Mese: agosto 2016

L’ostilità dello Stato turco contro i curdi

L’obiettivo dello Stato turco nell’occupare la Siria non è diretto verso Daesh,

la sua intenzione è annichilire i successi dei curdi e degli altri popoli e destabilizzare ancora di più la Siria.

Lo Stato turco con la scusa della “lotta contro Daesh” sta per iniziare un nuovo processo di invasione, con l’entrata del 24 Agosto 2016 nella città siriana di Jarablus.

Il momento in cui lo Stato turco ha realizzato questa invasione è molto significativo, se si tiene in conto che essa viene realizzata subito dopo i successi delle Forze Democratiche della Siria (SDF) e del Consiglio Militare di Manbij, che hanno liberato questa città il 13 di Agosto 2016, iniziando un contrattacco.

L’esercito turco e le forze a lui legate sono entrate a Jarablus senza alcuno sforzo e senza che ci sia stato nessuno scontro. Questo significa che previamente è stato fatto un accordo con Daesh.

Nel momento in cui si portava a compimento l’occupazione non è avvenuto nessun combattimento.

Daesh si è travestito da Al- Nusra, che è un’altra organizzazione terrorista. Vale a dire che Daesh e altri gruppi terroristi continuano ad esistere nella regione sotto altri nomi. Ora lo Stato turco e i suoi complici hanno cominciato un’intensa aggressione contro le Forze Democratiche della Siria, contro il Consiglio Militare di Manbij, contro i curdi e gli altri popoli che vivono nella regione. Sappiamo dalle fonti locali che hanno usato anche armi chimiche contro la popolazione civile con l’obiettivo di strappare alcune aree dalle Forze Democratiche della Siria (Al-Amarne, Dendeniye..)

Lo Stato turco, che ha cominciato questa campagna di invasione attraverso una manipolazione davanti agli occhi del mondo intero, sta violando i diritti universali e il diritto internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno dato il beneplacito a questa invasione, rimanendo in silenzio; hanno fornito il loro consenso, commettendo un grave errore.

Gli attacchi di Daesh all’Europa sino ad oggi vengono condotti da forze sostenute dallo Stato turco e dalla frontiera controllata da questo Stato.

Con questa invasione i paesi occidentali e tutta l’umanità sono stati nuovamente posti in una situazione di vulnerabilità agli attentati di Daesh. Mentre le Forze Democratiche della Siria, composte da curdi, arabi, assiri, armeni, e altri popoli, stavano al punto di sconfiggere completamente Daesh, chiudendo loro le frontiere. Questa invasione dello Stato turco ha interrotto la disfatta di Daesh.

Lo Stato turco collabora con Jabhat al-Sham (vicino ad Al-Nusra) che sta subordinando Al-Qaeda e i criminali di Daesh. Si sono impossessati di Jarablus attraverso un accordo realizzato tra queste forze. E’ necessario dire basta a questi giochi! Perché altrimenti si permette allo Stato turco e alle altre forze del terrore di estendere i loro attacchi verso altri luoghi, il che significa un aggravamento del caos e della guerra, così come la morte di ancora più persone e la trasformazione di ancora più persone in rifugiati.

•Lanciamo un appello a tutta l’opinione pubblica mondiale dalla parte della democrazia e dei valori umani ad alzare la sua voce contro questo sporco gioco dello Stato turco e contro la sua invasione.

•Lanciamo un appello alle potenze internazionali, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, perché ritirino l’appoggio che forniscono allo Stato turco.

UIKI e KNK

26.08.2016

www.uikionlus.com

Continuiamo a contrastare il “Trattato Nosferatu”

Tratto da: http://www.italia.attac.org/index.php

di Marco Schiaffino

Sarà che sono interista e ho ancora in mente un fatidico 5 maggio, sarà che sono cresciuto negli anni ’80 e ho in mente i film horror in cui il cattivo sembra morto per poi rispuntare armato di machete alle spalle della protagonista, ma io del “decesso” del TTIP non mi fido.

Le dichiarazioni dei ministri francese (prima) e tedesco (poi) rappresentano certamente un’ottima notizia, ma non vanno molto al di là di certificare quello stallo di cui siamo tutti consapevoli da anni.

Certo, se il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel avesse detto “ci siamo resi conto che il TTIP è una monumentale idiozia e che non fa gli interessi dei cittadini ma solo delle multinazionali” la cosa sarebbe diversa. Al momento, però, la crisi dei negoziati è dovuta a due fattori che non sono per nulla risolutivi.

Il primo è il fatto che le parti, in perfetta logica da bottegai, non riescono a trovare un accordo che illuda entrambi di aver fatto un buon affare, o per lo meno non riescono a spuntare condizioni che possano sbandierare di fronte ai rispettivi sponsor per definire il TTIP un “successo”.

Il secondo è il fatto che buona parte delle “resistenze” al trattato non sono affatto genuine. Diciamocelo: ai membri del governo di Francia e Germania (gli unici ad aver dichiarato pubblicamente qualche perplessità sul trattato) il TTIP andrebbe benissimo.

L’unico problema che hanno è che esiste una cosa chiamata “opinione pubblica” che negli ultimi 3 anni ha dato retta a una cosa chiamata “movimenti” che hanno spiegato loro perché il trattato fa schifo. E siccome quella cosa chiamata “opinione pubblica” ha il brutto vizio di condizionare i risultati elettorali, Merkel e Hollande non se la sentono di prenderla a calci in faccia.

Fosse per loro, diciamocelo, l’ISDS non sarebbe un grosso problema. La clausola che permette alle aziende di fare causa a un governo se promulga una legge che “disturba” i loro affari (magari per tutelare sciocchezze come la salute dei cittadini, l’ambiente o i diritti dei consumatori) sarebbe promossa come un ottimo strumento per garantire la crescita dell’economia e, ancor meglio, una ghiotta occasione per crearsi un alibi spendibile in futuro quando quella cosa chiamata “opinione pubblica” dovesse chiedere loro conto delle politiche che portano avanti.

Se oggi Francia e Germania dichiarano “morto” il TTIP, quindi, non è per una sincera convinzione riguardo il fatto che il trattato non fa gli interessi dei loro cittadini. È solo per interesse. Tanto più che gli stessi governi portano avanti trattati come il CETA (l’accordo col Canada che ha caratteristiche pressoché identiche al TTIP) e il TISA, l’accordo sui servizi che prevede politiche ancora più sbilanciate verso una visione neoliberista.

È questo il motivo per cui la campagna Stop TTIP non può e non deve abbassare la guardia. Nel quadro attuale, il successo non può portarci ad abbandonare la lotta, ma a rilanciare per fare in modo che l’opposizione ai trattati di libero scambio e il conseguente tentativo di scippo di democrazia portato avanti dai poteri finanziari diventi una lotta ampia e condivisa. Da tutti.

Gabriel “TTIP fallito”. Stop TTIP Italia: “importante risultato, ma occhi aperti”

“Il TTIP è fallito”: così il Ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel

Stop TTIP Italia: “importante risultato, ma non abbassiamo la guardia. E prossimo Consiglio Europeo di Bratislava metta la parola fine su TTIP e CETA”

C’è voluta la dichiarazione del vice cancelliere tedesco e ministro dell’Economia, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, per mettere la parola fine ai negoziati sul TTIP, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, di cui si è concluso nel luglio scorso a Bruxelles il 14° round negoziale.
In un’intervista alla rete ZDF Gabriel ha dichiarato che i negoziati sul TTIP sono «di fatto falliti perché noi europei non possiamo accettare supinamente le richiesta americane». Un colpo pesante a quei Paesi membri, Italia in testa, che del Trattato Transatlantico era sostenitori in prima persona.
“Una dichiarazione importante perché fa proprie le preoccupazioni della società civile europea e statunitense” dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia.“Ma c’è comunque da tenere gli occhi aperti: se Sigmar Gabriel sottolinea ciò che da anni hanno sostenuto Stop TTIP Italia e le altre campagne europee, questo non significa che non possa trattarsi di tattica negoziale. Capiremo cosa accade al Consiglio Europeo di Bratislava di settembre dove, tra l’altro, si parlerà anche del preoccupante Accordo con il Canada, il CETA, già approvato ma che grazie alle pressioni dal basso abbiamo ottenuto che venga ratificato anche dai Parlamenti nazionali, senza esautorare i nostri Parlamentari da una decisione così importante per l’economia del nostro Paese. Da Bratislava dovrà uscire un secco stop al TTIP e al CETA, come richiesto dalla maggioranza dei cittadini europei”.
“La dichiarazione di Sigmar Gabriel dovrebbe aprire un serio dibattito interno all’Europa e al nostro Governo su come vengano decise le priorità politiche ed economiche” sottolinea Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma l’eventuale e auspicato blocco del negoziato TTIP non risolve il problema: l’accordo con il Canada ormai approvato va bloccato in sede parlamentare, facendo mancare la ratifica da parte di alcuni Paesi membri. Hanno sempre presentato il CETA come precursore del TTIP: una sua approvazione presenterebbe molti dei problemi che il TTIP portava con sé, a cominciare dal dispositivo di tutela degli investimenti, la cui riforma non ci rassicura per nulla sulla tenuta dei diritti sociali e ambientali”.
“Una buona notizia, emersa grazie a milioni di persone che si sono opposte e a una pressione dal basso che ha chiesto a gran voce di non derogare sui diritti e sulla qualità” dichiara Marco Bersani, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma un risultato così importante per la società civile non deve farci dimenticare che serve un vero e proprio ribaltamento della politica commerciale europea, ad oggi basata troppo sulla spinta verso la liberalizzazione dei mercati e l’austerità, e troppo poco verso un processo realmente rispettoso delle persone e dell’ambiente”.

Continua su: https://stop-ttip-italia.net/2016/08/28/gabriel-ttip-fallito-stop-ttip-italia-importante-risultato-ma-occhi-aperti/

Le elezioni del 28 agosto: una beffa per i cittadini

Mortara, 28 agosto 2016

LE ELEZIONI DEL 28 AGOSTO: UNA BEFFA PER I CITTADINI

Il 28 agosto si terranno le elezioni provinciali (o dell’area vasta, come vengono definite) nel disinteresse generale.
Disinteresse in quanto in primo luogo i cittadini elettori non saranno chiamati a partecipare. Al voto sono chiamati circa 2000 consiglieri comunali che voteranno in modo “ponderato” cioè con un voto di diverso peso e a seconda degli abitanti rappresentati.

Si sono formate due liste dove, francamente, non si notano differenze politiche o di programmi.

C’è una lista di centro-destra con candidato Presidente Andrea Itraloni dove si trovano esponenti di centro-destra come il Sindaco di Mortara Marco Facchinotti (Lega Nord), ma anche personaggi che avevano appoggiato il così detto centro-sinistra di Bosone come Riccardo Fiamberti.

C’è una lista definita di centro-sinistra con candidato presidente Vittorio Poma. Costui, dopo essere stato Presidente della Provincia di centro-destra (sostenuto da Forza Italia, AN e Lega Nord) appoggia Bosone nel 2011, diventa Presidente del Consiglio provinciale, appoggia il centro-sinistra in provincia, mentre fa l’opposizione di centro-destra al Consiglio Comunale di Pavia.
Eppure il PD provinciale lo appoggia in queste elezioni.

Alcune considerazioni:

1° E’ evidente il trasformismo dei principali Partiti della nostra Provincia, dove diventa indifferente il posizionamento politico pur di conservare quel tanto di potere che è ancora concesso dalla legge sulle Province.

2° Non esiste nessuna apprezzabile differenza tra i programmi delle due liste. I problemi della Provincia di Pavia sono molti, bisognerebbe applicare una moratoria (il blocco) di ulteriori interventi devastanti nel campo dei rifiuti, delle cave, delle centrali elettriche, dei fanghi in agricoltura. Sulla viabilità bisognerebbe intervenire con scelte precise (ad esempio premendo sulla Regione e sul Governo per un miglioramento del trasporto ferroviario per i pendolari), così per l’edilizia scolastica di competenza.
Nei programmi delle due liste ci sono solo generici accenni ai problemi fondamentali della provincia di Pavia.

3° Il governo Renzi, con la così detta riforma delle province, ha iniziato, come ancor più pesantemente sta facendo con gli attacchi alla Costituzione (per cui invitiamo a votare NO al prossimo referendum) a colpire il principio di sovranità popolare e gli spazi di democrazia.

4° La stessa riduzione dei costi è una pura “favola” in quanto il personale, pur ricollocato, esiste pur sempre, a parte il fatto che è ancora da dimostrare che la spesa per i dipendenti provinciali sia stata una spesa inutile.
Noi riteniamo che non sia inutile in quanto hanno lavorato in vari ed importanti campi.
Poi, se risparmio vuol dire tagliare fondi per la viabilità (difatti quasi tutti i ponti sul Po sono a traffico limitato) o per l’edilizia scolastica, questa è una politica miope che impoverisce il territorio.

5° Almeno in precedenza, con le elezioni provinciali che riguardavano tutti gli elettori, questi temi venivano adeguatamente valutati. Non ci risulta che questi problemi siano stati discussi neanche nei Consigli Comunali che devono decidere chi sarà il Presidente della Provincia.

Giuseppe Abbà
Segretario provinciale del Partito della Rifondazione Comunista

Teresio Forti
Già Consigliere provinciale della Segreteria Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista

Grande azione di lotta da stamattina dei braccianti in Puglia

Grande azione di lotta da stamattina dei #braccianti in Puglia!
In più di 400 stanno bloccando da più di quattr’ore la Princes, la più grande fabbrica di trasformazione del #pomodoro d’Europa, 3 miliardi di fatturato l’anno, alla periferia di #Foggia. Pomodoro che raccolgono in condizioni indegne nei campi della provincia, senza rispetto dei contratti, vivendo in ghetti alla periferia della città. Chiedono l’apertura di due tavoli istituzionali, su permessi di soggiorno e condizioni di lavoro di braccianti e trasportatori. Finora hanno ricevuto la solidarietà anche di tanti camionisti, nonostante questi ultimi siano costretti a rimanere in fila perché l’ingresso alla fabbrica è bloccato.
Scrive il Comitato lavoratori delle campagne:
“CENTINAIA DI CAMION BLOCCATI IN TUTTA LA PROVINCIA!
Al momento centinaia di camion nell’intera area della provincia di Foggia sono bloccati, già carichi di pomodori, ma impossibilitati a raggiungere la#Princes per via del blocco dei lavoratori. Un grande colpo alla GDO e ai padroni del pomodoro che fatturano miliardi sulla pelle dei lavoratori!”

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Mario Tozzi sul terremoto: “Italia come il Medio Oriente. Una scossa di magnitudo 6 non dovrebbe provocare questi disastri”

Pubblicato: 24/08/2016 11:14

 

“Ormai abbiamo osservato che ogni 4 o 5 anni c’è un sisma che colpisce la dorsale appenninica. Eppure gli amministratori non fanno prevenzione. Il risultato è che l’Italia è arretrata come il Medio Oriente: in un paese avanzato una scossa di magnitudo 6 non provoca crolli e vittime”.

Mario Tozzi, geologo e noto divulgatore scientifico in tv, non usa giri di parole contro la politica che a sette anni dal tragico terremoto dell’Aquila non ha fatto quasi nulla per prevenire il disastro di questo 23 agosto. La terra ha nuovamente tremato violentemente devastando i paesi vicini all’epicentro: Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto.

“Le zone dalla Garfagnana a Messina, e cioè la dorsale appenninica, sono tutte sismiche e appartengono alla stessa regione geologica. L’Italia è un territorio geologicamente giovane e perciò subisce queste scosse strutturali di assestamento. Non stiamo dicendo che i terremoti sono prevedibili”, puntualizza Tozzi, “perché sappiamo che è una sciocchezza. Ma stupisce che in una zona sismica non si faccia quasi nulla per impedire che una scossa di magnitudo 6 possa addirittura far crollare un ospedale come è accaduto ad Amatrice”.

Non esiste alcun alibi, continua il geologo: “Non veniteci a dire che i paesini del centro Italia sono antichi e perciò crollano più facilmente. Gli antichi sapevano costruire bene e basta pensare che a Santo Stefano di Sessanio, vicino l’Aquila, era crollata soltanto la torre perché restaurata con cemento armato, mentre a Cerreto Sannita nel Beneventano quasi tutto era rimasto intatto dopo il terremoto dell’Irpinia: non fu un caso, era stato costruito bene”.

Dunque “siccome ormai è chiaro che dobbiamo avere a che fare con i terremoti dovremmo costruire e fare una manutenzione antisismica di tutti gli edifici pubblici e privati, i soldi devono essere impiegati in questo modo: è la priorità”, sottolinea ancora Tozzi, ricordando che “in Giappone e in California con una scossa simile a quella di Amatrice c’è soltanto un po’ di spavento ma non crolla nulla”.

Mancati investimenti, fatalismo: il terremoto per Tozzi è soltanto una delle cause delle decine di morti di questa notte. “Facciamo sempre i soliti discorsi ma vediamo che non cambia nulla. Siamo il paese europeo con numero record di frane e alluvioni, siamo territorio sismico eppure per chi ci governa quando qualcosa succede è sempre una fatalità: bisognerebbe smetterla di pensare in questo modo e cominciare a ripensare seriamente al territorio”.

www.huffingtonpost.it

 

Sisma – Ferrero (Prc-SE) : “Solidarietà di Rifondazione comunista e aiuti concreti alle popolazioni colpite dal terremoto”

 

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

“Rifondazione comunista esprime vicinanza alle popolazioni laziali, marchigiane ed umbre colpite dal terremoto. Ai familiari di quanti hanno perso la vita va il nostro più sentito cordoglio. Il nostro partito ha già preso contatto con le istituzioni territoriali impegnate nella zona terremotata per portare aiuto e solidarietà concreta alle popolazioni. Le nostre sedi e i nostri militanti sono impegnati da subito nella raccolta di quanto può occorrere alle popolazioni colpite dal terremoto.
Nelle prossime ore daremo ulteriori indicazioni per dare aiuti concreti in base alle necessità verificate sul territorio colpito dal sisma.

 

Rimane forte amarezza per il ripetersi di queste tragedie. In un paese con un così diffuso e noto rischio sismico investire nella prevenzione e nella messa in sicurezza dovrebbe essere la grande opera prioritaria su cui concentrare investimenti.

Lo ripetiamo inascoltati da anni. ”

24 agosto 2016

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La carta Curda

Dopo circa 70 di duri combattimenti le Unità di Difesa del Popolo curde (YPG) e combattenti arabi, riuniti nelle Forze Democratiche della Siria (FDS), sostenute dall’aviazione USA hanno portato in larga misura sotto il loro controlla città di Manbij nel nord della Siria situata in una posizione strategica. Nel nordovest della città secondo quanto riferito dalle FDS tuttavia sono ancora arroccati circa 120 miliziani di »Stato Islamico« (IS) con fino a 4.000 civili come scudi umani. Inoltre nel centro della città si trovano numerose trappole esplosive.

Secondo quanto riferito dall’agenzia stampa AFP durante i combattimenti intorno a Manbij dalla fine di maggio sono rimasti uccisi circa 1.000 miliziani di IS, 300 combattenti delle FDS e circa 400 civili. Dozzine di civili avrebbero perso la vita a fine luglio in un attacco aereo degli USA. Con Manbij situata a ovest dell’Eufrate, gli islamisti hanno perso un importante collegamento tra la città di Jarablus situata al confine con la Turchia e il loro »quartier generale« ad Al-Raqqa e la regione intorno ad Aleppo.

Dopo la liberazione di Manbij, “le forze delle YPG con la copertura aerea russa e armi russe possono avanzare ulteriormente verso ovest”, si dice in uno studio attuale del Thinktank statunitense “The Washington Institute for Near East Policy”, che mette in guardia da interessi diversi delle YPG e gli USA che spingono per un’offensiva contro Raqqa. Le YPG “con le loro azioni hanno segnalato in modo univoco le loro preferenze” e seguirebbero una “strategia complessiva di collaborazione con la Russia per collegare le enclave curde di Afrin e Kobane”, si dice nello studio. La “alleanza Assad-Putin” starebbe al fianco dei curdi per stroncare “il crogiolo dei nemici” – con riferimento alle associazioni combattenti jihadste sostenute dalla Turchia – nella città di Azaz.

Rappresentanti dei curdi in Siria intanto reagiscono in modo tranquillo alla riappacificazione tra Russia e Turchia. Martedì i presidenti dei due Paesi, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, per la prima volta dopo l’abbattimento di un aereo da combattimento russo a novembre dello scorso anno, si sono incontrati a San Pietroburgo. Il quotidiano russo Vedomosti mercoledì ha comunicato che il conflitto in Siria faceva parte dei principali temi del vertice al quale ha partecipato anche il capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan e il capo di stato maggiore russo Valeri Gerassimow. Su domanda dei giornalisti invece Erdogan ha risposto che la questione della Siria sarebbe stata discussa solo in colloqui successivi. La consulente del Direttore dell’Istituto Russo di Studi Strategici Jelena Suponina, in un colloquio con l’agenzia stampa russa Sputnik, considera il fatto che non ci sia stata una dichiarazione pubblica sulla Siria, una prova del fatto che le controversia sulla materia persistono.

Così la Turchia continua a sostenere le associazioni jihadiste che combattono presso Aleppo. Ma Ankara rinfaccia alla Russia il sostegno ai curdi siriani. Così la regione autonoma del “Rojav” proclamata nel nord della Siria nel febbraio di quest’anno, su invito del governo russo, ha aperto un ufficio di collegamento a Mosca. “A Erdogan piacerebbe che queste relazioni finissero o che fossero almeno minimizzate. La parte russa dovrebbe usare questo asso nella manica”, ha detto il presidente del Consiglio Russo per le Relazioni Internazionali, Andrej Kortunow. Giocando la carta curda, Erdogan potrebbe essere spinto a un compromesso nella prossima tornata di colloqui di pace a Ginevra. “Ankara ora dovrebbe capire la necessità di includere i curdi nel processo di riconciliazione in Siria”, ha detto fiducioso l’ambasciatore della Russia all’ONU Vitali Tschurkin a Sputnik martedì. Fino la loro partecipazione ai colloqui di Ginevra è fallita per il veto da Ankara.

“Le nostre relazioni con la Russia sono buone. La Russia è nostra amica”, ha sostenuto il co-presidente dell‘importante Partito di Unione Democratica PYD curdo, Salih Muslim, lunedì prima del vertice russo-turco. Che Mosca nel conflitto siriano è una “forza efficace e buona” e che ora deve spendersi per nuove trattative a Ginevra. Contestualmente Muslim ha sottolineato che i curdi siriani continuano a fare affidamento sulle proprie forze. “Abbiamo il nostro progetto, il progetto del confederalismo democratico. Questo progetto lo portiamo avanti ogni giorno”.

di Nick Brauns, Junge Welt
Foto: Rodi Said/Reuters

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NO TAV tour “IO STO CON CHI RESISTE”

NO TAV tour “IO STO CON CHI RESISTE”
di NICOLETTA DOSIO
La mia casa e il mio paese non sono una prigione.
Ecco perché, in opposizione alle misure restrittive che mi sono state imposte dal tribunale di Torino, parto per portare dappertutto le vicende della nostra lotta.
Porterò con me anche le storie di Giuliano, di Luca e di tutte e tutti coloro che sono colpiti dalle misure ingiuste del tribunale di Torino.
La Valle non si arresta e non è sola.
Tutte/i Libere/i!!!
Nicoletta Dosio

APPUNTAMENTI

CUNEO Noi stiamo con chi resiste!
Via Saluzzo, 28
Sabato 27 agosto 2016, ore 17:30
http://rifondacuneo.blogspot.it/

RIOTORTO – PIOMBINO (LI) Festa di LiberAzione
Parco comunale La pinetina
Venerdì 2 settembre 2016, ore 21:00
https://www.facebook.com/events/298528780505613/

ROMA Renoize016
Parco Schuster
Sabato 3 settembre 2016, ore 18:30
https://www.facebook.com/notes/10-anni-di-renato-ionondimentico/3s-parco-schuster-decennale-renoize-2006-2016-amore/1350945718253625

NAPOLI Je so’ pazzo Festival
Ex OPG Occupato, Via Matteo Renato Imbriani, 218
Sabato 10 settembre 2016, ore 18:00
https://www.facebook.com/events/154579001617725/
http://jesopazzo.org/index.php/iniziative/260-je-so-pazzo-festival-2016

Modena
Sabato 17 settembre 2016
ore 21:00
Festival Filosofia L’AntAgonismo
C.s.a. Stella Nera
via Folloni 67
https://www.facebook.com/SpazioStellaNeraModena/

Lavori pubblici umili e utili per uscire dalla crisi

Pubblicato il 22 ago 2016

di Giorgio Nebbia

Un secolo fa l’economista inglese John Maynard Keynes ha suggerito che, quando un paese è in crisi economica e di occupazione, una soluzione consiste nell’investire denaro pubblico in opere di utilità generale, in quelle che una volta si chiamavano “lavori pubblici” e che in Italia avevano addirittura un apposito ministero: strade, ferrovie, porti, edifici pubblici. I soldi pubblici spesi avrebbero assicurato un salario a lavoratori i quali li avrebbero spesi per acquistare quelle merci che fino allora erano fuori dalla portata delle loro tasche. Per produrre tali merci molte imprese avrebbero assunto altri lavoratori che a loro volta sarebbero diventati consumatori di altre merci e così via. Imprenditori e lavoratori avrebbero pagato, in nuove tasse, più di quello che lo stato aveva speso per avviare le opere pubbliche.

La ricetta funzionò, più o meno come aveva suggerito Keynes, negli Stati Uniti durante la prima grande crisi del Novecento; il governo di Franklin Delano Roosevelt, dal 1933 fino alla seconda guerra mondiale, fece, con i soldi dei contribuenti, opere pubbliche utili, anche dal punto di vista ambientale, come difesa del suolo dall’erosione, rimboschimento, centrali elettriche, addirittura fabbriche di concimi e di prodotti chimici “statali” (un‘eresia per il liberalismo americano).

Qualcosa di questo spirito fu recepito anche in Italia negli anni della ricostruzione, dopo il 1945, soprattutto con l’occhio rivolto al Mezzogiorno arretrato. Ce ne siamo dimenticati, ma se il Mezzogiorno ha accorciato le distanze rispetto all’Italia settentrionale più industrializzata è stato per merito delle fabbriche statali, delle strade, della distribuzione ai contadini delle terre abbandonate, delle case “popolari”, della difesa del suolo con rimboschimenti, della regimazione delle acque; i soldi spesi dallo stato sono rientrati, con gli interessi, attraverso le tasse riscosse a mano a mano che nasceva nuova occupazione nelle fabbriche e nei cantieri sorti, nel Sud e nel Nord, per soddisfare la nuova domanda di abitazioni, frigoriferi, televisori, automobili.

Certo, ci sono stati vistosi errori, dovuti a previsioni e a scelte imprenditoriali sbagliate, a localizzazioni errate, ci sono stati episodi di vistosa corruzione, per cui tanto denaro pubblico ha fatto ricchi e ricchissimi pochi mentre avrebbe potuto togliere dalla miseria tanti nostri concittadini.

Col passare dei decenni le parole “stato” e “pubblico” sono diventate politicamente poco corrette davanti alla nuova ideologia della privatizzazione. L’esito sono state le crisi che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento e l’inizio di questo secolo, al punto che si deve di nuovo invocare l’intervento dello stato per opere pubbliche, oggi le chiamano infrastrutture.

Ci sono opere pubbliche elettoralmente redditizie, che consentono di inaugurare autostrade, ferrovie, ponti, con discorsi ufficiali e tanta televisione. Ma ci sono altri umili lavori di grande utilità pubblica e sociale, che richiederebbero l’impiego di migliaia di lavoratori, che non si possono inaugurare con interventi della televisione ma che salverebbero, di tante persone, i beni e i campi e i soldi (e anche molte vite), portati via dalle continue frane e dagli allagamenti di terre e città.