Archivio for agosto, 2017

NO ALL’ECO TRASS A MORTARA

NO ALL’ECO TRASS A MORTARA

NO ALL’ECO TRASS A MORTARA

Come nelle migliori tradizioni italiche, le peggiori decisioni vengono sempre prese nel mese di Agosto.

Nei giorni scorsi, la Conferenza dei Servizi dell’Area Vasta (ex provincia di Pavia) ha autorizzato l’Ecotrass ad installare un suo impianto di produzione di fanghi nel territorio del Comune di Mortara, nell’area Cipal.

Contro questa scelta, ci siamo sempre battuti come Rifondazione Comunista Mortara, a fianco dei vari comitati e dei cittadini del territorio.

Abbiamo da sempre considerato la scelta di favorire produzione e spargimento di questi fanghi come un vero e proprio attentato alla salute dei cittadini di tutta la Lomellina, e un lucroso affare per i soliti noti.

Infatti, con l’aumento dei fanghi sparsi nel territorio, avremo ancor più pesanti ricadute negative sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni.

In questi anni, abbiamo assistito ad un vergognoso scaricabarile tra i vari livelli Istituzionali (Comune, Provincia e Regione).

Tutti a parole erano contro l’Ecotrass, ma nei fatti nessuno ha messo in atto atti concreti per impedire questo scempio.

A partire dal sindaco di Mortara, che confermando la scelta delle precedenti amministrazioni di uscire dalla gestione CIPAL (per motivi di poltrone) si è in questo modo precluso qualsiasi possibilità di opporsi alla Ecotrass.

Sindaco che si è sempre rifiutato di introdurre nel Piano di Governo del Territorio una norma che preveda espressamente che “sul territorio comunale non siano possibili insediamenti di trattamento fanghi o rifiuti”

Non ha emesso nessuna ordinanza che imponga distanze adeguate (500 metri) dalle abitazioni, nonchè un limite ai quantitativi.

Da tutto questo deduciamo che l’opposizione del Sindaco era una pura finzione per ingannare la popolazione in vista delle elezioni.

Dalla Provincia di Pavia che, non avendo, volutamente, nessuna politica di programmazione del territorio di fatto favorisce le scelte della regione Lombardia. Erano sufficienti linee guida che ponessero dei limiti quantitativi allo spargimento e alla produzione dei fanghi per impedire l’istallazione dell’ECOTRASS.

Alla stessa regione Lombardia, che nonostante suoi rappresentanti politici locali si siano vantati pubblicamente di opporsi risolutamente, nei fatti sono stati scavalcati dalla giunta Regionale.

Come Partito della Rifondazione Comunista rimaniamo convinti oppositori di queste politiche scellerate contro le quali continueremo a batterci.

31 agosto 2017 Mortara

Teresio Forti

Gianni De Poli

Giuseppe Abbà

G20 di Amburgo: una delegazione del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico incontra Emiliano Puleo

G20 di Amburgo: una delegazione del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico incontra Emiliano Puleo

G20 di Amburgo: una delegazione del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico incontra Emiliano Puleo
Pubblicato il 29 ago 2017

Partinico 29 agosto 2017 –

Pochi giorni fa una delegazione del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico si è recata ad Amburgo per far visita al compagno Emiliano Puleo, detenuto ormai da circa due mesi nel carcere di Billwerder della città tedesca.

L’incontro con Emiliano si è svolto in un clima di forte emozione. Nonostante la prigionia si trova però in buone condizioni anche se la lunga detenzione comincia ormai a farsi sentire. Le lunghe giornate di noia sono alleviate dalle numerosissime lettere che gli arrivano dai compagni siciliani e da ogni parte d’Europa. Il calore e la solidarietà che arrivano all’interno del carcere stanno aiutando ad affrontare la detenzione con maggiore forza e dignità nella consapevolezza di essere dalla parte del giusto. Le assurde restrizioni che la direzione del carcere aveva, inizialmente, imposto sono state allentate e, di conseguenza, i detenuti possono ricevere i libri che, data la situazione in cui si trovano, rappresentano un importante momento di “evasione”.

In Germania l’opinione pubblica tedesca sta cominciando lentamente a prendere consapevolezza di cosa è realmente accaduto nei giorni del G-20 e di come la polizia ha condotto la gestione dell’ordine pubblico. Alcuni filmati, forniti per altro dalla stessa polizia, smentiscono molte delle ricostruzioni che coinvolgono i manifestanti arrestati in quei giorni.

La delegazione ha inoltre incontrato il deputato della “Die Linke” Martin Dolzer , portavoce Giustizia del gruppo della sinistra tedesca nel Parlamento di Amburgo. Il parlamentare ha spiegato che, proprio a ridosso del vertice, sono state inasprite le norme che regolano le manifestazioni di piazza; ha sottolineato come il capo della polizia tedesca si sia contraddistinto per la sua linea dura e poco rispettosa dei diritti umani. Ha inoltre rilevato un atteggiamento di accanimento, soprattutto nei confronti degli “stranieri”, da parte dei giudici tedeschi; questa linea dura proprio ieri ha fatto la prima vittima. Il processo nei confronti di un manifestante olandese si è concluso infatti con la condanna, senza il beneficio della condizionale, a due anni e sette mesi di detenzione, pena perfino più elevata di quella richiesta dal pubblico ministero stesso che era di un anno e nove mesi. Cogliamo l’occasione per esprimere la nostra solidarietà e vicinanza al compagno olandese, vittima designata di una giustizia che, in questa occasione, si sta dimostrando estremamente iniqua. Se queste pesanti condanne saranno applicate anche nei prossimi processi, conclude Martin Dolzer, ciò si configurerebbe come un attacco inaccettabile e preoccupante sui diritti fondamentali.

Nei prossimi giorni la difesa di Emiliano sarà affiancata da un secondo difensore per garantire al nostro compagno la massima tutela nella fase processuale. Nel frattempo continuiamo con le manifestazioni di solidarietà e sostegno morale a Emiliano; dopo l’iniziativa svolta domenica scorsa a Partinico, giorno tre settembre in Piazza Verdi a Palermo si terrà un presidio contemporaneamente a un sit-in che si svolgerà davanti al carcere di Billwerder di Amburgo.

–Ufficio stampa PRC Partinico–

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Il programma della festa nazionale di Rifondazione: C’è bisogno di Rivoluzione!

Il programma della festa nazionale di Rifondazione: C’è bisogno di Rivoluzione!

Il programma della festa nazionale di Rifondazione: C’è bisogno di Rivoluzione!
Pubblicato il 25 ago 2017
Il programma completo della Festa nazionale di Rifondazione Comunista, dal 6 al 10 settembre a Firenze:
Mercoledì 6 settembre
Ore 18.30
Apertura della festa in ricordo di Lorenzo Bargellini, a cura del Movimenti di Lotta per la Casa di Firenze. Assemblea ed interventi.
Ore 22.00
Concerto degli Ivanoska (Ska/Pung/Reggae)
Giovedì 7 settembre
Ore 19.00
Di centenario in centenario. L’Ottobre ed il Biennio Rosso
Paolo Favilli, Storico
Roberto Bianchi, professore Università di Firenze
Introduce e coordina Daniele Lorini, PRC Firenze
Ore 22.00
Concerto de LaRoboterie (techno queer project)
Venerdì 8 settembre
ore 16.00
DECRETO MINNITI, DALLA REPRESSIONE DEL DISSENSO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ. QUALI RISPOSTE POLITICHE
Introduce e coordina: Andrea Ferroni, Coordinatore Nazionale Giovani Comunisti/e
Intervengono: Italo Di Sabato, Coordinatore Osservatorio Nazionale Repressione; Fina Fontana, mamma di Emiliano Puleo ancora detenuto ad Amburgo; Davide Rosci, ex detenuto politico per gli scontri di Roma del 15 ottobre 2011
Conclude: Gianluca Schiavon, Responsabile Nazionale Giustizia Prc
ore 18.30
SCUOLA UGUALE PER TUTTE/I E DI FORMAZIONE GENERALE. UTOPIA E/O NECESSITÀ?
Introduce e coordina: Loredana Fraleone, responsabile scuola, università e ricerca
Intervengono: Andrea Bagni ins. sup. Firenze – Altra Europa; Giovanna Montella, docente Diritto pubblico – La Sapienza Roma; Marina Boscaino insegnante superiori Roma – portavoce coord. naz. LIP; Filippo Vergassola resp. naz. Scuola Università e Ricerca GC
ore 18.30
AMERICA LATINA SOTTO ATTACCO
Intervengono: Lucio Manisco, ex giornalista Tg3; un rappresentante Ambasciata della repubblica Bolivariana del Venezuela; Marco Consolo, resp. dipartimento esteri Prc-Se; Geraldina Colotti (giornalista)
Modera: Fabio Sebastiani, direttore ControLaCrisi
ore 21.00
SINISTRA: COME, DOVE E QUANDO.
Intervengono: Tomaso Montanari, storico dell’arte; Paolo Berdini, urbanista, Nicola Fratoianni, segretario nazionale Sinistra Italiana; Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC; Chiara Giunti, L’Altra Europa; Francesca Fornario, giornalista e scrittrice
Sabato 9 settembre
ore 10.30 – LA COMUNICAZIONE POLITICA FRA VECCHI E NUOVI STRUMENTI
Introduce Elisa Corridoni, responsabile comunicazione
ore 10.30 – DIRITTO ALLA CASA E ALL’ABITARE
introduce Monica Sgherri, responsabile casa
ore 15.00 – SOGGETTIVITÀ CONFLITTUALI VERSO I G7
introduce Loredana Marino, responsabile partito sociale.
Intervengono esponenti movimenti, associazioni, forze politiche e sindacali varie
ore 15.00 – ACCOGLIENZA, LAVORO, CITTADINANZA, DIRITTI
introduce Stefano Galieni, responsabile pace, immigrazione, movimenti.
Intervengono: Daniela Padoan, Adif; Federico Oliveri, Centro interdisciplinare Scienza per la pace, Università di Pisa, Amalia Chiovaro, cons. comunale Vinci (Adif), Sergio Bontempelli, Africa Insime-Adif
ore 16.00 – DALLA SANITÀ PER TUTTI ALLA SANITA PER POCHI? INVERTIAMO LA ROTTA
Organizziamo insieme il nostro lavoro
introduce Rosa Rinaldi, responsabile sanità e politiche sociali
ore 16.00 – RIPARTIAMO DAL LAVORO
introducono Roberta Fantozzi, responsabile politiche economiche e del lavoro/programma; Enrico Flamini, responsabile lavoro
ore 19.00 – spazio libreria
Presentazione del libro “I signori della cenere”, con gli autori (Collettivo Tersite Rossi) e Nando Mainardi
Introduce Pietro Casu, PRC Firenze
ore 21.00
CONTRO LA GUERRA, IL RAZZISMO E IL TERRORISMO: PER UNA NUOVA UMANITÀ
intervengono: Carlo Cefaloni, movimento dei focolari, redattore di Città Nuova – Manlio Dinucci, Comitato NO guerra NO NATO –  Paolo Ferrero,  Vice Presidente del Partito della Sinistra Europea – Izzeddin Elzir, Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (U.CO.I.I.) – Lidia Menapace, Partigiana – Letizia Tomassone, Pastora Valdese.
A seguire DJ set Molesti Crew
Domenica 10 settembre
ore 10-16 ASSEMBLEA NAZIONALE DEI SEGRETARI E DELLE SEGRETARIE REGIONALI, PROVINCIALI, DI CIRCOLO PRC-SE
introduce Ezio Locatelli, responsabile organizzazione.
Intervengono Lidia Menapace, partigiana, femminista, saggista; Loris Caruso, studioso movimenti sociali, teoria politica, conflitti del lavoro; Ciccio Auletta, rete delle Città in Comune; Roberta Fantozzi, responsabile programma.
Conclude: Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc-Se
ore 18,30 discutiamo di reddito e lavoro
a partire dal libro di Giuliana Comisso e Giordano Sivini “Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?”
con gli autori, Emiliano Brancaccio, Francesco Caruso, Roberta Fantozzi, Eleonora Forenza
Ore 20.00
Concerto Italica Tarantella Street Band
ore 21.00
Comizio conclusivo
Dmitrij Palagi, segretario provinciale Prc Firenze; Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc.
a seguire:
GANG in concerto

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Migranti, Acerbo: “Di Maio parla come un fascistello. Ormai la gara in Italia è a chi è a più a destra”

Migranti, Acerbo: “Di Maio parla come un fascistello. Ormai la gara in Italia è a chi è a più a destra”

Migranti, Acerbo: “Di Maio parla come un fascistello. Ormai la gara in Italia è a chi è a più a destra”

Pubblicato il 25 ago 2017 COMUNICATO STAMPA

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ha dichiarato: “Di Maio parla come un fascistello. Ormai la gara in Italia è a chi è più a destra.

Se il PD con Minniti mette in pratica le ricette di Salvini a suon di idranti e manganellate, il M5S fa proprio anche il linguaggio di Casa Pound e dei leghisti.

Dopo i fatti gravissimi accaduti ieri, Salvini e Di Maio riescono a difendere persino il funzionario di polizia che incitava a spaccare le braccia. Siamo di fronte a politicanti senza scrupoli assai più pericolosi di quel funzionario che andrebbe sospeso immediatamente.

Per giustificare l’ignavia della giunta Raggi sulla vicenda Di Maio usa il solito slogan fascioleghista: la Raggi deve occuparsi ” prima dei romani”.

Cosa oltremodo grottesca visto che la sindaca M5S nulla ha fatto – per un anno non ha nemmeno attribuito la delega – per affrontare l’emergenza abitativa dei romani come dei migranti.

Se questo è il candidato premier del M5S possiamo dire che purtroppo questo partito ha scelto definitivamente di essere una formazione della peggiore destra.

Noi domani saremo in piazza coi rifugiati, a Roma, alla manifestazione indetta dopo l’indecente sgombero e le violenze di ieri”.

25 agosto 2017

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Quando la musica è Resistenza

Quando la musica è Resistenza

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Sacco e Vanzetti, quando gli italiani erano “bastardi”

Sacco e Vanzetti, quando gli italiani erano “bastardi”

Sacco e Vanzetti, quando gli italiani erano «bastardi»

Stati Uniti. Novant’anni fa l’esecuzione dei due anarchici immigrati dal nostro Paese: condannati non solo perché ritenuti sovversivi, ma anche per le loro origini.

Oggi, nell’era di Trump, sono discriminati i nativi, gli ispanici e i musulmani Il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown a Boston, furono giustiziati gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Al termine di un contestatissimo iter giudiziario, il cui esito aveva suscitato proteste non solo negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, i due erano stati ritenuti responsabili del duplice omicidio di un contabile e di una guardia giurata, avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina.

Le prove a loro carico erano indiziarie e forse manipolate a loro danno, un reo confesso del doppio assassinio li aveva scagionati e il giudice che li aveva mandati sulla sedia elettrica non si era fatto scrupolo di definirli «bastardi». Però, nulla di tutto ciò era valso a ottenere una revisione del processo o un provvedimento di clemenza. Solo mezzo secolo più tardi, nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis avrebbe riabilitato la loro memoria, riconoscendo i pregiudizi che avevano determinato il verdetto di colpevolezza.

La cattura di Sacco e Vanzetti e la successiva condanna maturarono nell’ambito della Red Scare (la paura rossa), la capillare e draconiana campagna contro i sovversivi che le autorità americane scatenarono nel biennio 1919- 1920, in risposta all’eco della rivoluzione bolscevica in Russia, per il timore che le forze della sinistra estremista conquistassero il potere anche negli Stati Uniti.

In aggiunta a Sacco e Vanzetti, la «caccia alle streghe» del governo mieté ulteriori vittime. Oltre a migliaia di arresti e alla deportazione sbrigativa nei paesi d’origine per più di 500 immigrati radicali privi della cittadinanza americana, due giorni prima che fossero fermati Sacco e Vanzetti, il 3 maggio 1920, un terzo anarchico italiano, Andrea Salsedo, aveva perso la vita, precipitando dalla finestra di un commissariato, in circostanze mai chiarite, nel corso di un interrogatorio.

Come quattro milioni di altri italiani giunti negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, Sacco e Vanzetti immigrarono in America nel 1908 nella speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e di condurre un’esistenza meno precaria di quella che avrebbero vissuto in patria.

Sacco, insofferente della monarchia parlamentare sabauda, fu perfino attratto dalle istituzioni repubblicane statunitensi, alle quali all’inizio attribuì un maggiore rispetto dei diritti individuali e dell’eguaglianza tra le persone. Ben presto, però, in entrambi subentrò la disillusione. Ai loro occhi, gli Stati Uniti non si rivelarono né la terra del benessere né la nazione della libertà. L’America si dimostrò, invece, il paese dove il capitalismo sfrenato provocava lo sfruttamento selvaggio e indiscriminato dei lavoratori. Questa consapevolezza indusse Sacco e Vanzetti a radicalizzare la loro posizione politica.

Aderirono così alla corrente antiorganizzativa dell’anarchismo, che si rifaceva a Luigi Galleani, anch’egli destinato a essere espulso dagli Stati Uniti nel 1919, e alle sue teorie sulla legittimità del ricorso agli attentati politici per distruggere il capitalismo e abbattere lo Stato.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale i due si trasferirono temporaneamente in Messico per sottrarsi alla coscrizione, rifiutandosi di fungere da carne da cannone in uno scontro che attribuivano alla mera rivalità tra paesi imperialistici.

Al rientro negli Stati Uniti si ritrovarono invischiati nella repressione governativa che sfruttò l’incitamento di Galleani alla violenza come pretesto per sradicare un movimento quanto mai scomodo nella nazione trasformata dalla vittoria contro la Germania nella principale potenza capitalistica mondiale. La fede anarchica e la renitenza alla leva resero Sacco e Vanzetti i bersagli ideali della crociata contro il radicalismo di sinistra.

A segnare la loro sorte, però, non fu tanto l’ideologia politica quanto l’origine italiana.

Nell’America postbellica era in gioco non solo il futuro del capitalismo, ma anche la natura della società statunitense. La ripresa dell’immigrazione alla fine del conflitto accrebbe la presenza di stranieri provenienti dall’Europa orientale e meridionale e accentuò la reazione xenofoba della popolazione di ascendenza anglosassone.

Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e inassimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa settentrionale, a differenza dei discendenti dei colonizzatori dell’America del Nord e della maggioranza degli immigrati giunti fino agli anni Ottanta dell’Ottocento.

In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro plurisecolari rapporti con i nordafricani.

Non a caso, tra il 1886 e il 1910, almeno 34 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che nel Sud razzista si accaniva sugli afroamericani. In tale contesto, Sacco e Vanzetti divennero i capri espiatori della protesta nativista contro gli immigrati che non erano di ceppo anglosassone. La loro esecuzione si configurò come una sorta di linciaggio legale, successivo di pochi anni al varo delle misure per limitare gli arrivi da paesi sgraditi come l’Italia, culminate nel Johnson-Reed Act che nel 1924 chiuse l’epoca dell’immigrazione di massa. A novant’anni di distanza, mentre gli incidenti di Charlottesville hanno riacceso la diatriba su chi possa essere considerato un «vero» statunitense e l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e mussulmani è messa in discussione nell’America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che periodicamente riaffiora nel paese che ambirebbe a essere la terra degli immigrati per antonomasia.

http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=30599

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Incontro dei pendolari della linea Ferroviaria Mortara – Milano e delle altre linee del nodo mortarese

Incontro dei pendolari della linea Ferroviaria Mortara – Milano e delle altre linee del nodo mortarese

ADRIANO ARLENGHI

Invito!
Incontro dei pendolari della linea Ferroviaria Mortara – Milano e delle altre linee del nodo mortarese.

Palazzo Cambieri Sala conferenze Domenica 3/9/2017 alle ore 10 esatte. Primo Piano. Cartelli indicatori sul posto.

L’incontro è stato voluto da diversi viaggiatori per creare un comitato di utenti capace di dialogare e “battere i pugni” sui tavoli negoziali di regione Lombardia e di Trenord per avere condizioni di trasporto migliori. L’incontro inoltre servirà a dare vita ad un comitato permanente formato da utenti di tutte le città sulla linea, un comitato capace di esprimere la protesta e trasformarla in forza negoziale, capace di chiedere ai sindaci delle diverse città di assumere con più forza la questione delle condizioni di trasporto dei loro cittadini, costretti per motivi di lavoro e di studio a usare il treno.
Palazzo Cambieri dove si svolgerà l’incontro ha un centinaio di posti ed è un edificio storico di Mortara . Si trova in Corso Garibaldi, al civico 48. E’ l’edificio di fronte al Teatro Comunale e ad una piazza denominata e capirete il perchè “Piazza delle palle”.
Lo si raggiunge comodamente in sei minuti a piedi dalla Stazione ferroviaria lungo Via Garibaldi, la grande strada che si snoda proprio di fronte alla stazione. Oppure dal Municipio percorrendo sempre Corso Garibaldi, a piedi ,verso la stazione in sei minuti.
Parcheggi a trecento metri dalla stazione – uscendo sulla destra sino al sottopasso in cui tuttavia occorre girare attorno alla strada e percorrere un centinaio di metri con posti sicuramenti liberi e gratuiti. In alternativa parcheggi liberi in Piazza Silvabella e Piazza Trento e Trieste , gratuiti .
Gli organizzatori dell’evento si riservano di modificare la sede dell’incontro in caso di valutazione di un forte afflusso di persone. Per questo chiediamo di confermare la vostra presenza alla mail : comitato.mimoal@gmail.com

Il costituendo comitato pendolare

Invita i tuoi amici di viaggio, c’è un tempo per arrabbiarsi e un tempo per costruire e dare forma e valore alla tua protesta. Questa è l’occasione! Non mancare il 3/9/2017 a Mortara!

COMUNICATO STAMPA

“Chiediamo un intervento preciso, efficace e prioritario per valutare la situazione sulla tratta ferroviaria Alessandria – Mortara – Milano, realizzare una fotografia dello stato di degrado dell’esistente e determinare misure adeguate atte a ripristinare un risanamento delle condizioni di sicurezza, certezza, informazioni almeno normali nel trasporto pubblico” questo chiedono i viaggiatori della Mortara Milano.

Ormai la linea è ridotta ad un colabrodo dicono in tanti. La politica sta a guardare e i pendolari assistono impotenti al tempo di attesa che si allunga sui tabelloni. Gli ultimi mesi sono stati tutti così. La rabbia dei viaggiatori cresce ogni giorno ed una petizione promossa su Avaaz.org due masi fa ha in soli tre giorni totalizzato circa 1.500 firme di adesione e venti pagine di protesta. Per questo nasce dal basso la voglia di contare di più sui tavoli negoziali, per questo si è pensato di creare un Comitato dei pendolari formato da tutti coloro che usano il treno per lavoro, per studio, per svago e che in progress raccolga anche tutti i bisogni delle linee che transitano per il nodo mortarese. Un comitato rappresentativo delle diverse stazioni sulle tratte che porti alle controparti Trenord e Regione Lombardia l’esigenza di uno sguardo meno distratto e risorse adeguate.

Il giorno 3 settembre, domenica mattina per potere favorire la partecipazione di tanti, viene indetto un incontro pubblico alle ore 10 a Palazzo Cambieri a Mortara, per confrontarci e studiare iniziative e proposte e creare un comitato che ci rappresenti.

I pendolari dicono ancora : non costringeteci a dovere usare l’automobile. E’ un problema di sicurezza, di economicità , di ambiente.

Ogni giorno , i dati sono del 2016, sono quasi 5,5 milioni le persone che prendono i treni per spostarsi per ragioni di lavoro o di studio. Di questi sono 2milioni e 832mila i passeggeri che usufruiscono del servizio ferroviario regionale, divisi tra 1,37 milioni che utilizzano i convogli di Trenitalia e 1,46 milioni quelli degli altri 20 concessionari ,tra cui 712mila Trenord in Lombardia.

Puntare sul trasporto pubblico, noi crediamo , non significa puntare sul passato. Negli ultimi decenni è avvenuto in Italia un cambiamento sociale forte , con centinaia di migliaia di persone che sono andate a vivere nei Comuni intorno ai grandi centri.

L’immagine dice in un suo rapporto Legambiente è quella di un Paese che in treno viaggia sempre di più a velocità  differenti, con prospettive, problemi e speranze molto diverse. L’alta velocità  per gli affari e ” la freccia delle risaie”, così è  il titolo di una pagina su Facebook che raccoglie ogni giorno le proteste dei pendolari lomellini, vigevanesi, abbiatensi per i poveri cristi.

Leggere dentro questi cambiamenti è importante. Lo è perché incrocia i grandi temi dell’attualità  e i problemi che vivono ogni giorno le famiglie, di contrazione della spesa per l’aumento del costo dei trasporti e in particolare proprio di quello legato all’automobile, di inquinamento e congestione delle città ma anche di impegni del nostro Paese nella lotta ai cambiamenti climatici,

Insomma noi crediamo che la lotta sul trasporto pubblico, per un trasporto pubblico più efficiente sia una battaglia di civiltà, un atto di amore verso l’ambiente e la sua gente. I viaggiatori hanno tutto il diritto di poter viaggiare  in modo umano. Questo oggi è solo una delle tante promesse  da Pinocchio che da lustri si riversano sulla tratta. Le immagini del signore che viaggia in treno con l’ombrello aperto, della signora che fa fatica a scendere da un treno rotto in aperta campagna, i trentatré gradi di un termometro dentro ad un vagone sigillato e senza aria condizionata dimostrano in modo visivo e meglio di tante parole il bisogno di un intervento forte,  efficace ed immediato.

Costituendo comitato pendolari linea Alessandria -Mortara – Milano

 

Sgombero con idranti all’alba a Roma è barbarie. Minniti, Raggi e Meloni uniti contro i rifugiati

Sgombero con idranti all’alba a Roma è barbarie. Minniti, Raggi e Meloni uniti contro i rifugiati

Sgombero con idranti all’alba a Roma è barbarie.

Minniti, Raggi e Meloni uniti contro i rifugiati

Pubblicato il 24 ago 2017

Maurizio Acerbo segretario nazionale e Stefano Galieni, responsabile Movimenti, Pace ed Immigrazione di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano: “Lo sgombero dei rifugiati che dormivano in piazza Indipendenza a Roma, dopo essere state cacciati 4 giorni fa dallo stabile che occupavano, è semplicemente una barbarie. Le immagini delle forze dell’ordine che con gli idranti e le cariche si scagliavano contro un gruppo in cui erano presenti anche donne e bambini sono vergognose.

In questo agosto dell’infamia governo e opposizioni fanno a gara nella guerra ai migranti, con la Meloni che rivendica il merito delle operazioni della polizia del governo PD.

Ricordiamo che nel 2016 l’allora ministro degli Interni Alfano aveva messo lo sgombero dell’immobile di via Curtatone tra gli obiettivi prioritari della Prefettura.

La giunta Raggi si rende corresponsabile di un nuovo episodio di repressione inaudita verso chi invece aveva diritto all’accoglienza.

Con colpevole ignavia la giunta Raggi non ha contrastato uno sgombero che aveva come scopo solo quello di garantire un’operazione immobiliare speculativa, sul solito immobile pubblico svenduto a privati negli anni scorsi e di non aver predisposto un’alternativa per gli sgomberati.

Come Rifondazione Comunista parteciperemo e invitiamo a partecipare alla manifestazione con i rifugiati sabato 26 alle 15 da Piazza Esquilino“.

“Tagliano il pubblico per favorire il privato. Così saltano anche le cure d’emergenza”

“Tagliano il pubblico per favorire il privato. Così saltano anche le cure d’emergenza”

Ivan Cavicchi: “Tagliano il pubblico per favorire il privato Così saltano anche le cure d’emergenza”

Pubblicato il 23 ago 2017 di Fabrizia Caputo L’esperto di politiche sanitarie e la crisi drammatica dei presidi ospedalieri   “Dovrebbe essere il luogo d’accesso alle prime cure e agli accertamenti necessari, per essere poi trasferiti nei reparti competenti, ma molto spesso non è così”.

Per il professor Ivan Cavicchi, docente di Sociologia delle organizzazioni sanitarie all’Università di Roma Tor Vergata “il pronto soccorso è la cartina tornasole di tutto il sistema sanitario” e le condizioni in cui versa non lasciano spazio all’immaginazione.

Qual è il ruolo del pronto soccorso all’interno del Sistema Sanitario nazionale?

Si tratta dell’unico elemento di certezza che ha un cittadino perché se non trovo il medico di base corro al pronto soccorso dove sono sicuro che alla fine troverò qualcuno in grado di aiutarmi. Questo accade perché il territorio non risponde e quindi il pronto soccorso svolge anche la funzione di ammortizzatore sociale.

La situazione però è complicata: dai posti disponibili fino al personale.

Direi che non solo è complicata, ma è peggiorata notevolmente perché ai tagli non sono seguite poi le integrazioni: hanno tolto senza compensare e il risultato è quello che vediamo, con i pronto soccorso intasati, e la carenza di personale. Si registrano 60 mila operatori sanitari in meno negli ultimi 10 anni e negli ospedali romani la mortalità nei pronto soccorso è aumentata. Ma non si dovrebbe morire lì, nel caso dovrebbe avvenire nei reparti competenti. Perché tutti questi tagli alla spesa sanitaria secondo lei?

La spesa per la sanità è stata volutamente ridimensionata in favore del welfare aziendale. Questa tendenza è notevolmente aumentata con Renzi. L’obiettivo della sua politica è quello di ridurre l’incidenza della spesa pubblica sanitaria e, allo stesso tempo, defiscalizzare datori e lavoratori grazie al welfare aziendale, dove in sostanza il lavoratore rinuncia ad una parte della retribuzione che andrà a coprire la sua assicurazione sanitaria. L’incentivo sta nella soppressione delle imposte.

In sostanza una penalizzazione del pubblico in favore del privato?

Esatto. In Italia lo Stato va ad incentivare il privato, attraverso le mutue e le convenzioni con le aziende. Il problema è che in Italia si è indebolito troppo il settore sanitario. Ci sono persone che rinunciano alle cure, le liste di attesa sono lunghe perché i posti sono pochi, come il personale del resto, costringendo il cittadino a mettere mano al portafogli per ricorrere alle strutture private.

Una tendenza che però non è certo iniziata con il governo Renzi.

No, il progetto è stato messo in campo precedentemente da Berlusconi con il suo “sistema multi pilastro”, che riguardavano appunto le mutue. Renzi non ha fatto altro che proseguire e attuare questo disegno: ridurre la spesa sanitaria e garantire delle tutele tramite il welfare aziendale e tutto questo ai danni del sistema pubblico.

Quanti lavoratori sono coperti dal welfare aziendale?

Attualmente copre circa 19 milioni di lavoratori. Il dato include anche i famigliari del dipendente, perché hanno la possibilità di usufruire della copertura assicurativa. Rimango però dell’idea che l’assistenza pubblica sia ancora superiore nonostante le difficoltà, perché non deve tener conto di altri fattori come invece devono fare le aziende private che tramite le convenzioni, devono rispettare e rimanere all’interno di determinate tariffe.

Questa tutela aziendale però è rivolta solo a chi un posto di lavoro ce l’ha?

Sì, chi non lavora è completamente escluso dal welfare aziendale, ma per i soggetti più deboli rimangono le strutture pubbliche, le attese e i posti insufficienti.

Il Fatto quotidiano, 22 agosto 2017

Venezuela, dialettica della transizione

Venezuela, dialettica della transizione

Venezuela, dialettica della transizione
Pubblicato il 21 ago 2017
di Geraldina Colotti, 19 agosto 2017
Condivido, per chi vorrà diffonderla, una riflessione sulle critiche rivolte al socialismo bolivariano in un momento cruciale della sua transizione.
Dall’Italia alla Francia, dalla Spagna all’America latina si moltiplicano le analisi dei “critici-critici” sulla situazione in Venezuela. Si avverte, soprattutto in Italia, l’affannosa ricerca dell’aurea mediocritas da parte di una certa sinistra piccolo-borghese: l’assunzione di quell’aurea via di mezzo che consente, da una posizione intermedia, di cogliere la pagliuzza negli occhi degli altri per non vedere la trave nei propri.

Contro il socialismo bolivariano, ognuno agita i propri fantasmi rimettendo in circolo, spesso senza nominarli, dubbi e nodi irrisolti delle grandi rivoluzioni. Ma intanto, anche se “Maduro non è Chavez”, come ripetono come un mantra i cantori dell’”aureo mezzo”, i nemici che deve affrontare sono gli stessi che ha dovuto combattere Chavez. Maduro, se è per questo, non è neanche Allende ma – come ha fatto notare l’analista argentino Carlos Aznarez – le forze che vogliono abbatterlo sono le stesse, mutatis mutandis, che hanno stroncato la “primavera allendista” nel Cile del 1973.
Anche al “socialismo del XXI secolo”, dunque, che si definisce umanista, cristiano, libertario e gramsciano, tocca misurarsi con gli scogli di quello novecentesco, disseminati su una rotta che appare per molti versi simile.
Di tentativo in tentativo, infatti, sembra che il “laboratorio” boliviariano venga ricacciato nei dilemmi del secolo scorso. I chavisti come i bolscevichi al tempo di Lenin e Trotsky? La “profezia” sull’involuzione del socialismo sovietico, espressa da Rosa Luxemburg nel famoso saggio La Rivoluzione Russa, si applicherebbe a Maduro e alla “forzatura” dell’Assemblea Costituente? Con le sue ultime decisioni il socialismo bolivariano avrebbe chiuso la porta alla “democrazia illimitata” e alla migliore eredità delle libertà borghesi? E, se questo è vero, quale cammino ha imboccato un percorso di transizione che, sino ad ora, non aveva mai scansato l’appello diretto e universale al responso delle masse?
Fin dal 1998, in Venezuela, ciò che accade è chiaro. Un progetto di nazionalismo democratico vince le elezioni e progressivamente si muta in un tentativo di trasformazione socialista che tuttavia rispetta il quadro delle libertà borghesi e di quella “democrazia illimitata” di cui parla Rosa Luxemburg nel suo famoso saggio. Per azzardi e sperimentazioni, anche forzando l’impalcatura dello Stato borghese onde depotenziarne i meccanismi dall’interno in nome della “democrazia partecipativa e protagonista”, Chavez ha sempre fatto ricorso alle urne per legittimare le sue scelte, affidandole al voto con suffragio universale diretto e segreto: all’esercizio illimitato della democrazia, appunto. E adesso?
Dopo quasi 18 anni di governo e un record di elezioni effettuate – finora 21, due delle quali perse – il chavismo viene spinto ad andare oltre la cornice luxemburghiana dal concreto storico della lotta di classe. Dichiara di voler superare lo  Stato borghese instaurando uno stato delle comunas che, senza dubbio, presenta qualche analogia con quello dei Soviet.
Nel contesto di crisi economica, e nel moltiplicarsi delle aggressioni a livello interno e internazionale, il momento diventa quello del Golpe de Timon: la sterzata annunciata da Chavez nel programma strategico stilato poco prima di morire, il 5 marzo del 2013. Maduro la interpreta come un contrattacco. La legittimazione dell’attuale presidenza della repubblica, e quella del socialismo bolivariano, vengono affidate all’Assemblea Nazionale Costituente, intesa come espressione del “potere originario”, quello popolare: ovvero nelle mani del “demos”, la parte politicamente attiva del popolo, eletta e rappresentata nell’Anc.
E’ senz’altro un salto di qualità. Una cesura, o, se volete, un approfondimento della dialettica della transizione. Ma non una rottura con il cammino del chavismo. Infatti, l’Anc rimetterà le sue deliberazioni al responso popolare attraverso un referendum, nel quale ognuno voterà per suffragio elettorale diretto, universale e segreto.
Questo è il quadro. Ma i feticisti delle procedure parlano di una “rottura costituzionale”. Perché Chavez ha sottoposto a referendum la Costituzione del 1999 e Maduro non ha ricorso alle urne prima di indire l’Anc? Il chavismo risponde che il voto non era necessario: a differenza del ’99, una Costituzione c’è già, e al suo interno esistono gli articoli per indire un’Anc, il cui intento non è comunque quello di azzerare la precedente Carta Magna, ma di spingerla verso lo Stato comunale. Questa posizione parrebbe confermata dagli esiti della giornata del 30 luglio, quando oltre 8 milioni di voti hanno dato fiducia al “potere popolare costituente”.
In ogni caso un conflitto istituzionale c’è. Aperto dalla destituita Procuratrice generale Luisa Ortega, accusata di corruzione e oggi latitante insieme al marito German Ferrer. Si fa riferimento a regole e codici, ma è evidente che si tratta di ben altro: di interessi di classe, di schieramenti sociali, e di posizionamenti sul campo della politica internazionale.
Proviamo a ricapitolare. Il punto di partenza dello scontro si è determinato a dicembre del 2015, quando le destre sono risultate maggioritarie nell’Assemblea nazionale, il parlamento monocamerale venezuelano. La repubblica bolivariana è una democrazia partecipativa a carattere presidenziale, si basa su cinque poteri, tenuti in equilibrio dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj). Le destre, che non hanno mai riconosciuto le istituzioni bolivariane, hanno immediatamente pensato di poter usare il parlamento come grimaldello per tornare alla democrazia rappresentativa vigente negli anni della IV Repubblica e alle ricette neoliberiste.
Da lì la costante insubordinazione alle decisioni del Tsj e i tentativi di golpe istituzionale: a cominciare dalla ratifica di tre deputati eletti in modo fraudolento, ma che avrebbero consentito alle destre di avere una maggioranza assoluta. E fino alla richiesta di sanzioni e di intervento esterno per risolvere manu militari una presunta crisi umanitaria e la “rottura dell’ordine costituzionale”. Quattro anni di violenze e attacchi per cacciare Maduro, contro il quale si è tentato di organizzare anche un referendum revocatorio come quello indetto contro Chavez nel 2004, e perso. Un piano che ha stravolto il calendario elettorale, rendendo necessario procrastinare le elezioni regionali, previste per l’anno scorso.
Fino a questo punto, dunque, le battaglie fra i due schieramenti sono rimaste nell’ambito della democrazia formale, ma sul filo teso della lotta di classe e dei suoi insegnamenti. E quello che è emerso, alla fine, è un vecchio problema: se il consenso, la conquista della maggioranza, imponga l’obbligo di verifiche elettorali continue e preventive, o se piuttosto una tattica rivoluzionaria mobile e non vincolata per principio ai formalismi borghesi, sia l’atteggiamento più produttivo per la creazione, la conquista (o la riconquista) dell’appoggio delle masse.
Luxemburg, cento anni fa, metteva in guardia dal burocratismo, dall’arbitrio e dal terrore. Ma sottolineava anche che solo un partito capace di “procurarsi seguaci nella tempesta” avrebbe saputo e potuto legare a sé le masse, traendo dalla loro vita e dalla loro cultura tutta l’energia e la creatività necessarie per marciare oltre i confini della società capitalistica.
Per quanto ci riguarda, in Venezuela, siamo ancora molto distanti da questi estremi drammatici. La tattica del Psuv sembra contare sulla “democrazia partecipativa”. E l’asse fondamentale di questa impostazione risiede in una sorta di decostruzione-superamento dell’impalcatura dello Stato borghese, condotta all’interno di regole certe ma non immobili. Navigando a vista, se si vuole. Ma cercando una rotta che dia una chance, o “un secondo tempo” alla partita epocale e più che mai necessaria del comunismo.
“La guardia è stanca, spegnete le luci”, disse il marinaio anarchico per ordine di Lenin nella Russia rivoluzionaria il 18 dicembre 1917. E così si chiuse la seduta della prima Costituente russa eletta a suffragio universale e in cui i bolscevichi non avevano la maggioranza. Checché ne dicano i media occidentali, l’Anc in Venezuela fa valere l’autorità del “potere originario”, ma senza annullare le funzioni degli altri organi costituzionali. E il parlamento non è stato sciolto. I deputati  della Mesa de la Unidad Democratica (Mud) continuano a riunirsi nelle aule del palazzo legislativo, lo stesso in cui si svolgono le sedute dell’Anc.
La presidente dell’Assemblea Costituente, Delcy Rodriguez lo ha precisato rinnovando l’invito al parlamento – pur dichiarato a suo tempo “in ribellione” dal Tsj – a partecipare ai lavori dell’Anc e a rispettarne le decisioni. Le destre hanno disertato l’invito, scosse da nuove diatribe interne fra chi vuole continuare a puntare sulla via violenta e chi intende manovrare a più livelli, il primo dei quali rimane però quello elettorale. La maggioranza dei partiti di opposizione, pur avendo a più riprese dichiarato la sfiducia nell’autorità elettorale, il Cne, ha iscritto i propri candidati per le elezioni dei governatori, anticipate ad ottobre.
Ma intendiamoci: l’obliquo profilo dei deputati di opposizione non è neanche lontanamente paragonabile a quello dei menscevichi o dei socialisti rivoluzionari russi, che avevano gloriosamente combattuto lo zarismo, e che vennero mandati a casa dal marinaio Zelezniakov nella Russia rivoluzionaria. La lotta di classe, tuttavia, ripropone sempre le stesse porte strette, in cui i rivoluzionari conseguenti devono obbligatoriamente passare. Torniamo a Rosa Luxemburg. Dopo aver criticato le scelte di Lenin e di Trotsky nella “Rivoluzione russa” – un testo dell’ottobre del 1918 che, comunque, all’epoca accettò di non pubblicare – nel dicembre dello stesso anno, davanti al precipitare degli eventi nel teatro tedesco, Luxemburg sceglierà il Governo dei Consigli in diretta e totale contrapposizione alla democrazia “perfetta” dell’Assemblea Nazionale eletta a suffragio universale.
E allora? E allora l’uso interessato dei vecchi dilemmi e delle vecchie nobilissime discussioni sul rapporto tra democrazia e socialismo, mette solo in evidenza che, dal chiuso delle accademie, o dai desk dei giornali, quello che sempre si omette è proprio l’indicazione dell’inconcludenza delle socialdemocrazie e della loro sudditanza intrinseca all’universo culturale e politico della società borghese.
Rosa Luxemburg criticava i bolscevichi, si asteneva dal pubblicare le proprie riflessioni per “amor di causa”, e finiva poi per assumere le stesse posizioni dei rivoluzionari russi davanti alla tempesta finalmente scoppiata in casa propria. Ma, soprattutto, batteva sul punto della solidarietà internazionale, insisteva sulla necessità dell’appoggio alla rivoluzione sovietica, senza il quale “gli estremi sacrifici del proletariato in un singolo paese finiscono inevitabilmente per perdersi in un mare di contraddizioni e di sbagli”.
E infatti. Quale punto d’appoggio ha offerto la “critica-critica” di stampo europeo per spostare i rapporti di forza a favore dei settori popolari? A 100 anni dalla rivoluzione d’Ottobre, si organizzano convegni capaci di espungerne il principale dato storico: quello dell’azzardo e della presa del potere del partito guidato da Lenin e dai bolscevichi. E ben poche lezioni utili si sono volute trarre dalla parabola di Tsipras in Grecia. “La rivoluzione russa – scrive Luxemburg – non ha fatto su questo punto che confermare l’insegnamento fondamentale di ogni grande rivoluzione, la cui legge vitale è: o avanzare con molta celerità e decisione, abbattendo con mano ferrea tutti gli ostacoli e ponendosi sempre ulteriori mete, o essere ributtati assai presto dietro le alquanto indebolite posizioni di partenza, ed essere schiacciati dalla controrivoluzione. Fermarsi, segnare il passo, rassegnarsi con la prima meta raggiunta, sono fenomeni sconosciuti nelle rivoluzioni”.
Non servono attestati di fede. Epperò sarebbe assurdo pretendere “la perfezione” da un esperimento come quello bolivariano, che si è messo in moto dopo il crollo del socialismo e il dispiegarsi del neoliberismo a livello mondiale.
Nella ricerca dell’”aureo mezzo” sorgono invece pretesi guardiani del chavismo, disposti ad allearsi con l’oligarchia pur di ergersi a custodi del precetto di una democrazia procedurale, che proprio quelle oligarchie oggi loro amiche hanno calpestato e continuano a calpestare. Chavismo critico, chavismo morbido, chavismo in tutte le salse tanto mediatiche quanto prive di agganci reali. In realtà, in una società politicizzata e dunque polarizzata come quella venezuelana, tertium non datur. Se fosse dato, si vedrebbe, nelle piazze o nei progetti.
Invece, si vedono solo alcuni cambi di bandiera, apparentemente inspiegabili perché provenienti da deputati come German Ferrer, ex guerrigliero “fochista” poco avvezzo in passato alle sottigliezze della mediazione politica e oggi cantore della democrazia formale borghese. Secondo la magistratura, sarebbe a capo di una vasta rete di corruzione che ha covato nelle stanze del Ministerio Publico diretto dalla Fiscal General Luisa Ortega, chavista della prima ora con cui è sposato. Ferrer nega la veridicità delle accuse e denuncia “il neofascismo” dell’Assemblea Nazionale Costituente. Il giacobinismo di Maduro avrebbe consegnato alle ortiche la prima fase della vera democrazia chavista. La rivoluzione metterebbe pertanto in scena la vecchia tragedia, divorando i suoi figli anche quando si definisce umanista, cristiana e libertaria?
Sono parole grosse. Almeno per il momento, e, per così dire, a questo stadio delle contraddizioni. Ma è giusto non fare finta di niente. Poiché abbiamo “usato” Rosa Luxemburg contro i suoi estimatori iper-democratici, continuiamo questo nostro saccheggio, guardano in faccia i problemi insieme alla grande rivoluzionaria polacco-tedesca. Pur notoriamente critica del “giacobinismo” bolscevico, Luxemburg era una grande studiosa delle rivoluzioni borghesi, e rifletteva in questo modo sulla Rivoluzione francese. Per Kautsky – ricorda – vi sarebbero stati due periodi: “la rivoluzione ‘buona’ della prima fase girondina, e la ‘cattiva’ a partire dal sopravvento dei Giacobini. Occorre naturalmente la superficialità della concezione liberale della storia per non rendersi conto che senza la presa del potere degli ‘smodati’ Giacobini anche le prime timide mezze conquiste della fase girondina sarebbero andate presto sepolte fra le macerie della rivoluzione, e che la reale alternativa alla dittatura giacobina, come la poneva nell’anno 1793 il ferreo corso dello sviluppo storico, non era una democrazia ‘moderata’, ma… la restaurazione dei Borboni!”
In realtà – prosegue -, l’”aureo mezzo” non è una soluzione che possa reggere in periodo rivoluzionario, la cui legge di natura esige una rapida decisione: o la locomotiva viene spinta a tutto vapore verso l’erta storica sino alla vetta, oppure per forza di gravità rotolerà di nuovo in basso e senza scampo trascinerà seco nell’abisso coloro, che con le loro deboli forze volevano mantenerla a metà strada”. Si spiega così “come in ogni rivoluzione sappiano impadronirsi della direzione e del potere solo quei partiti che hanno il coraggio di dare la parola d’ordine avanzata e di trarne tutte le conseguenze. Così si spiega il deplorevole ruolo dei menscevichi russi, dei Dan, dei Cereteli, ecc che, dopo aver inizialmente goduto di enorme prestigio fra le masse, dopo aver a lungo oscillato fra una posizione e l’altra, e aver lottato con le unghie e coi denti per rifiutare la presa del potere e l’assunzione di responsabilità, furono ingloriosamente spazzati dalla scena”.
La citazione è stata lunga. Ma ne valeva la pena. Come i Dan, i Cereteli, i cosiddetti chavisti critici risultano spazzati via dalla scena reale, ma amplificati da quella virtuale, che nell’epoca della “post-verità” accorre a magnificarne l’impotenza ad uso e consumo dei “né-né” di casa nostra. Senza il metro storico, senza il coraggio di guardare in faccia la dura e complessa realtà della lotta di classe all’indomani del crollo del campo socialista, siamo nel mondo capovolto descritto da Galeano. I guarimberos che bruciano chavisti e afro-venezuelani sul modello del Ku Klux Klan vengono presentati come “combattenti per la libertà”. E a propinare lezioni sui diritti umani sono Trump e i suoi alleati, mentre personaggi screditati, appoggiati dai grandi conglomerati mediatici, parlano di un “altro” Venezuela, ecologista, pacifista, democratico, e, soprattutto, inesistente.
L’ecologismo, il desiderio di pace, l’esercizio completo e garantito di tutti i diritti individuali sono senza dubbio elementi importanti e irrinunciabili di ogni strategia di autentica liberazione che si voglia proporre, nel XXI secolo, come alternativa al mondo orrendo del capitalismo. Ma non saranno i critici-critici a imporli nell’arena delle contrapposizioni dure e inaggirabili.
L’Assemblea Nazionale Costituente insediata a Caracas ha messo al proprio ordine del giorno un nuovo modello di sviluppo basato sull’eco-socialismo e sulla partecipazione più ampia alla vita politica delle masse storicamente conculcate dall’imperialismo e dalle oligarchie. Ma ci vuol poco per capire che una autentica riconversione dello scenario produttivo venezuelano implica in realtà altre espropriazioni, altre rotture con i dettami (ancora molto rispettati nella prima fase del chavismo) della proprietà privata e delle sue ricadute legali e istituzionali.
Dunque? Dunque, “o inventamos o erramos”, diceva con ottima brevità Chavez. O s’inventa o si soccombe. E “se il Venezuela crolla, l’umanità crolla”, hanno sintetizzato di recente Noam Chomsky e John Pilger.
Sono parole esagerate?

Terremoto, Acerbo: “La messa in sicurezza è la vera emergenza. Cordoglio per le vittime”

Terremoto, Acerbo: “La messa in sicurezza è la vera emergenza. Cordoglio per le vittime”

COMUNICATO STAMPA

TERREMOTO – ACERBO (PRC): “LA  MESSA IN SICUREZZA E’ LA VERA EMERGENZA. CORDOGLIO PER LE VITTIME”

“Il nostro cordoglio per le vittime del terremoto ad Ischia. E’ sconvolgente che per un sisma di questo tipo ci siano persone che muoiono e danni così ingenti – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea –

L’unica vera grande opera che servirebbe a questo Paese è la messa in sicurezza delle case, degli edifici pubblici e delle infrastrutture, e l’autentica “emergenza” è proprio questa.

La frequenza degli eventi sismici rende evidente quanto sia colpevole l’ignavia della politica.

Non ci dicano che i soldi non ci sono: li trovano per salvare le banche, per la TAV in Val di Susa o il terzo valico, per grandi opere inutili della lobby del cemento, per sempre crescenti spese militari, ma in Italia si continua a morire per terremoti di cui in altri paesi neanche ci si accorgerebbe.

Basterebbe che i governi avessero a cuore la prevenzione di queste morti e la volontà politica di evitare questi bilanci tragici.

Un grande piano per la messa in sicurezza creerebbe centinaia di migliaia di posti lavoro e salverebbe tante vite umane.

Della prevenzione e cura del territorio è elemento imprescindibile la lotta contro l’abusivismo edilizio”.

22 agosto 2017