Mastronardi. La Vigevano degli anni 60.

 

 

Lucio Mastronardi

Dagli incontri organizzati dal Punto Rosso di Vigevano su Mastronardi e dalle ricerche dello storico Marco Savini, pubblichiamo due articoli poco conosciuti di Lucio Mastronardi.

 Il primo è un articolo sulle morti da benzolo a Vigevano, comparso sul settimanale «Vie Nuove», il 21 giugno 1962, alle pp. 12-13-14. Nella seconda parte, l’articolo si riferisce alla situazione contingente, ma nella prima ci documenta la famigliarità di Mastronardi con il mondo dei ciabattini; famigliarità che, oltre ad essere fonte di ispirazione, gli ha permesso quella conoscenza dell’ambiente, dell’etica del lavoro, e anche quella padronanza del lessico di mestiere che caratterizzano “Il calzolaio di Vigevano”.

 

Il secondo brano è comparso su «Paese Sera» il 28 ottobre 1962. Pur nella forma di articolo che si vuol riferire alle reazioni di Vigevano alla improvvisa notorietà di  Mastronardi, il pezzo presenta la costruzione e la forza parodica dei suoi racconti migliori.

 Il benzolo uccide i calzolai di Vigevano

È MORTO ANCHE IL MIO AMICO PAOLO

 Vigevano, giugno

Una delle vittime della vigevanese morte bianca è un calzolaio d’una sessant’anni, Paolo Sala. Siamo stati vicini di casa per una ventina d’anni. Abitava il piano sopra il mio. Alla mattina alle cinque, cominciava a battere sul treppiede, insieme al fratello. I fratelli Sala avevano sposato due sorelle giuntatrici: Le donne si levavano anche prima di loro, ma si mettevano a lavorare qualche ora dopo. Ogni tre o quattro ore, uno dei due Sala, a turno, scendeva in corte con una cesta di para; la piazzava sul manubrio della bicicletta, e andava al finissaggio a farle rifinire. Ritornava qualche decina di minuti dopo, a riprendere il lavoro.

Un’altra pausa, i Sala la facevano alla sera, in attesa della cena. Si sedevano su di un basello della corte, guardavano i propri bambini giocare, e intanto si parlava di pelle e affari, come se per tutto il giorno non si fossero visti. Riprendevano a lavorare alle otto, ai sibili del segnale orario. Il concerto fra martelli e macchine da giuntare smetteva verso mezzanotte. Lavoravano in una stanza piuttosto piccola; ma che cosa c’era dentro, di roba! Si camminava in un tappeto di ritagli di pelle e cuoio e gomma. Al tavolaccio, la donna di Paolo, tagliava. Alla macchina, la donna del fratello, giuntava. Loro stavano al banchetto, con lo scossale, il treppiede fra le ginocchia, la bocca piena di chiodi, che sputavano sulla suola. Le pareti erano coperte da scaffali di pelle e scarpe, e barattoli e tolle di colla e tenacio. Sulla finestra tenevano una gabbia con due merli.

Dopo la guerra i Sala si costruirono una casa, col giardino davanti, e la fabbrica dietro. Ora ci lavoravano anche i figli, e qualche operaio.

Si poteva vederli alla domenica mattina, sul mezzogiorno, in Piazza. Davanti, il gruppo dei figli; dietro le due sorelle mogli, come direbbe Vittorini; e poi loro; eleganti e impacciati. Paolo Sala ci aveva l’aria mite. L’ho visto con la faccia nervosa un paio di volte. Una volta alla stazione, mentre un impiegato stava verificando i piombini d’un pacco. Un’altra volta alla Posta, mentre con un occhio all’orologio, l’altro sulla carta stava compilando un modulo. – Ci ho una pressia che finisce più – disse. Aveva fretta di tornare al banchetto (a cui era restato fedele nonostante i macchinari); al treppiede; al tenacio, che, subdolamente l’ha ucciso.

Le facce dei vigevanesi in questi giorni sembrano più mafiose di quelle viste in «Salvatore Giuliano». Chi va in qualche cortile viene guardato con sospetto. Qualunque domanda gli si faccia, rispondono abbottonati. I giornali con i titoloni in prima pagina, e pagine di articoli, li fanno soffrire. Alla pubblicità ci tengono, e parecchio. E’ dal tempo di Pio XI che brigano perché la Sua Santità di turno, li riceva in privato. Ma questa pubblicità proprio non ci voleva. Gli Ispettori del lavoro sbucano da tutti i cantoni; camminano lenti. All’improvviso piombano nei cortili, facendo prendere cardiopalmi ai padroncini del quartiere.

Vigevano ci aveva il maggior numero di malati di leucemia. Sono state queste continue morti a insospettire. Si è scoperto che quei malati erano familiari di gente che a casa lavoravano con tenacio e solventi. Le fabbrichette di questi prodotti si sono moltiplicate. Ma di chimici che ci lavorino non ce n’è. Solo in una ditta chimica c’è un perito chimico. Che però, fa l’impiegato. Per dare un’idea della mentalità commerciale di Vigevano, ecco un esempio. Un mio amico, con quattro soldi, e cambiali a milioni, ha piantato una fabbrica di suole di gomma. Ha esposto alla Mostra. Ogni suola costava 140 lire.

Un pomeriggio sente alla radio le quotazioni. Sente che la gomma è salita non so più di quanti punti. Il mio amico si precipita alla Mostra e cambia il prezzo alle suole. Lire 190.

Gli unici che ora parlano ex cattedra, sono i grandi industriali. Sono seccati loro, dalla concorrenza di questi castori, che sfuggono a ogni controllo, e dall’alto delle loro ciminiere, pontificano, con voce e facce da triste circostanza.

Tacere quando si è interrogati, è piuttosto difficile. I vigevanesi stanno zitti finché possono, poi parlano, si contraddicono, e gettano squarci di luce su questa nebbiosa città.

Il sindaco è socialista. È arrivato a Vigevano una decina di anni fa, dall’Emilia, come impiegato di partito. Ha fatto, prima dell’alta carica, il consigliere comunale. Era l’unico che si preparava alle sedute; che recitasse discorsi come fossero lezioni. Due anni fa, nonostante che le elezioni le avessero vinte i comunisti, e il partito socialista avesse perso qualche seggio, l’hanno fatto sindaco. È notevole che una città antiburocratica come Vigevano, ci abbia un burocrate per capo. Un giornalista gli ha domandato se c’è a Vigevano qualche industriale con vedute larghe. Il sindaco ha fatto il nome d’un industriale che conosciamo tutti. Questo industriale, una volta, è entrato nei cessi delle operaie. Ha legato a un bastone i pannolini, e girava per la fabbrica, con quel vessillo. Ha scoperto che le giuntatrici tagliando il cordino che lega il paio di tomaie ci impiegano più tempo che a strapparlo. Le ha costrette a romperlo con le mani. In quella fabbrica seguitano ad assumere gente; ché la lavorazione che c’è, è a un ritmo tale, che sfibra. Nonostante la buona paga, e i conforti igienici, gli operai non ci resistono che pochi mesi.

Non metto in dubbio che sia l’industriale più aperto di Vigevano; però, signor sindaco, mi permetta, che, come industriali, Vigevano non è arrangiata molto bene.

Lucio Mastronardi

   Avevo Vigevano ai miei piedi

 

Tutto mi andava bene: persino i preti di Vigevano mi hanno trattato con riguardo. Il nostro clero è severissimo. Una volta bandirono un concorso per organista in duomo. Ci partecipò anche Perosi. Bocciato. L’Araldo, il loro giornaletto settimanale pubblica sempre una lettera aperta a qualche potente della terra: illustre signor Krusciov; illustre signor Kennedy; caro generale Franco… o a personaggi meno importanti, come attori o attrici che hanno sulla coscienza divorzi e figli: signora Ingrid; signora Liz; signora Brigitte… Da leggersi con attenzione, sta scritto sopra i nomi del destinatario di turno.

Non avrei mai pensato che sulla prima pagina, fra una lettera di consigli-ordini, a De Gaulle, e una suonata al cardinale Larraona, ci figurassi anch’io in mezzo. Non contenti, nell’articolo dedicatomi, hanno fatto un confronto fra i Mombelli e i Malavoglia. Sì, d’accordo, ma Giovanni Verga è una altra cosa. Tante grazie. La seconda terza quarta pagina del nostro osservatore, è un condensato di terribili cronache dell’oltre cortina. Figli comunisti che sventrano madri cattoliche. Donne comuniste che recidono orecchie e altri organi anche più importanti, ai loro uomini, poveri cristiani. Fra le cronache di Budapest, Varsavia, Mosca, Pechino e loro dintorni, ci figurava anche Vigevano con me. La mia figura balzava d’uno splendore accecante, fra tutto quel nero.

L’altro giornale, L’Informatore, anche lui m’ha dedicato un articolo di prima pagina, con fotografia: mentre bacio mia madre, ho commosso Vigevano fino alle lacrime.

Tutte le porte mi sono state aperte; persino quelle dello Sport Club, il ritrovo degli industriali (pare si offendano essere chiamati industrialotti). Un padrone m’ha festeggiato con un indimenticabile parlato a metafora.

E che dire del Cine Club Vigevano? Il presidente, un industriale-regista, ha conversato con me di letteratura. Di Giovanni Mosca, suo scrittore preferito. Mi ha confidato le sue delusioni e soddisfazioni. Il suo film «Il moscone» tratto da un racconto di Mosca, c’era da aspettarselo, non ha vinto il Festival di Montecatini. Però lui ha avuto la soddisfazione di avere insegnato ai registi di professione, la tecnica e l’uso dello zum. Vigevano è fatta di gente che ha niente da imparare e tutto da insegnare. I pochi, fra i quali con tutta umiltà mi ci metto anch’io, che hanno niente da insegnare e tutto da imparare, li hanno confinati nelle scuole a fare gli insegnanti di mestiere.

E com’ero salutato. A Vigevano il saluto ha un rito particolare. La gente cammina a testa bassa, e riconosce il suo prossimo il suo prossimo dalle scarpe. Mica dicono: buongiorno, buonasera, e altre formule convenzionali, macché. Alzano lo sguardo e salutano: «Vitello!»; «Mezzo vitello!»; «Spalla!»; «Scamosciato!». Il saluto è accompagnato da un sorriso aderente al valore delle scarpe. Se uno porta le scarpe scamosciate, o di culatta (che dalla smorfia che fanno, deve essere davvero una pelle volgare) si sente guardato in modo strano: un occhio ti fissa disgustato; l’altro comprensivo. Da Roma ho portato un paio di scarpe di struzzo. Così, prima mi fissavano le scarpe con stupore, poi la faccia con interrogativa meraviglia. «Struzzo!? – salutavano – Struzzo?». Avevo Vigevano ai miei piedi.

Ho conquistato persino le famiglie piccolo-borghesi dei miei scolari. Se prima mi azzardavo a dargli qualche sei, o anche qualche sette, al lavoro dei loro figli, mi piombavano là, a chiedere spiegazioni. E mi guardavano come Ghiani guarda Fenaroli. «Mi spieghi perché gli ha dato questo voto!»; «Nella famiglia mia e di mia moglie non è mai successo!»; «Attraverso il figlio vuol colpire noi!»; «Stia attento a quello che fa!». Poi, per mitigare l’impressione, tiravano fuori qualche pacchetto di esportazioni, e dicevano ai figli: «Facciamolo fumare!».

Fumo passato. Adesso i miei sette, i sei, persino i cinque, sono meritatissimi. Mi guardano come i malati guardano il medico curante. «A Natale il resto!».

Un industriale stava prospettandomi  una ricca offerta di lavoro. Mi voleva affidare la direzione del suo ufficio di pubblicità. Lo stavo ascoltando felice. S’intromise un mio amico, e prese a parlarmi di Cante da Gubbio, giudice di Firenze, che ha condannato Dante per baratteria. «Se Dante entrava nel territorio di Firenze, l’avrebbero arrestato e imprigionato!».

Cominciava a mancarmi il fiato.

«Dante, quello dell’Olio Dante?» domandò l’industriale.

«Dante, quello della Via Dante!» spiegò il mio amico.

Mi hanno ammazzato.

Lucio Mastronardi

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