Mese: febbraio 2017

LE CAVE IN PROVINCIA DI PAVIA

Mortara, 27 febbraio 2017

                                                    LE CAVE IN PROVINCIA DI PAVIA

Leggo del problema delle cave in provincia di Pavia, sollevato da Lega Ambiente: 952 cave dismesse, 57 in attività, mancato ripristino del territorio.                                                                                                                            

Voglio semplicemente ricordare che il problema nasce dal fatto che l’Amministrazione Provinciale di Pavia ha approvato un piano cave che prevede un’estrazione corrispondente a più del doppio del fabbisogno provinciale.                                                                                                                                                                                                       

Quando ci fu, a suo tempo, portato in Consiglio Provinciale il piano cave, il Gruppo Consiliare del Partito della Rifondazione Comunista, allora presente in Provincia, si espresse in modo contrario, documentando che il prelievo di sabbia e ghiaia andava molto aldilà del fabbisogno e che non c’era alcuna garanzia per il ripristino dei luoghi devastati dalle escavazioni.                                                                                                                                     

Fummo gli unici a votare contro e, naturalmente, non fummo tenuti in alcuna considerazione: le conseguenze si vedono.                                                                                                                                                                             

D’altronde, l’uso dissennato del territorio è stata una costante da parte dell’Amministrazione Provinciale e Regionale, basti pensare al problema dei rifiuti ( anche qui sono stati previsti impianti che trattano quantità di rifiuti molto aldilà della produzione provinciale, per cui si importano da altre province), delle centrali elettriche (il 60% in più del fabbisogno della provincia di Pavia), dei fanghi in agricoltura ( il 50% della produzione dei fanghi della Lombardia e il 25% di quella nazionale viene smaltita nella nostra Provincia).                                              

Senza contare poi le discariche di amianto, anche qui con quantitativi molto superiori alle necessità del nostro territorio e in zone del tutto inadatte (vedi Ferrera Erbognone).                                                                                                           

Purtroppo queste Amministrazioni Pubbliche non hanno svolto e non svolgono alcuna opera di contrasto a tale situazione, anzi hanno favorito e favoriscono i grossi gruppi economici, che non hanno esitato a rovinare il nostro territorio con la logica del massimo profitto e senza neppure un’apprezzabile ricaduta sull’occupazione, usata solo come specchietto per le allodole.                                                                                                                       

Occorre dire basta a tutto ciò.

                                                                        

Teresio Forti 

Ex Capogruppo del Consiglio Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista

                                                                                          

Il Giuseppe e le case popolari

Tratto da: L’INFORMATORE LOMELLINO
GIUSEPPE ABBA’

 La legge 167 del 1962 introdusse i Piani di Edilizia Economica Popolare.

Lo scopo fondamentale era quello di fornire all’ente pubblico, gli strumenti concreti per programmare gli interventi nel settore della casa, e per incidere tramite questi, sull’assetto del territorio urbano, contrastando la speculazione fondiaria e indirizzando lo sviluppo edilizio con i piani di zona da realizzare su aree espropriate, all’edilizia economica e popolare.

Per la prima volta l’esproprio era utilizzabile non solo per i terreni destinati per i terreni pubblici, ma anche per quelli destinati a residenza, e veniva stabilita un’indennità di esproprio inferiore al valore di mercato, fissata al valore che le aree avevano sul mercato due anni prima dell’adozione del piano PEEP.

Questo doveva consentire ai comuni (e agli enti, istituti e cooperative costruttori case popolari, cui potevano essere assegnati i terreni edificabili) di acquisire ad un costo relativamente contenuto aree più centrali e di dotarle di tutti i servizi sociali necessari, che dovevano essere previsti nello stesso piano di zona.
Si prevedeva, infine, di innescare un processo di finanziamento a rotazione: i comuni, ottenendo i terreni a basso prezzo e rivendendoli (una volta urbanizzati) agli assegnatari pubblici e privati, avrebbero potuto ricavare fondi da reinvestire in acquisto di altre aree ed in costruzione di servizi.
Il bisogno di case sono un elemento fondamentale di attenzione per chi non può permettersi economicamente di accedere al libero mercato, elemento di forte solidarietà, di welfare sociale.

A Mortara tuttavia qualcosa non funziona, le case sono abbandonate e non assegnate. Questo non va per nulla bene. Ci pensa Rifondazione di Mortara ad aprire in questa settimana un dibattito e a denunciare il tema con questo video di Giuseppe Abbà.

Infine se posso fare una considerazione finale , vorrei anche dire che mentre il panorama cittadino registra grandi levate di scudi e grandi manovre per quisquiglie Giuseppe non si dimentica mai che la città vive anche di tante solitudini, di tanta gente che fa fatica per sbarcare il lunario e che non possiede nemmeno la possibilità di abitare una casa popolare decente.

Ecco questa capacità di guardare alle cose che non fanno notizia ma che rivestono i bisogni essenziali della vita di tanti è un merito che non è mai stato in discussione.

Forse è per questo che in un intervista di qualche tempo fa, ma neanche tanto vecchia, i mortaresi interpellati hanno risposto in alta percentuale pensando che fosse ancora lui il Sindaco della città, anche se è da lustri che Giuseppe non riveste ruoli istituzionali.

L’Informatore Lomellino in edicola oggi gli regala una pagina in cui il tema e l’attenzione per gli altri si sviluppano con forza. Un motivo in più per acquistare il giornale.

Il fantasma di Lomelville

Il fantasma di Lomelville

(liberamente tratto da Il fantasma di Canterville di O. Wilde)

 

Quando padre Ermenegildo Vacca, per gli amici Pegildo, venne a parlare con il conte Scottati, aveva ben in mente come abbindolare questi campagnoli sempliciotti. A dire la verità il conte aveva due lauree e proprietà a Milano, ma vivere in campagna, dedicarsi completamente all’agricoltura, non frequentare cittadini ma paesani, lo aveva reso più simile ai suoi dipendenti che ai suoi pari.

“Me lo bevo in un bicchier d’acqua” aveva affermato Pegildo. In effetti le trattative per l’affitto, anzi il comodato gratuito del castello, in cambio della manutenzione e piccoli lavori di ristrutturazione, erano procedute velocemente. All’atto della firma però il conte, in un rigurgito di onestà, si decise a confessare quello che lui pensava fosse un grave impedimento alla venuta di Pegildo e dei suoi.

“Padre, prima che io possa apporre la firma sul contratto devo confessarle un problema che forse la farà desistere dal prendere il mio castello”.

“Le solite remore a lasciare la casa amata, i ripensamenti dell’ultimo minuto? Guardi che il castello resta il suo, non ci divorzia, si separa solo per qualche anno e vedrà come lo ritroverà, come ringiovanito, rimodernato e non più cadente e medievale come adesso”

“No – replicò il conte – il problema è che… – ed esitò a dirlo- è infestato da un fantasma”

“E di chi, se non sono indiscreto?” chiese con un sorrisetto il padre.

“Non sappiamo, esattamente. Io stesso mi sono dato a ricerche storiche per capire quale dei miei antenati fosse morto di morte violenta e non ancora seppellito, perché questa è l’unica trafila per essere promosso a fantasma vivente. Dopo lunghi studi, non so se attribuire la triste sorte a Pietro, il primo della famiglia ad abitare il maniero, dove ospitò anche il re di Francia, e che posò per Leonardo stesso come Giuda nell’Ultima Cena”.

“E un tale personaggio sarebbe morto violentemente?”

“Non si conosce la sua fine, ma la sua rappresentazione come l’apostolo traditore e la fine ingloriosa del suo amico e vicino conte Cecco, fanno propendere per una condanna da parte del duca di Milano, suo signore. Oppure potrebbe essere Ludovico, quello di cui ha visto un dipinto nella sala grande, insignito del Toson d’Oro in epoca spagnola ma poi caduto in disgrazia in quegli anni di passaggio delle nostre terre da uno straniero all’altro”.

“E le prove dell’esistenza di questo traditore, doppiogiochista, disgraziato?”

“Prego un po’ di rispetto, per la nobiltà e per i morti. Comunque se salisse sulla torre sentirebbe le botole schiudersi e richiudersi con fragore di ferraglia come se si aprisse la porta dell’inferno”.

“Va bene non andremo nella torre, per non disturbare l’inquilino arrugginito. Ma firmiamo subito il contratto, conte, la prego”.

“E non la inquieta quello che le ho appena detto e questa presenza immateriale?”

“Ma rumorosa. Senta, lei non ci è più abituato, ma io provengo da una città moderna dove abbiamo tutto ciò che il denaro può comprare e con tutta la nostra esuberante gioventù pronta a farne di tutti i colori della vecchia campagna e a portarsi via il meglio. Ritengo che se davvero qui esistesse una cosa del genere, un qualche fantasma, lo porteremmo in un batter d’occhio a Milano, in una vetrina di via Montenapoleone come attrazione. Firmiamo e mi prendo castello, campagna, fantasma, botole, catene, ragnatele e tutto quanto, vorrà dire che festeggeremo qui il prossimo Halloween”.

L’accordo fu siglato e nel giro di una settimana, il conte lasciò l’avita dimora per ritirarsi in una delle sue cascine e Pegildo con i suoi accoliti si trasferì nel maniero. Si deve sapere che al padre erano stati affidati da genitori della Milano bene i rampolli con problemi psicologici, di droga, di sesso, di sbandate a sinistra, vegane, anoressiche, ecologiste o di un qualsiasi altro genere, pensando che la vita di campagna, lontani dalla tentazioni avrebbe loro giovato finché non sarebbero di nuovo stati in grado di rientrare nella buona società, come classe dirigente ligia agli affari e al mantenimento dello status quo.

Il fantasma, spaventato dal numero così grande e vivace di giovani, non si era mosso per diverse settimane dalla torre, tant’è che la sua presenza era stata prima messa in dubbio e poi addirittura dimenticata. Finché un brutto giorno decisero di piazzare nella torre, un’antenna parabolica. L’elettricista del paese, che come gli altri abitanti era ben felice di lavorare gratis per quegli illustri cittadini, era salito sulle vecchie e scricchiolanti scale di legno, aveva aperto le botole e aveva fatto passare fili e congegni attraverso di esse. Addirittura per installare la parabola aveva dovuto segare un soffitto e allargare il passaggio. Il fantasma, scomodato dalla sua secolare privacy, aveva inutilmente cercato di sbattere le botole ma niente: o erano state divelte, o non si chiudevano più, ingorgate da serpenti moderni con l’anima di rame.

Deciso a convivere giocoforza coi nuovi stranieri, ma non a lasciare la dimora degli antenati, il fantasma si era trasferito, armi (poche) e bagagli (ancora meno), nei sotterranei.

Bisogna sapere che questi occupavano tutta l’area sottostante il castello, con belle volte a botte ed erano anche asciutte, seppur fresche, perché il castello, con lungimiranza era stato costruito su un dosso. Sarebbe stato il luogo ideale per la maturazione di salumi e formaggi, ma ormai il fantasma non ci pensava più, essendosi costretto a una rigida dieta e con le ovvie difficoltà a fare shopping. Al contrario i lunghi passaggi verso gli altri castelli della zona, se mai c’erano stati, si erano allagati o interrati, da quando era stata introdotta la coltivazione del riso, prima osteggia dalla famiglia dei conti, ma nell’ultimo secolo ampiamente praticata dagli ultimi discendenti.

Ma la vita, si sa, anche quella precaria di un fantasma, è piena di imprevisti e di rompiscatole.

Padre Ermenegildo, che ormai spadroneggia sul castello, si era preso alcune libertà: dopo avere abbattuto le stalle nella corte contadina, si era messo in testa di trasformare i sotterranei in un ristorante stellato. E un altro brutto giorno aveva portato un gruppo di muratori a lavorare nel sotterraneo per renderlo presentabile, per l’abitabilità non essendoci problemi con le giuste conoscenze.

Il povero fantasma non sapeva più dove rintanarsi, non essendoci più botole e vie di fuga.

“Sarò pure decaduto, ma non posso decadere così in basso. Più sotto di qui c’è la falda acquifera. Devo alzare la testa e risalire”.

Dovete sapere che al centro del quadrato del cortile interno c’era un bel pozzo con un pregevole sostegno del secchio in ferro battuto. Il pozzo era stato sempre usato dalla famiglia nobile, anzi era stato provvidenziale durante l’assedio, non so più se dei lanzichenecchi, dei francesi, degli spagnoli o degli austriaci. Poi era stato chiuso dell’ufficiale sanitario durante un’epidemia di dissenteria.

“Vado a stare nel pozzo. Come monolocale è un po’ stretto, ma io ho poche esigenze, l’importante è non farsela addosso”. E lì sperava finalmente di esser lasciato in pace. Oltretutto si era ricordato dell’antica profezia incisa su una pietra del vecchio camino della sala grande, che recitava:

“Se un pazzo scenderà nel pozzo con un pizzo e farà una puzza, avverrà quello che aspetta da un pezzo”.

La scritta, oltre che quasi illeggibile era anche stata indecifrabile per secoli.

“Allora vada per il pozzo”. Disse tra sé il vecchio fantasma, dandosi una pacca sulle spalle, come solo lui sapeva fare.

Non ci crederete, ma anche lì non fu lasciato in pace. Quei giovinastri si erano inventati di far scendere nel pozzo col fondo chiuso tutti i nuovi arrivati, che loro chiamavano matricole, e far loro declamare da quella scomoda posizione poesie oppure, se per caso erano un maschio e una femmina, costringere lui a una finta dichiarazione d’amore per lei. Lui dentro al circolo di mattoni con il busto fuori, lei con le mani sul secchio, come una contadinella.

Anche lì! Ma questo era troppo e il fantasma si era finalmente convinto a metter in atto una strategia di resilienza (oggi si dice così).  Si era deciso di spaventare a morte – no per carità, non i giovani rampolli, che nonostante tutto dovevano avere ancora una vita, si spera normale, davanti – ma terrorizzare per bene il malcapitato nel pozzo e più ancora i benpensanti che ve l’avevano infilato.

Solo che queste punizioni matricolate avvenivano sempre di giorno e, si sa, i fantasmi possono agire solo dalla mezzanotte al canto del gallo. Oltretutto in paese era rimasto un solo gallo, ma così vecchio, ma così vecchio, che non cantava più. Era perciò facile farsi sorprendere in giro dall’alba e finire scornato e deriso con quel costume quattro o secentesco un po’ fuori moda, almeno secondo i canoni cittadini.

Ma una bella sera, erano arrivati due milanesi freschi freschi, un ragazzo e una ragazza, e il gruppo degli anziani nonnisti avevano pensato di infliggere loro la tortura del pozzo subito quella notte.

Precisamente allo scoccare della mezzanotte avevano preso i due giovani e nonostante le proteste li avevano costretti a far la parte di Giulietta e Romeo, non al balcone ma al pozzo.

Al nostro fantasma non era parso vero e, seppur a malincuore, aveva pensato di spaventare la vittima dello scherzo, tanto prima o poi sicuramente sarebbe passato dalla parte dei torturatori.

Il fantasma aveva iniziato con un lamento cimiteriale, che però era stato scambiato per il verso di una civetta, si era poi messo a muovere, in mancanza delle sue, la catena del secchio, ma tutto era stato scambiato, nel buio, dal tentativo di svincolarsi del giovane. Allora aveva tentato di solleticare con un fiato fetido il viso dei presenti attorno al pozzo. Ma il suo alito era stato scambiato per l’odore dello spargimento del letame nei campi, che i contadini del luogo, si ostinavano ancora a usare, nonostante la chimica. Quasi rassegnato gli parve di capire, nel linguaggio mezzo inglese dei giovinastri che il povero nel pozzo non era giudicato abbastanza romantico ed efficace nella sua dichiarazione d’amore alla bella milanesina. Vide quindi che in un impeto di realismo il giovane estraeva dalla tasca un pizzo, finito chissà come proprio lì, e lo offriva alla ragazza, con queste parole:

“Adorata, accetta questo pizzo in pegno del mio amore,

in attesa del gioiello che ti regalerò

quando avremo lasciato queste tristi dimore

e da Bulgari finalmente con te ritornerò”.

Il fantasma, fu alquanto indispettito, da questi ragazzi con così tanta puzza al naso, e pensò, con i suoi poteri alla quarta dimensione, di passare attraverso l’intestino del ragazzo. Il che gli provocò un certo movimento interiore e l’entrata di un refolo di aria. La conseguenza fu il rilascio di una tremenda puzza fosforescente, che invase il cerchio magico del pozzo e il quadrato storico del cortile interno del castello.

Tutti, finalmente spaventati e nauseati, si rifugiarono all’interno delle stanze, comprese le due matricole e il fantasma vide ricomporsi l’antica profezia, con tutte le sue componenti: il pozzo, il pizzo, la puzza, cose che aspettava da un pezzo e lui era certamente un pazzo, questo era sempre stato fuori di dubbio.

Ora poteva morire veramente, cioè non più girare vagamente. Si lanciò in un ultimo lamento cimiteriale, che i testimoni, se ci fossero stati, avrebbero citato così:

“La morte, sì. Una tomba così bella. Giacere nel soffice fondo del pozzo, col muschio verde che ti  ammanta le ossa. Non avere ieri, non avere domani. Scordare il tempo, perdonare la vita, anche se non i viventi, stare in pace e ascoltare il silenzio.”

E in effetti così fu, i discoli col loro padre dopo pochi giorni lasciarono il maniero non si sa se per l’effetto di quella notte o per la sconfitta nella battaglia legale che il conte aveva intrapreso contro gli inquilini devastanti e devastatori.

E visto che un lieto fine è quello che salva le storie anche le più strampalate, diremo che quei due giovani che dovevano simulare una coppia innamorata, si innamorarono veramente e quando ebbero un figlio lasciarono la città chiassosa e inquinata e presero in affitto, con rispetto, un cascino in quello sperduto paese e si misero a praticare l’agricoltura biologica, raccontando al bambino, ogni volta che passavano davanti al castello, la storia del fantasma pazzo finito nel pozzo.

 

Ogni riferimento a persone o luoghi reali è puramente carnevale

 

Si chiamava Stalingrado: La battaglia che ha sconfitto Hitler

Pubblicato il 21 feb 2017

di Maria R. Calderoni

 

Febbraio 1943. Ricordando Stalingrado. La Stalingrado che a un prezzo sovrumano ha sconfitto il nazismo. Febbraio 1943. Si riprendono in mano i libri e ancora una volta, settant’anni dopo, il cuore fa un balzo. Eppure sí, Stalingrado c’è stata, la Battaglia di Stalingrado c’è stata, l’inenarrabile è avvenuto.

Queste cifre danno il capogiro. Nella Battaglia di Stalingrado, i sovietici perdono 478 mila soldati, i feriti sono 650 mila; e contando i morti dall’altra parte, tra tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi il “conto” è di oltre un milione di vittime.

Apocalisse now, cioè Stalingrado in era Seconda guerra mondiale. Iniziata nell’estate 1942 e finita il 2 febbraio 1943, quella  di Stalingrado è passata alla Storia come la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale. Sei mesi ininterrotti di furibondo ferro e fuoco, tutti combattuti dentro la citta, strada per strada, quartiere per quartiere, casa per cas; e tutti all’ultimo sangue, nel senso letterale del termine.

Hitler voleva Stalingrado a tutti i costi (nel senso letterale del termine): non solo per il suo nome “fatale” – che gran colpo anche “propagandistico” sarebbe stato – ma soprattutto per la sua importanza strategica,  militare ed economica. E ci si è impegnato di persona. Il 5 aprile 1942 Hitler stesso infatti emana quella  Direttiva 41 – nota anche come “Operazione Blu” – con la quale ordina la nuova offensiva; e ci tiene così tanto che arriva a definirne persino i dettagli tattici. Voleva prenderla e massacrarla a tutti i costi, Stalingrado. Proclama, ordina il macello, mettendo in campo su quel fronte oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, più altri 600.000 uomini dell’Asse, (rumeni, italiani, ungheresi).

Stalingrado, nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali  nonché centro industriale importantissimo e via d’accesso ai pozzi petroliferi del Caucaso – vale a dire le risorse energetiche necessarie alla Germania per proseguire la guerra – deve essere conquistata.

Dalla parte dei sovietici, il fronte è altrettanto enorme, in campo 1.800.000 uomini, oltre 3.500 carri armati.

Hitler non prenderà Stalingrado. Anche Stalin con il suo Stato maggiore è in campo, personalmente. <Non più un passo indietro>, è l’ “Ordine del giorno n. 227″, 28 luglio 1942, col quale dá le sue direttive.

L’inenarrabile è in corso. La lunga e gigantesca battaglia, ritenuta dagli storici “la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale”, quella che fu la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista. La battaglia, in sostanza, che decise le sorti dell’intero conflitto.

La battaglia inarrestabile, quella che segnò l’inizio di quella avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo a Berlino, con la conquista del Reichstag e  Hitler suicida nel suo bunker.

Terrificante.[1]

È Winston Churchill, giunto a Mosca appunto in quello stesso 1942, a comunicare a Stalin che non ci sará nessun “secondo fronte” in Europa; l’Urss è sola, Stalingrado è sola. Il primo bombardamento della Lutwaffe avviene il 23 agosto1942 e provoca 40 mila morti. E già qualche giorno dopo, in settembre, ha inizio la fase più sanguinosa della battaglia: la 6ª Armata tedesca , al comando di von Paulus, sferra il primo tremendo attacco frontale; e la guerra è già tutta lì, dentro la città. È da subito una lotta quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, addirittura stanza per stanza.

È da subito, l’inferno Stalingrado. Devastata dai bombardamenti, in preda agli incendi , i porti distrutti, la popolazione evacuata disperatamente sui battelli colpiti dagli aerei tedeschi, le truppe  asserragliate nei palazzi in rovina o nelle fabbriche assalite, i depositi di petrolio in fiamme.

Ma le “fortezze” sovietiche resistono. Le “fortezze” in mezzo alle rovine (spesso composte anche solo da pochi uomini) si difendono fino all’ultimo. Come nel caso della famosa “Casa di Pavlov” (dal nome del sergente – appunto Jvanov Pavlov – che difese il caposaldo per settimane con poche decine di soldati), e che oggi è monumento nazionale.

La fine: il feldmaresciallo Paulus e il suo stato maggiore si arrendono il’ 31 gennaio 1943. Il 2 febbraio la bandiera rossa sventola su una Stalingrado in macerie; sventola sui suoi palazzi sventrati, le sue ciminiere mozzate, le sue strade sconvolte, le sue case bruciate.

Quella Stalingrado. Dove, dicono quei numeri infernali, nel giro di 9 settimane, gli attacchi sono stati oltre 700, una media di 12 al giorno. L’ultimo scontro avviene il 10 gennaio 1943, è in atto la controffensiva sovietica; e lì saranno annientati, insieme alle truppe di von Paulus  anche l’armata ungherese e il Corpo alpino italiano.

Stalingrado.

Pablo Neruda ha dedicato alla città, che oggi come è noto si chiama Volgograd, il “Canto de amor”, una lunga poesia, «…città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure, chiudi, città, il tuo famoso lauro insanguinato, e che la notte tremi con lo splendore cupo dei tuoi occhi dietro un pianeta di spade…»

Stalingrado.

Mai più.

 

 

 

Lettera alle Compagne ed ai compagni di Rifondazione Comunista

Lettera alle Compagne ed ai compagni di Rifondazione Comunista

di Maura Coltorti, segretaria del Circolo PRC-SE di Spoleto

Care compagne e compagni,

sono Maura, la segretaria del circolo di Rifondazione Comunista di Spoleto, la città che quest’anno ospiterà il  X Congresso Nazionale  del nostro Partito.

L’Italia è fatta di piccoli centri bellissimi, borghi unici che caratterizzano il nostro Paese e credo di poter dire senza peccare di presunzione, che Spoleto è uno di questi, uno tra i più belli e famosi con un grande patrimonio storico-artistico con testimonianze delle più diverse epoche storiche  che la videro protagonista.
Herman Hesse scriveva: ”Spoleto è la scoperta più bella che ho fatto in Italia […], c’è una tale ricchezza di bellezze pressoché sconosciute, di monti, di valli, foreste di querce, conventi, cascate!”

Spoleto è la città del Festival dei due Mondi , patrimonio dell’umanità con la Basilica di San Salvatore; è la città del Teatro Lirico Sperimentale, della danza e dell’arte tutta,la città che in cui  artisti di fama internazionale hanno vissuto e creato e che nelle sue vie e piazze  hanno lascito le loro opere da ammirare a dimostrazione dell’amore per questa città.
La crisi mondiale di questi ultimi anni ha colpito Spoleto pesantemente, considerando che tra tutte le città umbre era quella con una situazione occupazionale già drammatica ed in questo quadro, sono arrivati gli eventi sismici  di questi ultimi mesi che hanno colpito l’Italia Centrale  aggravandone ulteriormente la situazione.
Quando mesi fa proponemmo Spoleto, e nello specifico il Complesso di S. Nicolò, come bellissima sede congressuale cittadina, in cui svolgere il Congresso non potevamo certo immaginare che da lì a poco tutte le nostre certezze sarebbero state sconvolte da un terremoto  ripetuto  che ha colpito anche la nostra Città e parte del Chiostro stesso.

Ci siamo  chiesti allora se fosse ancora il caso di mantenere qui il Congresso……. abbiamo deciso di insistere! ritenendo che sì, che fosse giusto, perchè ora più che mai c’era e c’è bisogno di dare un segnale e che noi, compagni e compagne, potevamo dare davvero un piccolo ma importante segno di solidarietà  a un territorio colpito così duramente.

Abbiamo pensato al nostro Congresso come occasione per dare un aiuto tangibile a rialzarsi, perchè Spoleto nonostante qualche danno è in piedi, perchè la nostra volontà, la voglia di solidarietà è più forte della legittima paura del  terremoto.

Il nostro Congresso può e vuole contribuire a dimostrare che la città ed i territori colpiti dal terremoto non devono essere abbandonati.
Siamo presenti nelle zone terremotate assieme alle Brigate di Solidarietà Attiva, saremo in città per dimostrare che si può fare qualcosa, perchè oltre le parole si “possono fare” i fatti .
Sappiamo che ci aspetta un enorme lavoro e certamente sarebbe stato diverso e più facile andare nel classico “centro congressi “delegando tutta l’organizzazione ad altri, ma abbiamo fatto una scelta, politica, che è quella di “costruire” il Congresso privilegiando le realtà e le professionalità locali, utilizzando le strutture ricettive (nessuna delle quali  ha subito danni) nei luoghi più belli del nostro territorio.
Sappiamo che ci aspetta un grande lavoro ma con i compagni del Circolo “E. Martinelli” di Spoleto,con  l’aiuto di tutti i compagni della nostra regione faremo si, che il nostro Congresso oltre ad essere  un momento di discussione politica e di scelte importanti, di rilancio del nostro Partito e delle nostre proposte ed idee, sia anche un momento di solidarietà vera, attiva, che si manifesta anche attraverso la presenza in questi nostri luoghi.

Di questo vi ringrazio anticipatamente, chiedendovi la pazienza e l’attenzione necessaria che serve perché la bellezza dei luoghi in cui saremo chiamati a discutere si trasmetta anche nella qualità del nostro dibattito e delle nostre decisioni.

Grazie compagne e compagni! Vi aspetto a Spoleto.

Maura Coltorti

Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa

Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa

Appello firmato da Susanna CAMUSSO, Francesca CHIAVACCI, Andrea CAMILLERI, Stefano RODOTA, Renato ACCORINTI, Vezio DE LUCIA, Luigi DE MAGISTRIS, Olga NASSIS,, Monica DI SISTO, Anna FALCONE, Paolo FAVILLI, Carlo FRECCERO, Tomaso MONTANARI, Moni OVADIA, Marco REVELLI.

La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi. Il Fmi e la Commissione Europea pretendono nuove misure di austerità per dopo il 2018, peraltro in contraddizione tra di loro, che non sono previste né dai Trattati europei né nella costituzione di nessun paese al mondo, e per questo assolutamente ingiuste, dannose ed inaccettabili. Non solo la Grecia, ma anche altri Paesi, subiscono le conseguenze nefaste delle politiche di austerità, nuove richieste di sacrifici e contro riforme. Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale. L’Europa deve riprendere il processo di integrazione, all’insegna di unità e solidarietà. Ciò significa archiviare la stagione dell’austerità con le sue ricadute negative, oltre che mettere in discussione la cultura del Patto di stabilità e del Fiscal Compact.

L’austerità ha scatenato la frammentazione dell’Europa, ha sfregiato le costituzioni democratiche con l’assurdo Patto di stabilità, ha creato disoccupazione di massa in tanti paesi, impoverimento e marginalizzazione.
L’Europa non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici, i fili spinati, la divisione dei suoi popoli e dei suoi lavoratori, la xenofobia e il razzismo.
L’Europa deve e può uscire dalla crisi unita e solidale cambiando politica e riscrivendo i Trattati ingiusti, creando un grande programma di investimenti pubblici e privati per far ripartire le sue economie e creare posti di lavoro veri per la prosperità di tutti i suoi cittadini. È necessario che l’Europa avvii una politica di contrasto al dumping salariale e sociale e faccia di questo il fondamento del Pilastro europeo dei diritti sociali attualmente in discussione, rilanciando un’idea di welfare inclusivo e di protezione sociale su scala continentale. Si tratta di scelte urgenti soprattutto per restituire speranza e fiducia nel futuro si giovani europei.
Facciamo un appello a tutte le forze democratiche a prendere posizione e a mobilitarsi e al governo italiano di sostenere la Grecia nella riunione dell’Eurogruppo del 20 di febbraio e chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici.

L’Europa, il suo e il nostro futuro, sono nelle nostre mani!
· Susanna Camusso, segretario generale CGIL
· Francesca Chiavacci, presidente ARCI
· Andrea Camileri, scrittore, sceneggiatore e regista
· Stefano Rodotà, giurista, politico ed accademico
· Vezio De Lucia, urbanista
· Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
· Olga Nassis, presidente delle comunità greche in Italia
· Renato Accorinti, sindaco di Messina
· Monica Di Sisto, giornalista, campagna contro il TTIP
· Anna Falcone, avvocato, costituzionalista
· Paolo Favilli, storico
· Carlo Freccero, c.d.a RAI
· Tomaso Montanari, storico dell’arte, vicepresidente di
Libertà e Giustizia
· Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore,
compositore e cantante
· Marco Revelli, storico, sociologo e politologo

Tutto e il contrario di tutto. Il trasformismo del M5S sulle grandi opere

Tutto e il contrario di tutto. Il trasformismo del M5S sulle grandi opere

di Ezio Locatelli*

Un po’ di qui un po’ di là. Il M5S è contro le grandi opere. Ma cosa dite, il M5S è a favore delle grandi opere! Volendo stare ai fatti. Il M5S si dice contrario al Tav in Valsusa, uno spreco di risorse scandaloso e inaccettabile per un’opera inutile. Come potrebbe essere altrimenti? Tutta la popolazione locale è contraria all’opera e poi la lotta Notav è diventata una bandiera di riferimento nazionale. A Roma, al contrario, il M5S si è mostrato disponibile ad assecondare la realizzazione della più grande speculazione urbanistica mai realizzata a livello europeo, un milione di metri cubi di volumetrie a Tor di Valle, poco più poco meno, equivalenti a nove volte la nuova Stazione Tiburtina. Una vera e propria colata di cemento riversata in un’area a forte criticità prospiciente al Tevere, un nuovo sacco di Roma, ma per Luigi di Maio è tutt’altra cosa, con qualche correzione saremmo di fronte a un progetto sostenibile e rispettoso dei valori del Movimento 5 Stelle. Peccato che di tutt’altro parere sia la Soprintendenza dei Beni culturali secondo cui la speculazione urbanistica non s’ha da fare. –

Valsusa e Tor di Valle due opere faraoniche, devastanti a cui corrispondono scelte politiche che fanno a pugni tra di loro, scelte di valore contrapposto. Due esempi, non gli unici, che danno la chiara rappresentazione di un M5S double face, di un modo di fare politica che non muove più da principi valoriali, da linee di demarcazione tra destra e sinistra, tantomeno da campi contrapposti di interessi sociali. Troppo ingombranti queste distinzioni per un partito pigliatutto. Il M5S, un insieme composito e contraddittorio di pulsioni e interessi, orienta il proprio agire in base a ciò che conviene, a dove tira il vento. Un agire sempre più adattabile, liquido direbbe Bauman. L’ambizione e la disponibilità è a essere tutto e il contrario di tutto. Questo modo di fare non rappresenta nessun cambiamento, si chiama semplicemente trasformismo.

*segreteria nazionale Prc-Se

Sindaca Raggi riapri il Rialto, la democrazia non si sgombera!

COMUNICATO STAMPA

Sindaca Raggi riapri il Rialto, la democrazia non si sgombera!

Ieri un solerte gruppo di vigili urbani, inviato dal Comune di Roma, ha posto i sigilli al Rialto. Sede, tra gli altri, del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

Questo spazio a partire almeno dal 2006 è stato attraversato da tantissimi attivisti, che a partire dalla raccolta firme per una legge d’iniziava popolare (oggi al vaglio del Parlamento) portano avanti il percorso per il pieno riconoscimento del diritto all’acqua, continuando ad intrecciare quella rete tra cittadini, Enti Locali, associazioni, organizzazioni sindacali e realtà sociali che non si rassegnano al sacrificio dei beni comuni come unica risposta alla crisi e come conseguenza delle politiche di austerità.

Questa è stata la sede del Comitato promotore dei referendum “2 sì per l’acqua bene comune”, ovvero di quell’ampia coalizione sociale che ha animato un’esperienza di straordinaria partecipazione democratica e che il 12 e 13 giugno del 2011 ha portato a far esprimere 27 milioni di cittadine e cittadini a favore di una gestione pubblica dell’acqua e dei servizi locali.

Questo è il luogo dove si è avviata la costruzione di un laboratorio, vivo e in movimento, che prova a immaginare un modello sociale alternativo basato sul godimento dei beni comuni e del welfare locale, attraverso la riappropriazione sociale e la gestione partecipativa dei servizi pubblici e del patrimonio.
Appare evidente che questi sono valori sociali e democratici che andrebbero non solo tutelati, ma incentivati da chi ha l’onere di gestire la cosa pubblica. Si tratta un laboratorio di democrazia, ed è questo che l’amministrazione Raggi ha sgomberato.

Per comprendere a pieno la torsione antidemocratica che sta subendo la città di Roma è utile ricapitolare quanto avvenuto: una settimana fa, il 9 febbraio, all’unanimità l’Assemblea Capitolina approva una mozione per bloccare gli sgomberi, quindi è evidente che non voleva questo sgombero, tanto meno la maggioranza; stando alle dichiarazioni di alcuni assessori, anche la Giunta non voleva questo sgombero infatti oggi si appresta ad approvare una moratoria sugli sgomberi.

Ma lo sgombero c’è stato, e nessuno ha fatto nulla per fermarlo.

Delle due l’una: o dietro alle dichiarazioni c’è il nulla, o in questa città – che è la Capitale del Paese – non esiste più la democrazia.

Quello che si rende evidente è che ancora una volta questa Giunta e questa maggioranza 5 Stelle hanno dimostrato la loro totale complicità con azioni e iniziative che puntano alla mercificazione dei beni comuni e alla messa a valore del patrimonio pubblico e della città intera.

Lo sgombero del Rialto, purtroppo, non appare isolato, ma si inserisce in una serie di analoghi provvedimenti che stanno colpendo altri spazi sociali a Roma. Se è ormai sempre più chiaro che “si scrive acqua, si legge democrazia”, bisogna adesso affermare che la democrazia non si sgombera!

Chiediamo a tutte e tutti di scegliere da che parte stare.

Chiediamo alla maggioranza, alla Giunta e a tutti i rappresentanti del M5S (sia nazionali che locali), per una volta, di non restare a guardare nascondendosi dietro alle decisioni di altri, ma di mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché le realtà sgomberate dal Rialto possano riprendere al più presto possesso dello stabile.

Dopo l’immobilismo su ACEA e lo sgombero del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, la stella dell’acqua pubblica appare sempre più come un’estranea nel logo del Movimento 5 Stelle.

In mancanza del coraggio di fare qualcosa per invertire la rotta, forse servirebbe almeno la dignità di toglierla.

Roma, 17 Febbraio 2017.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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