Memoria. I deportati della Lomellina.

Anna Botto
Anna Botto

Anche vigevanesi e lomellini sono stati deportati. Le loro caratteristiche riflettono quelle della deportazione italiana: quella politica, che presenta al suo interno vari soggetti (dai vecchi antifascisti ai partigiani combattenti, dai soldati rastrellati sui vari fronti ai renitenti, dai collaboratori del movimento partigiano sino agli esponenti dell’antifascismo esistenziale) e quella razziale, composta da ebrei italiani e stranieri. Scorrendo tra i nomi dei deportati nati, residenti o arrestati in Lomellina, raccolti nel “Dizionario biografico della deportazione pavese” (Unicopli, 2005) risultano coinvolti i seguenti Comuni: Breme, Castel d’Agogna, Ceretto, Cilavegna, Confienza, Frascarolo, Galliavola, Gambarana, Gambolò, Garlasco, Gropello, Langosco, Lomello, Mede, Mortara, Pieve del Cairo, Robbio, Sannazzaro, Sartirana, Scaldasole, Semiana, Tromello, Valeggio, Vigevano, Zinasco. Bisogna inoltre ricordare gli ebrei stranieri internati nei comuni di S. Giorgio, Sannazzaro e di Gravellona (da qui 4 ebrei finirono la loro vita ad Auschwitz).

Come campione di questo folto gruppo, può essere interessante approfondire alcune biografie esemplari, come quella di Ermes Testori, giovane vigevanese, probabilmente sbandato dopo l’8 settembre, che finisce i suoi giorni al campo Zwichau dopo essere stato impiegato come lavoratore forzato in una fabbrica tedesca; o come quella di Giuseppe Loew, milanese sfollato a Lomello, catturato in seguito alla sua attività partigiana e, scoperta la sua origine ebrea, inviato ad Auschwitz; o quella della maestra delle scuole Vidari (allora “Diaz”) Anna Botto, spiata dagli agenti del locale Ufficio Politico investigativo (la polizia fascista) che ci hanno lasciato il commosso epitaffio da lei scritto per la morte di Giovanni Leoni; oppure quella di Ermanno Bartellini, vecchio socialista, ex-deputato, originario di Ferrera, che imprigionato in un sottocampo di Dachau, riesce ad evadere, riuscendo a sopravvivere con tre compagni in un ambiente fisicamente e umanamente ostile per ben sette giorni prima di essere ripreso.

O della famiglia Sacerdote, originaria di Mede: di queste undici persone solo tre, alla fine, si sono salvate. Oppure, infine, la tragica vicenda dell’ebreo tedesco Max Simon, internato nel campo italiano di Ferramonti in provincia di Cosenza, ma in visita alla mamma confinata a Gravellona l’8 settembre ‘41, e quindi bloccato al Nord e poi arrestato e deportato.

Queste vicende sono state ricostruite in base a una molteplicità di documenti, ma soprattutto grazie alle carte raccolte dal Centro Ricerche della Croce Rossa che ha l’archivio più importante del mondo sulla deportazione presso la cittadina tedesca di Arolsen (50 milioni di documenti, su 17 milioni di deportati in 7 mila luoghi di detenzione, per un totale di 25 km )

L’Archivio con la sua massa di informazioni, è stato prezioso per la ricostruzione dell’identità biografica dei deportati. Dalle schede fornite si sono potuti, infatti, ricavare:

  • i dati del deportato così come sono stati registrati dagli uffici del campo, con indicazione della data di nascita e di residenza, la professione;
  • il luogo e l’ufficio di polizia da cui veniva inviato il deportato: per i pavesi provenienti dal Nord Italia soprattutto la SIPO (Sicherheitspolizei) di Verona;
  • la data d’inizio del viaggio e di arrivo nel campo, con il numero di matricola e la categoria di appartenenza (triangolo rosso, nero, altro);
  • le date degli spostamenti in altri campi con eventuali nuove immatricolazioni;
  • l’ora e la causa di morte;
  • il luogo e la data della eventuale sepoltura in cimiteri tedeschi;
  • la data della liberazione, con a volte sommarie notizie su evacuazioni del campo e marce di eliminazione.

Tutto in base a fonti naziste, cioè in base alla documentazione prodotta negli uffici dei lager, mettendo a tacere ogni tentativo negazionista.

 

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