Mese: gennaio 2017

Regeni, Ferrero: «Le parole non bastano più. Dopo un anno il governo italiano deve pretendere verità e giustizia»

Pubblicato il 25 gen 2017

COMUNICATO STAMPA

REGENI – FERRERO (PRC-SINISTRA EUROPEA): «LE PAROLE NON BASTANO PIÙ. DOPO UN
ANNO IL GOVERNO ITALIANO DEVE PRETENDERE VERITÀ E GIUSTIZIA»

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra
Europea, dichiara:

«Dopo un anno dalla sparizione di Giulio Regeni le parole non bastano più.
Tanto meno quelle di Gentiloni che prima nella veste di ministro degli
Esteri e poi di Presidente del Consiglio ha seguito la vicenda dall’inizio
alla fine senza cavare un ragno dal buco. Gli appelli e le lacrime non sono
sufficienti: il governo italiano deve pretendere verità e giustizia da
quello egiziano, senza se e senza ma. Lo deve alla famiglia di Giulio Regeni
ma lo deve anche a tutti noi, perchè non è accettabile che un giovane venga
torturato ed ucciso, con un ruolo ancora tutto da definire dei servizi
segreti, in un Paese col quale facciamo affari e continuiamo a mantenere
relazioni istituzionali».

25 gennaio 2017

Terremoto, quando lo Stato latita: ecco le brigate della solidarietà

Pubblicato il 27 gen 2017

di Giacomo Russo Spena

Esiste un’Italia migliore. Quella che troppe volte ignoriamo sui media, quella che spala la neve a Rigopiano. Quella dei pescatori che salvano vite umane nel Mediterraneo, quella che di fronte ad emergenze e catastrofi naturali si rimbocca le maniche e sposa pratiche di solidarietà diretta. Ed esiste anche un modo di far politica migliore, non quella di Palazzo o dei futili convegni, ma fatta da chi prova ad organizzare forme di mutualismo e si attiva sui territori dissestati dall’emergenza terremoto. Ne sono la prova le Brigate della Solidarietà Attiva (Bsa). Nel silenzio dei media, per anni questi attivisti hanno lavorato pancia a terra. Partecipazione, autorganizzazione e mutualismo sono le parole d’ordine con le quali hanno operato.
Il gruppo è nato nel 2009 subito dopo il terremoto dell’Aquila. “Guardavamo in televisione le immagini della città in macerie e la sofferenza della gente, ci è venuto spontaneo attivarci”, racconta oggi Francesco Piobbichi, uno dei fondatori della Brigate. Inizialmente hanno radunato attivisti dei centri sociali e militanti di Rifondazione, un gruppo di un centinaio di persone, poi – grazie anche ad un sapiente uso dei social network – la partecipazione è diventata più ampia andando oltre i giri della sinistra tradizionale. E l’organizzazione oggi conta diverse centinaia di volontari sparsi in tutto il paese. Un numero questo, che si espande come una fisarmonica durante le emergenze fino a coinvolgere migliaia di persone. Sono sorti dal nulla, senza magazzini per raccogliere beni primari né logistica né fondi. Eppure sono andati – armati di forza di volontà e progettualità politica – a l’Aquila dove hanno allestito uno spaccio per distribuire viveri di prima necessità: coperte, vestiti, cibo, acqua. Ma anche pannolini, medicine e giochi per bambini. Quintali di beni consegnati. Tutto materiale raccolto da donazioni dirette dei cittadini: “Portateci roba, c’è bisogno di…” è il messaggio lanciato su facebook diventato virale. A L’Aquila hanno anche gestito per 7 mesi alcuni campi di terremotati, oltre a vari spacci popolari rivolti sopratutto ai terremotati meno abbienti che durante il cataclisma hanno perso tutto. E senza risparmi da parte in banca, diventa impossibile resistere all’emergenza.
Una forma di azione collettiva che, dopo L’Aquila, porta le Brigate ad organizzare un campo di braccianti immigrati a Nardò – sfruttati sotto forma di caporalato – dove riescono a creare le premesse per uno sciopero che resterà storico. Da segnalare il loro sostegno durante i presidi delle fabbriche in crisi, sia con cucine che con il sostegno di una cassa di resistenza finanziata con il progetto “arancia metalmeccanica” che consisteva nell’acquisto delle arance a sfruttamento zero di Rosarno e rivendute nei mercati dai lavoratori delle fabbriche in crisi. Il filo conduttore è sempre la solidarietà.Quella parola che dà anche il titolo ad un libro di Stefano Rodotà secondo cui “è termine tutt’altro che logorato e storicamente legato al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei 30 anni gloriosi e del Welfare State”. Per il giurista la solidarietà è oggi un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà: incarnerebbe insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito” un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili.
Sempre la strada della solidarietà ha portato le Brigate ad intervenire nelle alluvioni in Liguria, e nel Veneto, e nel sisma dell’Emilia. Dopo i terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre e 18 gennaio sono presenti in tutto il cratere, con due “campi base” ad Amatrice e Norcia e altri due poli logistici a Colli del Tronto e Fermo. Tantissime le donne volontarie. Oltre a punti di approvvigionamento gratuito, percorrono staffette di consegna e organizzano sportelli affinché i cittadini possano ottenere informazioni sui decreti del governo e i loro diritti, che spesso ignorano del tutto. Ora stanno organizzando una filiera antisismica cercando di acquistare i prodotti dei terremotati per venderli nei gruppi di acquisto popolari in giro per il Nord, Il loro intervento si inspira alle forme del mutuo soccorso ma non manca di denunciare le inefficienze e di misurarsi con il “conflitto”.
Sul sito si ammira la massima trasparenza sui conti: dietro non ci sono banche, i proventi per acquisire beni ed attrezzature giungono da singoli cittadini, circoli, centri sociali e dai vari comitati territoriali (ad esempio i No Tav della Val Susa). In qualche caso, persino dalle curve calcistiche, dagli ultras. Con queste entrate, le Bsa hanno potuto consegnare roulotte, e persino alcune casette mobili ai terremotati, criticando tra l’altro le misure del governo Renzi intraprese dopo il terremoto ad Amatrice. Non si sono ripetuti, per fortuna, gli errori dell’Aquila dove la ricostruzione è stata fatta in nome della speculazione e per il profitto di qualche sciacallo, ma pure dopo Amatrice le cose non tornano. Gli interventi del governo Renzi hanno favorito lo spopolamento delle zone con le persone terremotate spedite in alberghi quando la gente non voleva andare via dalla propria casa. “Le persone – dichiara Piobbichi – non sono state coinvolte nel processo di ricostruzione, questo è il vero problema, senza capire che il controllo popolare è anche il miglior antidoto all’infiltrazione delle mafie: la comunità ha il diritto di partecipare ed essere ascoltata. Adesso stanno assegnando le prime casette mobili ma perché soltanto ora? Dopo mesi? Se le Brigate, senza soldi né gente stipendiata, sono riuscite a fornirne subito qualcuna perché il governo ha latitato?”.
Dopo il sisma, i volontari delle Brigate cercano di sostenere e ascoltare soprattutto le persone meno abbienti e senza alcuna alternativa possibile di vita. Sono le più disperate e, spesso, quelle abbandonate dallo Stato. Il terremoto diventa un acceleratore della crisi e delle diseguaglianze: se prima eri precario dopo il sisma diventi povero. Se invece hai case da mettere sul mercato raddoppi gli affitti. Con il collasso del welfare e i Comuni stritolati dall’austerity, e quindi totalmente dipendenti dal governo centrale, non si riesce ad affrontare le emergenze, per questo risulta fondamentale l’intervento solidale dei cittadini per rafforzare la comunità locale, lo si è visto quando è arrivata la neve. I volontari delle Brigate non sono interessati ad entrare in polemica con la Protezione civile, sottolineando soltanto la struttura elefantiaca che spesso fa rallentare i tempi di intervento. Loro, ovviamente, prediligono il modello più orizzontale e inclusivo, dove non ci sono decisioni calate dall’alto.
Leggenda vuole che durante il terremoto aquilano le Brigate della Solidarietà Attiva abbiano ispirato alcuni militanti di Syriza arrivati dalla Grecia che rimasero colpiti dalla loro efficienza e riportarono le riflessioni sul mutualismo sentite in quel viaggio nel proprio Paese. Quando poi è arrivata la crisi (e quando il partito di Alexis Tsipras era ancora all’opposizione) e si sono create mense del mutuo soccorso, ambulatori e farmacie popolari, cooperative socio-lavorative per disoccupati molti attivisti greci usarono l’esempio delle “cucine degli italiani per i terremotati” per diffondere tali pratiche.
“Siamo una positiva anomalia – afferma ancora Piobbichi – le Bsa mettono insieme nelle pratiche concrete quello che questo modello sociale divide, ricostruiscono il Noi collettivo. Le classi popolari hanno bisogno di difendersi dalla miseria crescente, noi vorremmo essere un esempio da moltiplicare anche per il terremoto della crisi, siamo ancora agli inizi e siamo ben poca cosa, ma in assenza di welfare, sono le forme dell’azione solidale che possono provare a scardinare la guerra tra poveri e ricostruire il significato dell’azione collettiva”.
Il riferimento va a chi pensa ai terremotati italiani, contrapponendoli alla (falsa) notizia dei migranti negli hotel a cinque stelle. “Mentre noi spalavamo la neve al freddo insieme a loro, i politicanti venivano a farsi il selfie per poi fomentare il razzismo” è lo sfogo delle Brigate che in maniera neanche troppo velata puntano il dito contro la passerella del leghista Matteo Salvini. Le Bsa si definiscono autonome ed indipendenti. Si pongono il problema di come essere utili cercando di usare le pratiche sociali come elemento aggregativo, un processo molto diverso dalle forme classiche che abbiamo conosciuto fino ad ora a sinistra. Prima fare e poi parlare, è una frase ripetuta costantemente.
Il pensiero va alla lezione impartita da Podemos, quella di fare la sinistra senza nominarla. Una sinistra che nasce dal basso e capace, in senso letterale, di sporcarsi le mani e portare aiuti concreti. Come amano definirsi i volontari delle Bsa: “La nostra è una pratica del popolo, per il popolo”. Ben arrivata Italia migliore.
Fonte: MicroMega online

I PROBLEMI DELLA CASA DI RIPOSO “A. CORTELLONA”

Mortara, 28 gennaio 2017

I PROBLEMI DELLA CASA DI RIPOSO “A. CORTELLONA”

Un anno fa protestammo contro l’aumento delle rette alla Casa di riposo di Mortara “Alceste Cortellona”.

Le rette erano salite in modo vertiginoso, ben aldilà dell’inflazione, in media 45 euro al mese.

Nel corso di sei anni le rette erano salite da 900 euro al mese a 1488 euro mensili, ben il 65% in più.

Le rette erano state deliberate senza alcun confronto con i familiari: infatti da parte del Presidente del Consiglio d’Amministrazione è sempre stata respinta la richiesta di formare un Comitato Parenti.

Alla protesta, non solo nostra, ma soprattutto dei parenti dei ricoverati, il Presidente del “Cortellona” rispose che l’aumento sarebbe servito a “garantire un servizio sempre migliore e a fare investimenti per migliorare la struttura, nel 2016 attueremo interventi per rimodernare le camere” ecc…..

Ci segnalano, invece, che nessuno di questi “buoni propositi” è stato mantenuto e che le camere sono rimaste tale e quali, che si sono persi collaboratori capaci, che i fisioterapisti servono solo gli esterni, ecc. ecc…..

Ci segnalano che il turno del pomeriggio è sulle spalle di solo due assistenti per piano, che sarebbe necessario migliorare la lavanderia (anche perché non esiste stireria) e che manca un Direttore che sia presente tutti i giorni e non solo due volte alla settimana.

Di fronte a tutti questi problemi, sembra che si voglia procedere a ridipingere la struttura esternamente, classica operazione d’immagine che non risolve le criticità esistenti.

Infine, visto che è scaduto (o sta scadendo) l’incarico alla Cooperativa alla quale è stato esternalizzato il servizio di pulizia, con tutte le conseguenze del caso  che denunciammo a suo tempo (ore ridotte, personale fisso e della stessa cooperativa in difficoltà) sarebbe il caso di rivedere l’impostazione del servizio in modo tale che sia assicurata un’adeguata assistenza e che i dipendenti del Cortellona che a suo tempo furono indotti a passare sotto la gestione della cooperativa ritornino, alla scadenza dell’accordo, a tutti gli effetti sotto la gestione della Direzione dell’Istituto.

Ovviamente Ganimede non ci sente da questo orecchio, ma noi riteniamo che un’importante istituzione pubblica e storica come il “Cortellona” non possa sottrarsi ad un confronto con la città.

Per questo ribadiamo, come sostenuto più volte, la necessità, anche per questo problema, di un Consiglio Comunale aperto.

 Teresio Forti

 del Partito della Rifondazione Comunista, Circolo di Mortara

Luigi Tenco. 50 anni dopo

Luigi Tenco. 50 anni dopo

Pubblicato il 26 gen 2017

Cinquant’anni fa se ne andava Luigi Tenco. E’ stato un ribelle, e non ha mai
piegato il capo a chi diceva che si potevano scrivere canzoni esclusivamente
con la rima cuore/amore. Noi lo ricordiamo con il testo di una canzone del
1962 assai scandalosa per l’epoca, e ovviamente censurata, che ci ricorda –
una volta di più – da che parte stava.

Cara maestra,

un giorno m’insegnavi

che a questo mondo noi

noi siamo tutti uguali.

Ma quando entrava in classe il direttore

tu ci facevi alzare tutti in piedi,

e quando entrava in classe il bidello

ci permettevi di restar seduti.

Mio buon curato,

dicevi che la chiesa

è la casa dei poveri,

della povera gente.

Però hai rivestito la tua chiesa

di tende d’oro e marmi colorati:

come può adesso un povero che entra

sentirsi come fosse a casa sua?

Egregio sindaco,

m’ hanno detto che un giorno

tu gridavi alla gente

“vincere o morire”.

Ora vorrei sapere come mai

vinto non hai, eppure non sei morto,

e al posto tuo è morta tanta gente

che non voleva né vincere né morire?

www.rifondazione.it <http://www.rifondazione.it/>

Intervista a Ferrero su il Manifesto: «Non farò il segretario, ma la linea resta»

Pubblicato il 24 gen 2017

Il segretario lascia il vertice Prc dopo dieci anni. «Sono a disposizione. La sinistra non ripeta gli errori, non basta un cartello elettorale. 5 stelle sono cresciuti dagli errori della sinistra, nel governo Prodi abbiamo aperto una prateria. Il guaio non fu la lista Arcobaleno, come si continua a ripetere. Il nuovo percorso deve partire subito. Aspettare la data del voto per fare in gran fretta una lista con i soliti bilancini stavolta porterebbe al disastro»

Di Daniela Preziosi –
EDIZIONE DEL 24.01.2017

Paolo Ferrero, lei è segretario del Partito della rifondazione comunista dal 2008. Al congresso di marzo si ricandida per la quarta volta?

No. Proporrò di cambiare.

Pronto a ripensarci se i delegati glielo chiedono?

Oggi ci sono tutte le condizioni per il ricambio. Fin qui c’era chi chiedeva di cambiare il segretario volendo in realtà cambiare linea. Per questo non ho mollato. Oggi invece il 70 per cento del comitato politico ha votato in sintonia totale, fra noi non c’è mai stata una maggioranza così. Oggi si può cambiare senza rischio di cambiare linea.

Eppure lei è stato un segretario di minoranza.

Il mio indirizzo è oggi ampiamente maggioritario: un partito comunista senza nostalgie e che vuole costruire un soggetto della sinistra antiliberista.

Indicherà il prossimo segretario e/o segretaria?

No, non siamo una monarchia. C’è un gruppo dirigente perfettamente in grado di esprimere la successione. Io resto completamente a disposizione. Sarò il primo ex segretario del Prc che resterà nel partito.

Dalla segreteria di Bertinotti a ministro di Prodi a feroce avversario del centrosinistra. È stato un uomo per tutte le stagioni?

No, non ho rivendicato di aver sempre avuto ragione. Ho sbagliato ad andare al governo. l’ho ammesso, ci abbiamo fatto un congresso, abbiamo cambiato indirizzo. Fare il ministro è stata una svolta decisiva. Ci ho provato fino in fondo ma ho verificato l’impossibilità di spostare dall’interno il centrosinistra. Che era quello di Prodi e Bersani, molto più a sinistra del Pd attuale. Lì ho verificato che c’è un polo liberiste, quello della grande coalizione, e un altro polo liberista ma nazionalista e razzista. Noi dobbiamo costruire un terzo polo antiliberista. Tutti si basano sull’assunto che i soldi non ci sono. Tesi falsa in radice. I 20 miliardi per le banche ci hanno messo 20 minuti a trovarli. Il terzo polo deve dire: la ricchezza c’è, va usata per il popolo.

Il terzo polo in Italia c’è già, sono i 5 stelle.

Loro sono un terzo polo geometrico, non politico. La richiesta dell’adesione all’Alde lo dimostra.

Eppure la sconfitta storica della sinistra, oggi, è aver consegnato i suoi voti ai 5 stelle.

I 5 stelle sono nati e cresciuti dagli errori della sinistra, a partire dal governo Prodi. Lì abbiamo distrutto buona parte del nostro capitale simbolico e aperto una prateria. Il guaio non fu la lista Arcobaleno, come si continua a ripetere. Oggi M5S non è però in grado di avanzare proposte alternative. La stessa sindaca Appendino non ha grosse differenze con Fassino. I 5 stelle sono un parcheggio per i voti della sinistra. Se mettiamo in piedi una sinistra credibile li recupereremo.

Però lei a Roma ha fatto votare Virginia Raggi.

Perché se Renzi prendeva una botta alle amministrative era più facile sconfiggerlo al referendum.

Allora perché a Milano avete votato Sala?

Il Prc a Milano non ha dato indicazione di voto.

Torniamo all’irriformabilità del Pd. Ora anche Bertinotti e Vendola, usciti dal Prc nel 2008, la pensano come lei. È una sua vittoria egemonica, per dirla con Gramsci?

(Ride). Adesso l’importante è costruire il polo antiliberista. Certo Era meglio non rompere Rifondazione e fare tutti insieme la battaglia, i 5 stelle non sarebbero arrivati dove sono.

Di fatto ha vinto anche la sua eterna idea di soggetto della sinistra antiliberista. Finirete a fare un cartello elettorale con Sinistra italiana e Civati.

Il Prc non propone affatto un cartello elettorale ma un soggetto che funzioni una testa un voto, a cui ci si iscriva individualmente con la possibilità di avere la doppia tessera con i partiti che non si presentino alle elezioni. Un soggetto costruito su basi programmatiche e non ideologiche, che vada dai comunisti agli estimatori di papa Francesco, cattolici e non.

Dal ’90 i dirigenti di questa sinistra sono sempre gli stessi. Avete un evidente problema di ricambio e di classe dirigente?

L’idea della rottamazione è una scusa per andare a destra, da Occhetto a Renzi, ed io la contrasto. Ma mi dica: avrebbe fatto questa domanda ai tempi del Pci? Le classi dirigenti non si fanno in un mattino. In un mattino si fanno i teatranti con un copione scritto da altri, da Renzi ai portavoce dei 5 stelle. Detto questo c’è un problema di cambiamento. Servono volti non segnati dalle divisioni dell’ultimo ventennio.

Nel vostro futuro c’è De Magistris?

Certamente sì, ma dico a lui, e a Sinistra italiana, che ciascuno è indispensabile ma nessuno non può dire ’la sinistra sono io’: occorre un percorso unitario, e deve partire subito. aspettare il voto per fare una lista con i soliti bilancini porterebbe al disastro.

L’Altra Europa in effetti non ha fatto una bella riuscita.

È stata un’esperienza positiva. Ma quello che è successo dopo segnala che era debole nella costruzione. Serve una procedura larga e democratica, serve un soggetto politico unitario.

Al posto di Tsipras sarebbe sceso a patti con l’Europa?

La risposta sarebbe lunga e complessa. Ma una cosa è chiara per me: Alexis ha resistito, e non ha tradito.

Cassolnovo: giornata della memoria. “TRIANGOLO BLU, TRIANGOLO ROSA, TRIANGOLO ROSSO…”

Un invito a partecipare  testimoniare riflettere 

GIORNATA DELLA MEMORIA 2017

Il COMUNE DI CASSOLNOVO e

ANPI sezione di Cassolnovo

Invitano al ricordo e alla  testimonianza

Dell’orrore della Shoah e dei lager  nazisti

 

Venerdi   27  Gennaio  2017

  TEATRO VERDI   ENTRATA LIBERA
ore 10.00 per le scuole ore  21.00 per tutti   

TRIANGOLO BLU, TRIANGOLO ROSA, TRIANGOLO ROSSO…

 LORO   portavano  IL TRIANGOLO GIALLO

 

Concerto tematico dei  CANTOSOCIALE 

 

STORIE, CANTI, MUSICHE…DIVERSE MEMORIE per STESSE DEPORTAZIONI di chi portava quei triangoli cuciti addosso

Prima vennero per i criminali e non parlai. Poi cominciarono a prendere gli ebrei e io non parlai anche quando presero gli scioperanti io non parlai. Quando internarono gli zingari e gli immigrati  e insieme a loro i cattolici e  dopo  ammassarono gli omosessuali , eliminarono i disabili, io non parlai. Poi vennero per me e… non c’era più nessuno che potesse parlare.”

dai sermoni “Als die Nazis die  holten” del rev.do  Martin Niemoller

 

Info tel 3335740348

 

C A N T O S O C I A L E

Piero Carcano : voce, canto, recitazione, kazoo….

Grisolia Vittorio : violino, flauti etnici,baghèt,mandolino…

Cristian Anzaldi: fisarmonica, chitarra acustica elettr., banjo

Buratti Davide:contrabbasso

Gianni Rota: voce, chitarra, flauto, percussioni

 

Come ogni anno il Comune di Cassolnovo dedica particolare attenzione al la GIORNATA MONDIALE DELLA MEMORIA  ricordando di volta in volta con diverse appuntamenti l’orrore dell shoa e dei campi di concentramento . Un appuntamento che l’assessorato alla cultura  e all’istruzione unitamente alla Biblioteca Comunale e la sezione ANPI cassolese vuole di testimonianza e di riflessione in particolare e che  quest’anno centrato sui diversi tipologie di deportati che son finiti nei lager o per l’avversione al regime o per motivi razziali ; dai militari ai politici, agli omosessuali ai disabili, dai religiosi agli emigranti fino ad arrivare agli zingari e naturalmente gli ebrei. Lo farà con 2 concerti tematici  nella giornata del 27 gernaio al Teatro Verdi .Uno alle ore 10.00 del mattino   appositamente realizzato per e con la collaborazione (per le  letture e  scelta delle immagini) dei ragazzi delle scuole Medie di Cassolnovo e l’altro per tutti alle ore 21.15 sempre con il gruppo Cantosociale , particolarmente apprezzato in tutto il territorio nazionale per questo tipo di rappresentazioni.

Canti e musiche legano le memorie della deportazione insieme alle storie della gente  e ci  aiutano a capire quello che sembra impossibile spiegare: le crudeltà, gli orrori indicibili per il genere umano. Un percorso che va’: dalle prime leggi  razziali per finire ai campi di concentramento. Parole e versi dei canti e delle canzoni evocano le discriminazioni e poi l’ orrore , la disperazione, la speranza, il lavoro massacrante , la fame , la paura fino alla morte nei campi di sterminio. Lo spettacoloin forma di recital è , secondo lo stile del gruppo, frutto di ricerche orali sia per i testi tratti da interviste dei sopravvissuti sia per quanto riguarda il repertorio dei canti e delle canzoni Lo spettacolo (recital) è , secondo lo stile del gruppo, frutto di ricerche orali sia per i testi tratti da interviste dei sopravvissuti sia per quanto riguarda il repertorio dei canti e delle canzoni. TRIANGOLO BLU, TRIANGOLO ROSA, TRIANGOLO ROSSO… LORO PORTAVANO IL TRIANGOLO GIALLO  prende spunto  dai triangoli di stoffa che i prigionieri erano costretti a portare nei campi di concentramento, secondo la “categoria” a cui appartenevano. Gli ebrei portavano un triangolo giallo sormontato dalla stella di David, gli internati politici portavano un triangolo rosso, gli omosessuali un triangolo rosa e i testimoni di Geova un triangolo porpora.I Triangoli verdi erano riservati ai “delinquenti comuni”, quelli neri ai cosiddetti “asociali”, quelli marroni agli zingari, quelli rossi ai detenuti politici e infine quelli blu ai prigionieri di guerra dei paesi occupati. Ogni triangolo costituisce  per lo spettacolo un punto di partenza e quindi di riflessione per una storia e per una canzone, un incrocio di esperienze diverse eppur drammaticamente uguali cosi’ come la  , lingua  della gente che si è ritovata  coattamente  nei campi .

Alcuni canti riguardano il nazismo , la nascita e la crescita culturale che ha avuto, la maggior parte provengono dai lager e sono  spesso frutto di rifacimenti di canzoni d’epoca, popolari e militari,  melodie che erano cantate addirittura dagli stessi aguzzini delle SS e venivano poi riproposte dai deportati con nuovi irridenti dissacranti testi  Le storie evocate dalle testimonianze e permeate da suoni e dai versi  trasportano lo spettatore in un viaggio drammatico appassionato e  lucidamente  emotivo. Oltre ai canti di derivazione popolare ci sono anche canzoni d’autore che descrivono il periodo, musiche che accompagnano le storie sottolineando il dolore ma anche la rabbia e la ribellione, In particolare sono state appositamente recuperate dall’oblio alcune canzoni d’epoca  appositamente riarrangiate ,come del  resto gli altri brani di repertorio. A partire da quel YELLOW TRIANGLE ( Triangolo Giallo) del cantautore irlandese  Christy Moore  che trae spunto dalle parole dei sermoni del pastore protestante (deportato a Auschwitz) Martin Niemoller. Quel:“ Sono venuti….” costituisce  un fermo e poetico atto d’accusa contro chi sapeva e non fece niente , contro GLI INDIFFERENTI, di qualsiasi provenienza. Alcuni di questi canti sono in forma di preghiera corale, per infondere speranza e forza morale a dispetto delle condizioni tragiche in cui si era costretti vivere. Altri contengono versi di incredibile forza che  riescono a parlare d’amore a dispetto dell’orrore. Altri (“10 fratelli “) come estrema forma di resistenza e dignità contro l’aguzzino, riescono persino ad ironizzare anche sulle camere a gas. Dell’orrore della “non vita”  nei campi di sterminio “parla”  il brano originale “DAKAU non può che essere blues”. Altre sono vere e proprie poesie in musica di grandi cantautori come”Se il cielo fosse bianco di carta” di Ivan Della Mea, un omaggio all’autore recentemente scomparso tratto dalla lettera del ragazzo galiziano Chaim lanciata oltre il filo spinato del lager di Pustkow e “Tredici milioni di uomini “ dei Cantacronache sull’assurda disputa storica sui numeri del genocidio ebreo.

Non mancheranno momenti di musica solo strumentale della tradizione yddish e zingara .In particolare alcuni brani daranno “voce” ai Rom e altri ai disabili, malati di mente  altre vittime della follia nazista (il famigerato progetto AktionT4) senza dimenticare i perseguitati politico-sindacali e religiosi. Infine brani originali dei CANTOSOCIALE frutto di accurate ricerche di Grisolia (violinista del gruppo) riporteranno  alla giusta attenzione anche  le vicende degli I. M. I., gli INTERNATI MILITARI ITALIANI catturati e costretti al lavoro coatto nei campi dai nazifascismi, il loro rifiuto ad aderire al nazifascismo dopo l’8 settembre li obbligherà a umiliazioni, lavoro duro e soprattutto la fame e per molti oltre 60.000 su 600.000 li porterà alla morte.

Info FB:  CANTOSOCIALE; pierocarcano3@gmail.com cell 3335740348

 

OSPEDALI DI MORTARA E MEDE – NO AI TAGLI E ALLA CHIUSURA DI REPARTI

Mortara, 21 gennaio 2017

OSPEDALI DI MORTARA E MEDE – NO AI TAGLI E ALLA CHIUSURA DI REPARTI

In tutti questi mesi, la Regione, l’Azienda Socio-Sanitaria e, purtroppo, anche le Amministrazioni locali hanno cercato di nascondere la vera portata delle decisioni di ridimensionamento degli ospedali di Mede e di Mortara; tuttavia emerge un’elementare verità: queste strutture sanitarie verranno pesantemente colpite.

Il reparto di chirurgia di Mede sarà chiuso, quello di Mortara sarà ridimensionato e destinato a “piccoli interventi”, i “Pronto Soccorso” dei due ospedali saranno chiusi alle ore 20.00.

Non si può allora affermare, come ha dichiarato il Sindaco di Mortara ad un giornale locale, che “in sostanza nulla cambierà”….

In realtà la diminuzione dei posti letto e della tipologia di interventi, la chiusura notturna dei Pronto Soccorso creeranno gravi disagi alla popolazione della Lomellina, considerata la vastità del territorio.

Inoltre, come è stato dimostrato in questi giorni dall’intasamento del Pronto Soccorso di Vigevano, il ridimensionamento dei presidi ospedalieri di Mortara e Mede provocherà problemi anche negli ospedali più grandi, ai quali gli utenti saranno costretti a rivolgersi.

Oltrettutto le strutture ospedaliere sono in crisi anche a causa della dissennata politica di taglio della spesa sanitaria attuata dal governo nazionale e da quello regionale.

Per questo c’è assoluta necessità di chiarezza e di trasparenza, nonché di mobilitazione dei cittadini per difendere le proprie strutture sanitarie.

Già a novembre proponemmo pubblicamente di tenere a Mortara un Consiglio Comunale aperto sul problema della Sanità in Lomellina alla presenza dei responsabili locali e regionali della Sanità, nonché dei cittadini, dei dipendenti ospedalieri e dei loro sindacati.

Naturalmente, come sempre, non siamo stati degnati di nessuna risposta, ma non è tanto a noi che si deve rispondere quanto ai cittadini preoccupati.

Torniamo a chiedere un Consiglio Comunale aperto e appoggiamo le proteste e le iniziative contro il taglio dei servizi sanitari.

Giuseppe Abbà e Teresio Forti

della Segreteria Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista 

Cibo, vestiti e dignità: quelle “brigate” tra i terremotati

Pubblicato il 20 gen 2017

di Davide Falcioni
Portano aiuti alle vittime del sisma. E, allo stesso tempo, li aiutano a organizzarsi in comitati di cittadinanza locali. Per andare oltre l’emergenza, attraverso il mutualismo 

Elena vive a Uscerno, un pugno di case lungo la strada di montagna che collega Ascoli Piceno ai Monti Sibillini. Un bar-alimentari-ristorante-tabaccheria, una macelleria e poco altro. Elena ha un marito, tre bambini piccoli e nonostante le tre scosse di terremoto che hanno sconvolto questi posti, ha deciso che da qui non se ne andrà: la sua casa è inagibile e per mesi si è arrangiata in una vecchia roulotte, ma c’è la legna da tagliare nei boschi, ci sono le patate nei campi e i progetti futuri che non possono essere abbandonati. Soprattutto, c’è lo stretto legame con una terra magica e meravigliosa.

Quando bussano alla sua porta Elena apre con il solito sorriso: sono i volontari delle Brigate di Solidarietà Attiva, hanno scatoloni colmi di beni di cibo, vestiti e coperte, e per questa famiglia sono uno dei pochi punti di riferimento.
Per lei, e per centinaia di altre persone che hanno rifiutato la proposta della Protezione Civile di fare i bagagli e andare negli hotel sulla costa adriatica, le BSA sono un sostegno concreto alla loro resistenza tenace. Sanno, Elena e molti altri, che molti di quelli che sono stati costretti ad andarsene qui rischiano di non tornare più, perché se abbandoni il tuo lavoro, trasferisci i tuoi figli in altre scuole e trovi un’altra casa non è facile, poi, mantenere i legami con i luoghi d’origine.
Le Brigate di Solidarietà Attiva sostengono le fasce più deboli tra i cittadini terremotati. Dopo i terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre e 18 gennaio sono presenti in tutto il cratere, con due “campi base” ad Amatrice e Norcia e altri due poli logistici a Colli del Tronto e Fermo. “Abbiamo potuto verificare – dicono – in questi cinque mesi, come il terremoto non sia stato che un acceleratore della crisi. Per questo sosteniamo e fasce più deboli con staffette di consegna aiuti a domicilio e spacci popolari, cioè punti di approvvigionamento beni gratuiti. Per questo, anche, abbiamo organizzato sportelli informativi, affinché i cittadini possano ottenere informazioni sui decreti del governo e i loro diritti, che spesso ignorano del tutto”.
C’è chi le ha definite la “Caritas Rossa”. Sbagliato: le Brigate Di Solidarietà Attiva puntano, attraverso pratiche di mutualismo e solidarietà, ad alimentare e sostenere i piccoli comitati di lotta che – a cinque mesi dalla prima scossa – sono sorti un po’ ovunque.
A riflettori spenti, e mentre i mezzi d’informazione sembrano aver smobilitato, i problemi sono molti e importanti.
C’è infatti chi ha trovato nel terremoto nuove occasioni per speculare, come quei proprietari di case che hanno raddoppiato o triplicato gli affitti con l’obiettivo di accaparrarsi l’intero contributo di autonoma sistemazione fornito dal governo alle famiglie terremotate. E soprattutto c’è il “non fatto” del governo, con i container che sono ancora un miraggio e le case di legno che forse arriveranno solo a partire dall’estate. In questo quadro, poi, ci sono le economie di sussistenza di montagna: piccoli produttori agricoli e allevatori costretti a svendere o veder morire di freddo i loro capi di bestiame. Da queste parti, si dice, dei terremotati si ricorda solo il terremoto.
Quello che si respira nei luoghi distrutti dal terremoto è una sensazione di rabbia e incredulità: poco è stato fatto dal 24 agosto per sostenere chi non ha voluto andarsene. Qualche settimana fa è anche spuntata una delibera della Regione Marche che minacciava di denuncia i cittadini che avessero installato i container davanti alle loro vecchie case inagibili. Deturpano il paesaggio, per i dirigenti del settore urbanistica, gli stessi che però hanno benedetto di buon grado il capannone industriale che Diego Della Valle aprirà ad Arquata Del Tronto su una superficie di migliaia di metri quadri. Quello stabilimento, costruito a cavallo tra due parchi naturali (Sibillini e Monti della Laga) lì sembra non deturpare nulla.
Le Brigate di Solidarietà Attiva tentano di convogliare quella rabbia in conflitto e autoorganizzazione.
Dal 25 agosto sono stati centinaia i volontari, per lo più attivisti politici, che hanno dato una mano: quintali di beni consegnati, spacci popolari e decine di roulotte donate in anticipo persino rispetto alla Protezione Civile.
Accanto a ciò, un progetto di filiera antisismica che sostiene i piccoli e piccolissimi produttori agricoli, distribuendo i loro prodotti in tutta Italia e contribuendo così a mantenere gli agricoltori sul posto.
La finalità delle BSA però è un’altra: «Cerchiamo di stimolare partecipazione attiva dei soggetti colpiti dal trauma, coinvolgendoli nelle pratiche di gestione dell’emergenza, per ripristinare una coscienza collettiva che permetta, invece che subire le decisioni, di appropriarsi di un percorso di autodeterminazione e di autorganizzazione sul territorio. Se dove ha operato una BSA la gente poi si organizza e rielabora opinioni proprie sul terremoto, sulla ricostruzione e anche sull’approccio con le istituzioni locali e nazionali, allora il nostro intervento ha un senso. Se dove abbiamo operato non nasce nulla, abbiamo magari assistito benissimo la popolazione, ma tecnicamente, per quanto ci riguarda, è come aver fallito perché non si è prodotta su quel territorio la possibilità di un percorso che continui».
A quasi cinque mesi dalla prima scossa, quella del 24 agosto, i volontari e le volontarie delle Brigate di Solidarietà Attiva sono ancora nel cratere, senza nessuna intenzione di andarsene nonostante la neve e i nuovi terremoti. La loro presenza è oggi un riferimento per centinaia di persone, molte delle quali sarebbero altrimenti completamente sole.
[la pagina facebook delle Brigate di Solidarietà Attiva]
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Pinocchio in lager

Pinocchio in lager

(a casa della nonna)

Bruna. Non so cosa fare quest’anno, nonna, per la giornata della memoria.

Nonna. Non fanno niente in città?

Bruna. Sì, un sacco di cose, letture, film, spettacoli teatrali, ma solo sugli ebrei, per carità, ma la deportazione politica e i sinti e i rom e i gay? Guarda qui sulla giornata la chiamano tutti la memoria della Shoah.

Nonna. La giornata della Shoah? Sai gli ebrei non si notano, sono pochi, non sono dei diversi come non so gli arabi. Adesso avrebbero perseguitato questi qui.

Andrea. E il libro che ti abbiamo preso in biblioteca sei riuscita a leggerlo nonna?

Nonna. Oh è difficile, ma l’ho finito. E come scrive bene , e descrive i sentimenti questo centenario. Devo mettermi a venire come lui, o quasi.

Andrea. Ma lui è da giovane che scrive, conosce le lingue, è laureato.

Nonna. Anch’io sono andata all’università…. Della terza età. Allora bisognerà che vivo ancora un vent’anni per imparare e scrivere bene. Ma mi sto esercitando.

Andrea. Esercitando? Dove l’hai tirata fuori questa parola?

Nonna. Scrivendo si impara a leggere, pardon, al contrario.

Bruna. E cosa ti ha colpito del libro di Pahor?

Nonna. Un po’ tutto. Ma mi ha ispirato un frase, adesso ve la leggo, ce l’ho qui il libro, che devo rileggerlo: Dunque, fatemela trovare, ma dov’è che ci avevo messo il segno? Ah eccola qui:

“A qualcuno, dotato di una sbrigliata fantasia potrebbe venire in mente il burattino di Collodi… presto o tardi però dovremo trovare un nuovo Collodi che racconti ai bambini la storia del nostro passato. Ma chi sarà in grado di avvicinare il cuore infantile, senza ferirlo con lo spettacolo del male, e mettendolo al tempo stesso al riparo dai pericoli, dalle tentazioni del futuro?”

 

Le disavventure di Pidocchio

Una favola che è stata tragica realtà

 

C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei pochi e piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era il re, ma era fuggito. Non aveva invece potuto scappare un giovane contadino, ma non così giovane da sfuggire alla leva militare.

-Ma quella dovevano farla tutti, almeno un tempo, volontari o meno – diranno i miei lettori piccoli e pochi.

Il suo nome non era Pidocchio, ma Fortunato, purtroppo il suo nome non gli portò fortuna, invece il soprannome glielo affibbiò chi diventò padrone del suo corpo e aveva terrore dei pidocchi e del tifo, che il suo corpo poteva ospitare.

Ma questo è il finale della storia. Ricominciamo dall’inizio. Il nostro Fortunato un giorno sfortunato ricevette una cartolina che gli ordinava di presentarsi al più vicino distretto militare. Non sapendo come fare si rivolse al capo del villaggio, che lavorava per gli invasori che avevano occupato non solo il suo ma tutti i paesi del Nord. Sperava di trovar lavoro presso casa e di essere esonerato dal servizio militare. Ma appena gli parlò, questi si mise a urlare che si doveva servire la patria, che bisognava salvare l’onore perduto, che non c’era posto per gli imboscati, e via sbraitando.

“Urla pure come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno in guerra, e per amore o per forza mi toccherà combattere; e io, a dirtela in confidenza, di combattere non ne ho voglia e di morire ancora meno”.

Ma non fece a tempo Fortunato a finire la frase che fu ammanettato e messo in prigione e il giorno dopo portato al distretto militare.

Fortunato, per fortuna, non era tipo da farsi scoraggiare. Dopo due mesi di ammaestramento era diventato abbastanza capace di capire la vita militare e aveva intuito che il giorno dopo l’avrebbero portato nel paese degli invasori per imparare a combattere i suoi stessi connazionali, quelli che avevano disertato, quelli che si erano ribellati e si erano rifugiati in montagna. Allora disse al suo camerata: “Tu pensala pure come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a sparare contro i miei fratelli, e per amore o per forza mi toccherà combatterli e io, a dirtela in confidenza, di combatterli non ne ho voglia e di uccidere ancora meno. Fuggiamo, viene anche tu”. Ma il camerata era una persona infida e lo tradì, così il giorno dopo non partì con i commilitoni per un altro addestramento ma per il carcere militare.

Qui trovò tanti come lui, che avevano disertato, erano fuggiti, erano renitenti alla leva.

“Siamo in prigione, ma siamo tra di noi, non con i traditori” disse a quello che sembrava il più anziano. “Non illuderti troppo. Siamo qui di passaggio, se non finirà presto la guerra, deporteranno anche noi nel paese invasore,  non come guerrieri ma come prigionieri e ci divideranno secondo i loro bisogni. Tu che mestiere fai? – Il povero- rispose il povero contadino – Di’ che sei un operaio, contadino povero, così potrai magari lavorare in fabbrica, come schiavo ma al chiuso, e non a picco e pala all’aperto nell’inverno dell’Europa”.

Purtroppo la profezia dell’anziano militare disertore si avverò, e pochi giorni dopo furono tutti caricati su un treno. Un treno che non aveva carrozze passeggeri, ma carri bestiame, non posti a sedere, ma solo in piedi per il gran numero di persone che erano ammonticchiate in ogni vagone. Il viaggio fu lungo e penoso, senza acqua da bere e cibo per mangiare, senza un posto per i bisogni e senza niente di cui si aveva bisogno.

Ma l’incubo era appena iniziato. Appena arrivati i nostri soldati, che non volevano la guerra, incontrarono orchi urlanti e furono subito picchiati e denudati e rasati in tutto il corpo e a suon di urla inquadrati, cacciati in una baracca di legno per cavalli e infilati in letti a castello come pezzi di legno in una catasta.

Dopo la rasatura era avvenuta la doccia, prima caldissima poi freddissima e l’ispezione del corpo alla ricerca dei pidocchi. Fortunato, per fortuna, non aveva né lendini né pidocchi e quindi gli fu dato un numero, un saio a righe e un lavoro. Ma il numero bisognava sempre ricordarlo nella lingua straniera, perché il nome doveva scordarselo se no arrivavano botte dai burattini degli orchi. Questi burattini erano stati uomini e anche loro avevano subito l’arresto, il trasporto, la chiusura nelle baracche, la spogliazione di tutto ciò che avevano di umano, ed erano diventati capi degli altri burattini che erano ancora umani.

Per il lavoro da un sole all’altro all’aperto, il freddo, la fame, le urla, le botte, a Fortunato la pelle era diventata di pergamena, la testa un cranio, il petto una gabbia, le gambe pezzi di legno. Un giorno sfortunato gli fu trovato un pidocchio e gli fu appioppato quel soprannome, che però era usato contro tutti gli abitanti di quel campo di lavoro e sofferenza, e prima ancora era stato affibbiato a chi non aveva la stessa religione, la stessa idea, la stessa patria.

Cercarono di disinfestarlo, come l’Europa. Poi fu rimandato a lavorare, ma gli venne la febbre. Inutile fu il ricovero in infermeria, anzi letale fu il ricovero in infermeria. Altri scheletri febbricitanti come lui scambiavano microbi e lamenti finché finivano i loro giorni e le loro pene, venivano portati al forno crematorio e passavano per il camino.

I campi degli orchi erano costruiti per lo sterminio, fin dall’entrata nel loro ventre cavernoso. La morte era il mezzo e il fine. Il barbiere radeva la morte, il magazziniere la vestiva, il capo burattino l’avvicinava, l’infermiere la spogliava, lo scritturale segnava delle croci accanto ai numeri dopo che, per ciascuno di essi, l’alto camino aveva fumato in abbondanza.

Questa favola purtroppo non è una favola, ma è stata la realtà. Ve l’ho raccontata non per ferirvi con lo spettacolo del male, ma per  mettervi al riparo dal pericolo di farvi inoculare il disprezzo per chi è ritenuto di “razza inferiore”, dalle tentazioni di un futuro con orchi che rinascono dalle ceneri e vogliono di nuovo  ridurre in cenere chi è diverso da loro.