoperate per riuscirci si assomigliano, fatte le debite differenze di contesto. Una delle tattiche principali, attuata con il supporto dei grandi media, è quella di creare allarmi e discredito per giustificare sanzioni e ingerenze e indurre la popolazione ad allontanarsi dal socialismo.

Lei dice spesso, però, che cercare le colpe unicamente nel campo avverso non è un buon esercizio: il chavismo, che ha puntato tutto sul consenso, ha perso le elezioni del 6 dicembre e ora, secondo alcune inchieste, le destre potrebbero vincere anche il referendum revocatorio.
L’opposizione, di certo, ha fatto campagna utilizzando l’esasperazione della popolazione, da lei stessa provocata con la guerra economica. Detto questo, il chavismo ha lasciato anche spazio alla destra endogena, alla corruzione, alla spettacolarizzazione della politica da parte di certi dirigenti che hanno perso il polso della situazione reale. La macchina del partito dev’essere separata da quella dello stato, altrimenti si creano burocratismi e corti circuiti e anche il partito si disintegra. Questo, ora, è diventato molto chiaro e il rinnovamento è stato assunto in pieno a tutti i livelli della militanza e del partito. Ci sono stati molti arresti di corrotti e non si è guardato in faccia a nessuno. Il problema è che, in tutti questi anni di attacchi a Maduro, non c’è stato modo di spingere a fondo su quel rinnovamento che Chavez ha definito Golpe de Timon, ma la capacità di reazione dei settori popolari è sempre molto forte, il nostro è un popolo cosciente e maturo che non vuole cedere.

fonte: il manifesto

 

Il Governo vuole privatizzare l’acqua

Tratto dall’Informatore di Vigevano di giovedì 28 aprile 2016

l’allarme

Il Governo vuole privatizzare l’acqua

Gentile Redazione, nei giorni scorsi alla Camera è avvenuto un insulto alla democrazia e contro quello che 26 milioni di persone avevano deciso con il referendum per l’acqua pubblica. I deputati hanno infatti deciso che il servizio idrico deve rientrare nel mercato, dato che è un bene di “interesse economico”, da cui ricavarne profitto.
Il 3 giugno del 2011 l’allora Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, pubblicava sul suo profilo Facebook il seguente post: “Referendum. Vado a votare sì all’acqua pubblica…”. Il Partito Democratico, anche se solo alla fine della campagna referendaria, aveva dato indicazione di votare 4 sì il 12 e 13 giugno 2011.
Ora Matteo Renzi è Segretario del Pd, Presidente del Consiglio e il Pd è il principale partito di maggioranza.
Quali migliori condizioni per attuare l’esito referendario e rispettare la volontà popolare?
Ma quale era la volontà popolare? Così la riassumeva la Corte costituzionale: “rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”. E allora il Governo ha escogitato una strategia. Non per concretizzare quanto indicato da 27 milioni di votanti, bensì per chiudere definitivamente la partita referendaria e mettere a tacere la volontà popolare.
E il Ministro Madia ne diventa l’esecutrice.
Ecco le mosse per provare a mettere in scacco il popolo sovrano.
1) si stravolge, cancellando l’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione dei gestori dell’acqua, la legge d’iniziativa popolare presentata nel 2007 dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, con oltre 400 mila firme, e depositata nuovamente nel 2014 dall’integruppo parlamentare per l’acqua bene comune.
2) si redige il “Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale”, decreto attuativo della Legge Madia numero 124 del 2015, che ha tra gli obiettivi “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità” e il “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”, oltre a promuovere “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”. Inoltre, questo provvedimento reintroduce nella tariffa idrica l’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal referendum.
3) si redige il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” che il Consiglio di Stato descrive così: si “rende evidente che il complessivo disegno riformatore si prefigge lo scopo assicurare nuove forme di privatizzazione sostanziale con impulso positivo ai processi di liberalizzazione delle attività economiche”.
Questi sono i fatti che smentiscono da soli il Ministro Madia la quale, ancora il 21 aprile scorso, insisteva a dire impunemente che “finché c’è questo governo nessuno sentirà parlare di privatizzazione dell’acqua” e che il decreto sui servizi pubblici “rispetta l’esito del referendum”.
Con buona pace del Ministro è evidente che questa è la strategia con cui il Partito Democratico e il Governo Renzi-Madia vogliono chiudere definitivamente i conti con l’“anomalia” referendaria e consegnare acqua e beni comuni ai grandi interessi finanziari.
Alessandra Cardinali

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO INSIEME PER FERMARE IL TTIP DISPONIBILI PULLMAN DA MILANO

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO

INSIEME PER FERMARE IL TTIP

DISPONIBILI PULLMAN DA MILANO

 

 

Chiediamo a tutte le donne e gli uomini da sempre attivi in difesa dei diritti e dei beni comuni, ai sindaci, ai comitati, alle reti di movimento, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni contadine e consumeristiche, agli ambientalisti e al mondo degli agricoltori e delle piccole imprese e a tutti quanti hanno a cuore la democrazia, di costruire assieme a noi una grande manifestazione nazionale a Roma il 7 maggio 2016.

Per fermare il TTIP. Per tutelare i diritti e i beni comuni.

Per costruire un altro modello sociale ed economico, per difendere la democrazia.

Tutte e tutti insieme è possibile

 

 

Per prenotare i pullman contattare Maurizio De Mitri all’indirizzo email stopttipmilano@gmail.com o 348 3814055.

Costo 20€ (10€ per studenti, precari e disoccupati). Partenza da Milano nella mattina del 7 maggio (i dettagli verranno comunicati ai partecipanti e attraverso il sito http://stop-ttip-milano.net/)

 

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APPELLO NAZIONALE

ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DEL POPOLO

INSIEME PER FERMARE IL TTIP

Unione Europea e USA stanno negoziando da quasi tre anni il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), il cui obiettivo, al di là della riduzione dei già esigui dazi doganali, è soprattutto quello di ridefinire le regole del gioco del commercio e dell’economia mondiale, anche attraverso l’armonizzazione di regolamenti, norme e procedure su beni e servizi prodotti e scambiati nelle due aree.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti presentano questo accordo come una questione tecnica, invece si tratta di argomenti che toccano da vicino la quotidianità di tutti: l’alimentazione e la sicurezza alimentare, le prospettive di sviluppo economico e occupazionale, soprattutto delle piccole e medie imprese, il lavoro e i suoi diritti, la salute e i beni comuni, i servizi pubblici, i diritti fondamentali, l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la democrazia.

Da ora al prossimo giugno, i negoziati entrano in una fase decisiva. Infatti, nonostante gli incontri negoziali siano ben lungi dall’aver trovato un accordo su molti dei punti in agenda, esiste una forte pressione per produrre una sintesi prima che le elezioni statunitensi entrino nel vivo con il rischio di regalare ai cittadini un esito molto pericoloso: un accordo quadro generico, che permetta ad USA e UE di sbandierare il risultato raggiunto, per poi procedere alla sua applicazione dettagliata attraverso tavoli “tecnici”, che opereranno con ancor più segretezza e opacità di quelle che da tempo denunciamo.

In questo modo inoltre il governo degli Stati Uniti, la Commissione Europea e le multinazionali che spingono il TTIP vorrebbero ottenere il risultato di depotenziare la protesta, che in questi tre anni si è estesa a macchia d’olio su entrambe le sponde dell’Atlantico, mettendo assieme comitati, associazioni di movimento, organizzazioni contadine e sindacali, consumatori, cittadine e cittadini, che hanno rivendicato trasparenza e sfidato la segretezza che ha circondato lo sviluppo del negoziato sul TTIP.

Una campagna che denuncia il delinearsi di un nuovo quadro giuridico pericoloso per i diritti e la democrazia, nel quale i profitti delle lobby finanziarie e delle grandi imprese multinazionali prevarrebbero sui diritti individuali e sociali, sulla tutela dei consumatori, sui beni comuni e sui servizi pubblici, negando nei fatti un modello di sviluppo e di economia attento ai lavoratori, alla qualità e all’ambiente.

Il TTIP minaccia i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare, mette sul mercato sanità, istruzione e servizi pubblici, pone a rischio la qualità del cibo e dell’agricoltura e l’attività di gran parte delle piccole e medie imprese.

Il TTIP è anche un attacco alla democrazia, permettendo alle imprese multinazionali di chiamare in giudizio tramite strumenti di arbitrato estranei alla magistratura ordinaria e ad esse riservati in esclusiva, qualsiasi governo che con le proprie normative pregiudichi i loro profitti, limitando e disincentivando di fatto l’esercizio del diritto a legiferare di parlamenti, governi e amministrazioni locali democraticamente eletti.

In questi tre anni anche in Italia è nata e si è diffusa la campagna Stop TTIP, costruendo – territorio per territorio – informazione, sensibilizzazione e mobilitazione sociale.

Data la fase in cui sta entrando il negoziato TTIP, è arrivato il momento di costruire, tutte e tutti assieme, un grande appuntamento nazionale sabato 7 maggio 2016 a Roma.

Chiediamo a tutte le donne e gli uomini da sempre attivi in difesa dei diritti e dei beni comuni, ai sindaci, ai comitati, alle reti di movimento, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni contadine e consumeristiche, agli ambientalisti e al mondo degli agricoltori e delle piccole imprese e a tutti quanti hanno a cuore la democrazia, di costruire assieme a noi una grande manifestazione nazionale e promuovere iniziative di informazione dei cittadini e di approfondimento sulle conseguenze del TTIP con la partecipazione dei diversi soggetti coinvolti.

Per fermare il TTIP. Per tutelare i diritti e i beni comuni. Per costruire un altro modello sociale ed economico, per difendere la democrazia.

Tutte e tutti insieme è possibile.

 

CAMPAGNA STOP TTIP ITALIA

web: http://stop-ttip.italia.net _ facebook: https://www.facebook.com/StopTTIPItalia/
twitter: @StopTTIP_Italia – email: stopttipitalia@gmail.com

Promuovono la manifestazione
AAM Terra Nuova, Abruzzo Social Forum, Adista, ADL Varese, Agices, Aiab, l’Altracittà – giornale di periferia, Altragricoltura, AltragricolturaBio, Altramente, Amici della Terra Versilia, ANS XXI, Arci, Arcs, Associazione Agri.Bio Emilia-Romagna, Associazione Botteghe Del Mondo, Associazione Culturale Punto Rosso, Associazione InFormazione InMovimento Legnano, Associazione Italia Nicaragua, Associazione La Fierucola APS, Associazione La Goccia, Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale (A.M.I.C.A.), Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia, Associazione Monastero del Bene Comune, Associazione per la Decrescita, Associazione Politico Culturale LA ROSSA – Lari, Associazione Rurale Italiana, Associazione “SI alle energie rinnovabili NO al nucleare”, Associazione Sonia per un mondo nuovo e giusto, Associazione Utoya- Luoghi di Espressione Politica, A Sud, Attac Grosseto, Attac Italia, Ca’ Mariuccia – Agricoltura Etica, Banca Etica, Cambiamo Messina dal basso, Centro di documentazione e di progetto “don Lorenzo Milani” di Pistoia, Centro Internazionale Crocevia, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, CETRI-Tires, CGIL, CGIL Camera del Lavoro di Brescia, CGIL FLAI, CGIL FLAI Alessandria, CGIL FLC Emilia Romagna, CGIL FP, Cipax, Cipsi, Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Circolo Giordano Bruno – Milano, Circolo Legambiente “Gaia” di Foggia, Civiltà Contadina, Comisión Europea Derechos Humanos Y Pueblos Ancestrales, Comitato acqua pubblica Salerno, Comitato Beni Comuni Monza e Brianza, Comitato Bolognese del Forum Salviamo il Paesaggio, Comitato Lavoratori Cileni Esiliati, Comitato per la Pace Rachel Corrie (Valpolcevera Genova Bolzaneto), Comitato Roma 12 per i Beni Comuni, Commissione Audit Parma, Comune-Info, Comunità Cristiane di Base – Torino, Comunità delle Piagge – Firenze, Confederazione Cobas, Consorzio CAES, Consorzio della Quarantina, Cooperativa agricola Valli Unite, Cooperativa Fair, Coordinamento Nord Sud Del Mondo, Coordinamento SCI Italia, Cospe, Coordinamento Zero OGM, Costituzione Benicomuni, Difendiamo i Territori Monopoli, Distretto di Economia Solidale Alt(r)oTirreno – Pisa, Ecomapuche – Amicizia Con Il Popolo Mapuche,  Econo)mia:)Felicità – Associazione di Promozione Sociale, EPIC (Economia Per I Cittadini), eQual, Ennenne, Fabbrikando l’Avvenire, Fairwatch, Federazione nazionale Pro Natura, Fiom, Flai CGIL, Fondazione Capta onlus, Fondazione Cercare Ancora, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Forum cittadini del mondo R. Amarugi, Forum Italiano Dei Movimenti Per L’acqua, Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, Fratelli dell’uomo, GAS BioRekk, GAS Filo di Paglia, Global Project, Greenpeace Italia, Ibfan Italia, Il Bolscevico, Il Fatto Alimentare, Incontro fra i Popoli Ong, Indipendenti per Cardano, Laboratorio Urbano Reset, LAV, Legambiente, Legambiente circolo Terre di Parchi, Libera, Libera Federazione Donne- Casa delle Donne di Lecce, Libera Tv Lazio, LIDU – Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, Link – Coordinamento Universitario, Mag 4 Piemonte, Mais, Mani Tese, Maurice GLBTQ, Medici Senza Camice, Medicina Democratica Onlus, Mercato Biologico Mezza Campagna, M.I.R. Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento Civico Noi ci Siamo – Francavilla Fontana, Movimento Consumatori, Mst-Italia, Movimento Decrescita Felice, Municipio Dei Beni Comuni – Pisa, NATs per… Onlus, NaturalMENTE Monopoli, No Austerity – Coordinamento delle lotte, No Scorie Trisaia, Osservatorio Italiano Sulla Salute Globale, Pax Christi Taranto, People Health Movement, Progetto Rebeldia – Pisa, Progressi, Re:Common, REES Marche, Reorient, Retepopolare – Istituto Generale del Buon Governo, Rete Della Conoscenza, Rete per l’Economia Solidale della Valdera, Rete Semi Rurali, Ri-Costituzione, #Salvaiciclisti Monopoli, Salviamo il paesaggio Monopoli, Sbilanciamoci, Scup, Sindacato Italiano Lavoratori, Sinistra contro l’euro, Slow Food, Sos Geotermia – Coordinamento Dei Comitati In Difesa Dell’Amiata, Sos Rosarno, Spazi Popolari – Agricoltura-Organica-Rigenerativa, Teleagenzia 1, Terra d’Egnazia, Terra Nuova, TerraViva, Transform! Italia, Un Ponte Per, Unione Degli Studenti, Unione Sindacale di Base, Unione Sindacale Italiana, Viviconsapevole, Yaku, WWF Monopoli, WWOOF Italia

Sostengono la manifestazione
ALBA – Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente, Comitati trentini per l’altra Europa con Tsipras, Comitato Tsipras Etruria, Convergenza Socialista, Isabella Adinolfi (Eurodeputata Movimento 5 Stelle), Roberto Cotti (Senatore Movimento 5 Stelle / Sardegna), Federica Daga (Deputata Movimento 5 Stelle / Lazio 1), Dario Tamburrano (Eurodeputato Movimento 5 Stelle), Ecologisti Democratici (Circolo di Firenze), Lista Civica Indipendente Pianezz@ttiva, Lista L’Altra Europa con Tsipras, MeetUp Cosenza “Amici di Beppe Grillo”, Meetup Udine Sud – Cussignacco, Movimento 5 Stelle Cecina, Partito EcoAnimalista, Partito Marxista Leninista Italiano, Partito Pirata Italiano, Partito Umanista, perUnaltracittà – laboratorio politico Firenze, Rifondazione Comunista, Rifondazione Comunista Biella, SEL, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Italiana, Speranza per Caserta, Verdi

Gramsci: le contraddizioni del M5S e del Pd

SALVATORE TALIA

Lo scorso 21 aprile la Camera dei Deputati ha approvato la proposta dell’on. Caterina Pes di far diventare monumento nazionale la casa di Gramsci a Ghilarza. Il voto a favore è stato quasi unanime. Solo 32 deputati del Movimento Cinque Stelle hanno votato contro, mentre la Lega Nord si è astenuta. Secondo i deputati di Sinistra Italiana Michele Piras e Carlo Galli, promuovere a monumento nazionale la casa di Gramsci sarebbe “un atto dall’importante significato simbolico che riconosce la grande valenza storica del pensiero e dell’azione politica” di Antonio Gramsci (“il manifesto”, 22 aprile).

Ma è veramente così?

La memoria di Gramsci non appartiene, e non può appartenere, a tutte indistintamente le forze politiche.

Gramsci era comunista. Dedicò la sua vita al programma di emancipare le classi subalterne.

Gramsci fu per l’internazionalismo proletario. Lottò per la liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo e si oppose a tutti gli imperialismi, compreso quello italiano “nazionalistico e militare”.

Gramsci fu antifascista irriducibile. Il regime fascista lo incarcerò e lo torturò fisicamente e psicologicamente per anni, fino a farlo morire, ma non riuscì a piegarlo.

La memoria di Gramsci appartiene innanzitutto ai comunisti e a chi si riconosce nei valori del movimento operaio.

Può appartenere anche a chi, pur non essendo comunista né marxista, condivide determinati princìpi di solidarietà, di uguaglianza, di pace, di giustizia sociale, che sono sanciti dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.

Perciò è logico che un partito filopadronale e di estrema destra xenofoba come la Lega Nord non abbia ritenuto di aderire alla proposta di onorare la memoria di Gramsci.

Perciò è comprensibile che anche i parlamentari del M5S, un partito dalla leadership ambiguamente interclassista, abbiano votato contro (forse in contrasto con una parte del proprio elettorato).

Dobbiamo però chiedere ai deputati del PD, che hanno votato a favore della proposta dell’on. Pes, se non si sentano alquanto in contraddizione con loro stessi.

Non ci si può, a nostro parere, proclamare eredi di Gramsci e nel contempo sostenere un esecutivo come quello di Matteo Renzi che, fra le altre cose, ha umiliato il lavoro dipendente con il cosiddetto “Jobs Act”; ha proseguito le politiche di tagli alla spesa sociale dei precedenti governi; ha rivendicato con arroganza il proprio vincolo col grande capitale dei Marchionne e delle multinazionali petrolifere; ha manifestato (nei fatti, se non a parole) la propria subalternità alla burocrazia liberista dell’UE, collaborando allo strangolamento della Grecia; ha firmato la propria disponibilità a partecipare alle prossime rovinose avventure militari della NATO in Libia e in Siria;  si è dimostrato incerto e titubante nei confronti del regime egiziano quando si è trattato di chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni; ed ha infine coronato questa sua politica formalmente e sostanzialmente di destra promuovendo quella controriforma costituzionale che, se non verrà fermata dai cittadini nelle urne, sancirà la definitiva involuzione autoritaria di quel che resta della democrazia italiana.

Onorevoli deputati del PD: sappiate che il pensiero di Gramsci non è buono per tutte le stagioni. Riverire la sua memoria non può essere una sorta di sacramento religioso, con cui ripulirsi la coscienza per poi continuare ad agire male.

“Bisogna farla finita” – scriveva Gramsci nell’agosto 1916 – “con i piagnistei inconcludenti degli eterni innocenti. Bisogna domandar conto a ognuno del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”.

Verso il 25 aprile, per una nuova Liberazione dell’Italia

Buon 25 Aprile !

Verso il 25 aprile, per una nuova Liberazione dell’Italia

20 aprile 2016

A 71 anni dalla Liberazione del 25 aprile 1945, come Giovani Comunisti/e
ribadiamo la necessità di una triplice lotta che caratterizzò i partigiani
delle Brigate Garibaldi:

1) Lottiamo per il recupero della sovranità nazionale democratica e
repubblicana, contro ogni oppressione di origine straniera. Così come i
partigiani combatterono gli invasori tedeschi, noi lottiamo per distruggere
l’Unione Europea e la NATO, gli strumenti della grande finanza e del grande
padronato internazionale per dominare l’Italia e gli altri popoli d’Europa.

2) Lottiamo per l’eliminazione di ogni tipo di presenza fascista nella
società e nelle istituzioni. A tal riguardo ricordiamo tutti i compagni
vittime di aggressioni neofasciste e rivendichiamo la richiesta di
sciogliere tutti i gruppi eversivi dell’estrema destra, condannando i loro
capi. Combattiamo contro ogni revisionismo storico e tentativo di
“normalizzare” il fascismo, attraverso una rilettura borghese che viene
fatta sia per criminalizzare la Resistenza partigiana, sia per definire
inattuale e superata la distinzione “destra/sinistra”. La borghesia realizza
questa operazione in spregio alla Costituzione Repubblicana per
auto-assolversi dalle proprie colpe storiche e per legittimare al governo
una serie di partiti di origine fascista o con tratti esplicitamente
neofascisti che oggi occupano il Parlamento (Fratelli d’Italia, Forza
Italia, Lega Nord, Nuovo Centro-Destra).

3) Lottiamo contro la violenza e lo sfruttamento del sistema capitalistico.
Lottiamo per il SOCIALISMO! Lottiamo per la RIVOLUZIONE! Non dimentichiamo
che il fascismo nasce storicamente come reazione alle conquiste del
movimento operaio e del “pericolo rosso” costituito dall’avanzata del
comunismo e del socialismo. Il fascismo è stato la dittatura terroristica
aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del
capitale finanziario; è sorto e si è consolidato come custode di un ordine e
di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul
profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto
a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e
calcolata. Tutte queste caratteristiche le ritroviamo oggi nel governo Renzi
e nell’attuale PD, responsabili dello smantellamento dello Statuto dei
Lavoratori e dell’accentuazione della precarizzazione di massa. Denunciamo i
caratteri comuni tra fascismo e PD, partito che non ha nessuna legittimità
di ricondursi alla categoria politica della “sinistra”, né tantomeno di
partecipare ipocritamente ai festeggiamenti del 25 aprile.

L’antifascismo è il primo passo da avanzare verso la lotta di classe ed il
mutamento dell’ordine sociale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo,
ma per ottenere risultati concreti riaffermiamo la necessità imprescindibile
dell’organizzazione della lotta al livello più elevato possibile: soltanto
un serio ed organizzato partito comunista può ottenere questi obiettivi.
Siamo consapevoli che oggi questa opzione non ci sia e di non essere nemmeno
noi autosufficienti, per questo invitiamo compagni e compagne che
condividano queste analisi a contattarci per trovare modalità di
collaborazione nel costruire iniziative di conflitto. L’unità non si fa
nelle alleanze politiciste ma a partire dalle lotte, fianco a fianco nelle
strade, nei luoghi di lavoro e di studio.

“Invitiamo tutti i cittadini e le cittadine fieramente antifascisti/e a
partecipare al nostro spezzone nel corteo per ricordare la Liberazione di
Milano. L’appuntamento è il 25 aprile per le ore 14 a Palestro (MI).

GIOVANI COMUNISTI/E MILANO

www.rifondazione.it

L’opera prima di Nino

Pubblicato il 22 apr 2016

di Guido Liguori

La Camera dei deputati ha ieri approvato – col solo voto contrario del Movimento 5 stelle e la astensione della Lega – un disegno di legge che dichiara «monumento nazionale» la Casa museo Gramsci di Ghilarza. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.

Per chiunque si sia occupato o si occupi di Antonio Gramsci, il nome di Ghilarza – piccolo paese in provincia di Oristano – è ben noto: si tratta del luogo in cui Gramsci ha passato la maggior parte degli anni, non sempre felici, della sua giovinezza. Nato ad Ales nel 1891 da una famiglia della piccola borghesia trasferitasi due anni dopo a Sorgono, dove il padre di «Nino», Francesco, dirige il locale ufficio delle imposte, il piccolo Gramsci torna a Ghilarza nel 1898 insieme alla madre, alle sorelle e ai fratelli dopo l’arresto del genitore, accusato di alcuni ammanchi scoperti nel suo ufficio. A Ghilarza trascorre poi anni di privazioni, di miseria anche, di lavoro precoce, faticoso e mal pagato, subito dopo la fine delle scuole elementari. Sempre a Ghilarza la famiglia Gramsci continua a risiedere, dopo la scarcerazione di Francesco. Il giovane Nino riprende gli studi, con molti sacrifici frequenta dal 1905 il ginnasio nella vicina Santu Lussurgiu. Nel 1908 è a Cagliari, presso il liceo Dettori, grazie all’aiuto del fratello maggiore Gennaro, che lavora anche nell’ambito della locale Camera del lavoro.

Nel 1911 vince una borsa di studio e parte per frequentare l’Università di Torino, incontra il «mondo grande e terribile, e complicato». Nonché la classe operaia torinese e la grande vicenda del socialismo del Novecento.
Da sempre Ghilarza è dunque il luogo della Sardegna che per molte e molti nel mondo significa Gramsci, si identifica con Gramsci. E Casa Gramsci a Ghilarza da anni è anche un piccolo ma prezioso museo, un luogo della memoria che attira visitatrici e visitatori da tutto il mondo, ma che versa spesso in condizioni economiche precarie, senza mezzi o con scarsi mezzi, da alcuni anni senza più i finanziamenti, pochi ma preziosi, a lungo ricevuti da parte della Regione Sardegna.

Cosa significa oggi fare di Casa Gramsci un «monumento nazionale»? Quasi nulla. È un riconoscimento, certo, un tributo alla grandezza del saggista italiano più letto nel mondo dai tempi di Machiavelli, come ormai si ripete da tempo. Una «medaglietta». Perché – come nel dibattito parlamentare ha rilevato non del tutto a torto il Movimento 5 stelle, che per questa ragione ha votato contro, pur esprimendo apprezzamento per la grandezza di Gramsci (la Lega si è astenuta, senza esprimere niente) – nel nostro ordinamento la definizione di «monumento nazionale» non ha effetti giuridici o finanziari, ed è addirittura incerta.

Eppure, anche le medaglie servono, anche questa medaglia può essere utile, se rappresenterà il passaggio per un assetto diverso e più consono all’obiettivo di preservare i luoghi che furono cari a Gramsci e che ne ricordano la vita e l’opera. E che hanno bisogno del sostegno pubblico per vivere non a stento, per essere il mezzo efficace di formazione culturale e civile. Per creare ad esempio una Fondazione che sia funzionale alla loro tutela e al loro utilizzo.

La recente, brutta vicenda dell’antico caseggiato di piazza Carlina a Torino, dove Gramsci a lungo aveva soggiornato e che ora è stato vergognosamente trasformato in un albergo di lusso, per responsabilità della amministrazione comunale al tempo guidata da Sergio Chiamparino, serva da monito. A Ghilarza il pericolo non è quello della speculazione economica, ma dell’abbandono, della decadenza per mancanza di mezzi. L’esito è lo stesso: la cancellazione della memoria. La speranza è allora che si trovi per Casa Gramsci e per gli altri luoghi gramsciani (ad Ales, a Sorgono, a Santo Lussurgiu, a Cagliari, o anche a Torino e a Roma, a Turi e a Plataci, in Calabria, dove la famiglia Gramsci, proveniente dall’Albania, ha soggiornato a lungo) una via per assicurare la conservazione, la memoria, l’utilizzo museale, dunque educativo, pedagogico, degli edifici ancora conservatisi, con la formazione di una rete di siti che ricordi questo grande «eroe dei due mondi», del Sud contadino come della moderna realtà industriale e operaia del suo tempo.

Chi dovrà gestire questo auspicabile polo museale? Il disegno di legge che vuol fare della casa di Gramsci un «museo nazionale» è stato presentato da una esponente del Pd, un partito che certo non sembra oggi seguire la strada politica indicata da Gramsci. Ma non è importante qui aprire una polemica in merito. Mi pare invece giusto affermare che, mentre l’intervento pubblico è necessario e più che giustificato, non tocchi a questa forza politica disporre o continuare a disporre, direttamente o indirettamente, della proprietà o della gestione di simili luoghi. Sarebbe invece ragionevole che la Casa museo di Ghilarza o di altri siti gramsciani siano affidati a una gestione plurale, espressa dalle istituzioni, dalle associazioni, dagli studiosi, e anche dai famigliari, che alla memoria e allo studio di Gramsci si dedicano da tempo.

Anche la Igs, la International Gramsci Society, l’associazione che in Italia e nel mondo mette in rete molti esperti e appassionati di Gramsci, è disponibile per contribuire con altri a questo processo di valorizzazione dei siti gramsciani. Intanto, anche con questo auspicio, diamo a tutte e tutti un appuntamento, a Roma, il prossimo 27 aprile, giorno in cui ricorre la morte dell’autore dei Quaderni del carcere: vediamoci alle 13.30 a via Caio Cestio, dietro la Piramide, a Testaccio, all’entrata del Cimitero acattolico, e portiamo un fiore rosso sulla tomba di Gramsci. Iniziamo così a riscoprire e rilanciare il ricordo del grande comunista e marxista letto e studiato in tutto il mondo, che anche il suo paese deve riscoprire e onorare adeguatamente.

gramsci-occhiali

 

fonte: il Manifesto

Acqua: il re è nudo

Acqua: il re è nudo

di Marco Bersani

 Non sono passati più di tre giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.

Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.

Nel frattempo, procede a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.

Un attacco concentrico, con il quale il governo Renzi prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana), sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Partito Democratico, Governo Renzi e Ministro Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Ma poiché la spoliazione delle comunità locali attraverso la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni, necessita una drastica sottrazione di democrazia, ecco che lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo al vittorioso referendum del 2011 non rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne costituiscono il cuore e l’anima.

A tutto questo occorre rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

 

Marco Bersani (Forum italiano dei movimenti per l’acqua)

Il Pd, la maggioranza e il Governo affossano i referendum per l’acqua pubblica

Il Pd, la maggioranza e il Governo affossano i referendum per l’acqua pubblica

Dopo il voto gli attivisti dei movimenti per l’acqua presenti in aula sventolano bandiere in segno di protesta

Oggi la legge sulla gestione pubblica del servizio idrico è stata finalmente discussa e approvata aula alla Camera, a distanza di circa 9 anni dal suo deposito corredato da oltre 400.000 firme.

Peccato che il testo approvato sia radicalmente diverso, nella forma e nei principi, di quello proposto dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

PD e la maggioranza hanno stravolto il testo a partire dall’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione. Oggi è caduta anche l’ultima foglia di fico dietro la quale il PD aveva provato a nascondersi. Infatti, la Commissione Bilancio ha cancellato la via prioritaria assegnata all’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche.

Un disconoscimento palese e spudorato che ribaltato il senso di quella legge sottoscritta da 400mila cittadini e aggiornata alla luce dei risultati del referendum popolare del 2011.

Il risultato di oggi è solo la cronaca di una morte annunciata, già nei giorni scorsi infatti molti dei deputati dell’intergruppo parlamentare per l’Acqua Bene Comune avevano ritirato la firma da un provvedimento che stravolgeva il senso.

La cancellazione della volontà popolare di 27 milioni di italiani che si espressero in favore dell’acqua pubblica ai referendum arriva a pochi giorni dalla tornata referendaria del 17 aprile, sulla quale la maggioranza di Governo ha fatto campagna per l’astensionismo, il disconoscimento di un percorso di partecipazione come quello sulla gestione pubblica del servizio idrico rappresenta un preoccupante segnale per la democrazia nel nostro paese.

Il movimento per l’acqua continuerà la loro battaglia contro questa legge anche nel passaggio al Senato e lancia contro i provvedimenti del Governo Renzi, a partire dal ddl Madia, una petizione nazionale insieme ai referendum sociali.

Roma, 20 Aprile 2016.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua