Giorno: 9 aprile 2018

Dal 6 in condotta al licenziamento

Fonte:

https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/dal-6-in-condotta-al-licenziamento

di CARMINE TOMEO

Attraverso la scuola si riproduce ed anticipa il modo di sfruttamento al quale, secondo le classi dominanti, dovranno sottostare gli studenti di oggi, lavoratori di domani.

La Buona scuola prevede la buona educazione. Così come il buon lavoro – inteso in senso aziendalista – prevede un rapporto fiduciario. Che a quanto pare deve andare oltre l’attività scolastica, nel primo caso, ed oltre l’attività lavorativa, nel secondo.
Così succede che a Carpi uno studente in alternanza scuola-lavoro venga punito con un 6 in condotta per aver criticato la sua esperienza in azienda. Lo studente si è permesso di contestare con un post su Facebook la ripetitività della mansione e la gratuità del lavoro che svolgeva. Apriti cielo! La scuola interviene punendo lo studente con un 6 in condotta, attribuito, non si sa con quale legittimità, dal consiglio di classe al di fuori dello scrutinio. Lo studente si sarebbe macchiato, insomma, di lesa maestà nei confronti dell’azienda. Non si può parlare di alternanza scuola lavoro come condizione di sfruttamento, lavoro gratuito, mansioni che non contribuiscono alla formazione dello studente. Perché – è la spiegazione che ha dato il preside dell’Itis di Carpi, Paolo Pergreffi – le aziende, specie all’inizio, “tra le prime caratteristiche che chiedono c’è la buona educazione, al di là delle competenze tecniche”.
La buona educazione. Che si traduce in riverenza nei confronti dell’impresa, dove il lavoro si deve svolgere senza conflitto, senza contrapposizioni, senza rimostranze, come vuole la retorica dell’unità dei produttori, della collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro in nome di produttività, redditività e competitività d’impresa rispetto alle quali tutto deve essere subordinato, o ci rimetteremo tutti. Rispetto a quegli indicatori d’impresa elevati a valori universali, praticamente tutto è secondario, anche il tempo di studio, anche il tempo di vita ed anche a rischio della vita stessa, come capitò ad uno studente in alternanza scuola lavoro rimasto schiacciato da un muletto.
D’altronde, l’alternanza scuola lavoro nasce – come recita il decreto legislativo 77/2005 che lo disciplina – per “l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro” così da “correlare l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio”. Solo che il mercato del lavoro, nel suo sviluppo culturale, sociale ed economico, si basa sempre più sulla “prevenzione dei conflitti”, che non a caso è uno dei punti cardine del recente accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil per un nuovo modello contrattuale, dove si esalta il ruolo dei percorsi di partecipazione quale strumento della competitività delle imprese, che tra l’altro “si fondi sempre più sul patrimonio di competenze delle lavoratrici e dei lavoratori” da perseguire anche “prendendo le mosse dall’alternanza” scuola lavoro.
In questo ambito non c’è spazio per la contestazione. La partecipazione è considerata strumento di crescita della competitività d’impresa, mica di garanzia dei diritti (termine mai usato nell’intesa). E la competitività non accetta interferenze, mentre necessita di esigibilità degli accordi, certa e generalizzata, quindi validi anche per chi quegli accordi non li sottoscrive (come scritto a chiare lettere nell’intesa). In questo modo, i meriti di un lavoratore sono dati non solo dalle proprie competenze, ma anche dalla sua subordinazione, dalla sua fedeltà all’impresa, dal rapporto fiduciario che attraverso la subordinazione riesce a stabilire con il datore di lavoro o con il suo superiore, con l’affiliazione all’impresa.
Così si traduce, nei fatti, la “buona educazione al di là delle competenze tecniche” che pretende il preside dell’Itis di Carpi dallo studente in alternanza scuola-lavoro. Ma di quel tipo è pure, ad esempio, il vincolo di fiducia che Fca ha considerato interrotto con i cinque operai di Pomigliano, per aver inscenato il suicidio di Marchionne come forma di protesta per le situazioni che portarono al suicidio di Maria Baratto e di Giuseppe De Crescenzo, operai cassintegrati della Fca di Nola: quel gesto, quel modo di esprimere la propria opposizione ad un modello aziendale, aveva arrecato – secondo la società – “gravissimo nocumento morale all’azienda e al suo vertice societario”.
Lo stesso modello di apparato repressivo che ha subito Marica Ricutti, separata e madre di due bambini, di cui uno con gravi disabilità, licenziata da Ikea. Anche lei – secondo il giudice che ha rigettato il ricorso contro il licenziamento – avrebbe avuto comportamenti “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore”. Cosa ha combinato di così grave quella lavoratrice? È venuta meno alle decisioni aziendali, che elaborate con un algoritmo, imponevano turni e ritmi di lavoro inconciliabili con la vita di Marica, che così si sarebbe permessa (nientemeno!) di anteporre le esigenze di vita a quelle d’impresa. Il rapporto di fiducia con l’azienda si è rotto nel momento in cui gli obiettivi d’impresa non erano più prioritari rispetto alle necessità di vita. Quale inconcepibile lesa maestà, quando sull’altare sono posti gli obiettivi aziendali che si traducono in indicatori di produttività, redditività e competitività.
È evidente, allora, che una distinzione netta tra scuola e lavoro non c’è, perché sempre più i due ambiti si confondono e si integrano. La scuola non è un mezzo di emancipazione di classe, ma sempre più chiaramente uno strumento per l’egemonia delle classi dominanti, che attraverso di esso, parte di quel “complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante” direbbe Gramsci, disciplina futuri lavoratori al lavoro precario, sottopagato o gratuito, privo di diritti, straordinario mezzo per l’estrazione di plusvalore. Attraverso la scuola si riproduce ed anticipa il modo di sfruttamento al quale – secondo le classi dominanti – dovranno sottostare gli studenti di oggi, lavoratori di domani.
Se Nicos Poulantzas avesse potuto commentare queste vicende, avrebbe confermato la sua considerazione della scuola quale parte di quegli apparati statali che “materializzano e concentrano rapporti di classe, rapporti appunto ricoperti dal concetto di potere”, che “non creano la divisione in classi, ma vi contribuiscono in tal modo alla sua riproduzione allargata”, intesa come “riproduzione dei rapporti politici e ideologici della determinazione di classe”. E dal momento che gli apparati statali non sono determinati autonomamente, ma nel quadro dei rapporti di produzione, il riconoscimento di questo rapporto dialettico tra formazione e lavoro, tra sviluppo delle competenze e struttura produttiva, tra scuola e lavoro, dovrebbe essere un nodo fondamentale per chiunque voglia, a un tempo, restituire alla scuola un ruolo di strumento di emancipazione sociale e porre un freno allo sfruttamento del lavoro.