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Se si tocca l’articolo 18: SCIOPERO GENERALE

Se si tocca l’articolo 18: SCIOPERO GENERALE

articolo 18

11 fabbraio 2012: manifestazione nazionale della Fiom a Roma

11 fabbraio 2012: manifestazione nazionale della Fiom a Roma
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11FEB2012-A4

Rifondazione Comunista aderisce alla manifestazione nazionale della Fiom.

La federazione del Prc di Pavia invita i militanti, i simpatizzanti e tutta la vera sinistra a partecipare con i pullman della Fiom.

Sono aperte le iscrizioni presso i circoli provinciali telefonando ai rispettivi segretari.

I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau. Giorno della memoria a scuola

I vivi e i morti a Dachau
Giorno della memoria a scuola
(libera interpretazione dagli scritti di Giovanni Melodia nella foto)

(in una scuola superiore)
Prof.ssa. Ragazzi, vi prego silenzio, per favore, oggi  abbiamo un’occasione unica per la giornata della memoria. Al posto del solito film abbiamo un deportato in carne d’ossa, uno degli ultimi viventi, per cui non sprechiamo questo vero e proprio evento. Tra l’altro il signor Giovanni, che è venuto fin da noi, è un dirigente dell’ANED, l’associazione degli ex-deportati politici nei lager nazisti. Dico giusto?
Ex-deportato. No, siamo un’associazione unitaria, non solo dei deportati politici, come me, ma anche dei deportati razziali, come gli ebrei e… gli zingari, non li dimenticate.
Prof.ssa. Il signor Giovanni mi ha detto che preferisce le domande, anche perché immagina che molti di voi sanno già molto dei campi, soprattutto di Auschwitz; lui invece è stato a Dachau. Quindi se volete sapere di quel campo, che era di concentramento non di sterminio, dico giusto? chiedete pure. Su, coraggio? (dopo diversi secondi) Allora rompo io il ghiaccio?
Studente. No, prof, faccio io una domanda. Piuttosto di chiedere di Dachau, che abbiamo già letto in classe: c’erano i preti, i politici tedeschi… vorrei sapere come si è sentito il giorno della liberazione del campo.
Ex-deportato. Sono contento se avete già letto in classe, ma solo Primo Levi? D’altra parte sono già più di dieci anni che si celebra il Giorno della Memoria. Voi ne avrete già parlato almeno dalle medie, per cui c’è il rischio che vi annoiate, perché sapete già tutto o lo credete. Per esempio sapete tutto di noi deportati politici, o del fatto che a Dachau c’era un comitato internazionale clandestino che ha contribuito a liberare il campo, e poi ha avuto un ruolo essenziale nei difficili giorni dopo la liberazione? Non tutto era finito con la fuga delle SS. Sapete quanti morti ci sono stati ancora? C’era da compilare il loro elenco per le famiglie, c’era il problema della cura dei malati, del rimpatrio, della necessità di aggiornare gli internati su cosa avrebbero trovato al loro paese. Abbiamo anche scritto dei bollettini a Dachau, bollettini ciclostilati, abbiamo fatto una quarantina di numeri. E poi l’urgenza di raccogliere le testimonianze, anche per chi non poteva più tornare. E non vi dico di prima, degli ultimi giorni prima della liberazione. Come comitato clandestino avevamo saputo che era arrivato un dispaccio di Himmler che ordinava un programma di annientamento articolato e preciso. I primi a lasciare il lager per essere sterminati dovevano essere i russi e gli ex-combattenti repubblicani in Spagna. Poi i circa 2000 italiani e via via tutti gli altri. Ultimi i polacchi, i più numerosi. Dovevamo essere condotti fuori dal lager e lì, all’aperto, uccisi con le armi automatiche e i lanciafiamme. Un programma che potevamo solo a noi stravolgere. Noi con i nostri corpi piagati ed esausti, con i nostri riflessi corrosi, con la nostra mente annebbiata, noi che da tempo infinito eravamo simili a larve, noi i cenciosi, i piagati, i morenti, noi i subumani, affamati, inesperti, dovemmo affrontare le SS, i professionisti delle stragi. Ci buttammo allo sbaraglio con l’unica forza che ci rimaneva: la disperazione. E ci liberammo.
Ma non divagherò, vengo subito alla domanda.
Come fare e dire, per davvero, ciò che era il Lager anche solo un giorno dopo la liberazione.
Già quel giorno il nostro racconto era già snaturato, se così posso dire, perché la liberazione era avvenuta e ti cantava dentro e non eravamo morti, e tu, cioè io, se potevi narrare era proprio perché tutto quello che era successo non ce l’aveva fatto ad ammazzarti, perché eri sfuggito al massacro, perché ciò che ti aveva gravato dentro, minuto per minuto, s’era dissolto, non era, non poteva essere, che un ricordo, anche se ne portavi, ne avresti portato il segno, in te, per tutto il resto della tua vita; se insomma, nonostante tutto, non gli era riuscito di annientarti interamente, ci avevano tentato ma poi non tutto era andato per il verso loro.
(si interrompe un attimo per bere)
Perché non era la fame, non era il freddo, non era il puzzo del crematorio – parole che io devo esprimere così in fila e per voi non è che un susseguirsi di espressioni che suonano come parole staccate – no quella realtà, già dal primo giorno, era diversa, era tutta un’altra cosa: lì la fame e il freddo, il puzzo, degli altri, morti, vivi, il puzzo tuo, le bastonate, erano cose che ti venivano addosso tutte assieme, da tutte le parti, e si sommavano con la paura, lo sfinimento, lo scoramento, la volontà di sopravvivere, o di lasciarsi andare, di ribellarsi o di morire e che fosse finita – e poi non è neanche vero che si sommavano, si fondevano invece, facevano poltiglia con quello che avevi dentro, l’intontimento, lo smarrimento. E invece ora, a raccontarli, ma anche a ripensarli, dovevi metterli in fila, rifabbricare i fatti con le parole – ed era già un abisso tra le parole e i fatti –. Dunque come facevi a raccontare – come faccio oggi a raccontare – ma anche a pensare, a ripensare, a rivivere, perché dopo fame non ne avevi più, e neppure freddo e puzzo. E poi chi ti avrebbe ascoltato? Appunto appena tornati a casa anche chi ci avrebbe ascoltato aveva pure lui la sua storia dentro: “Ma anche noi sa, i bombardamenti, le paure, il freddo, non creda, sa? anche noi”. E magari anche voi avete le vostre impressioni, le vostre obiezioni dentro: “Ma i gulag, e le foibe, e l’11 settembre, il terrorismo?”
(si interrompe un attimo per bere)
Loro, voi, tutti, non potete capire. Loro, voi, credono già di sapere e invece non sanno niente, o quasi, perché non possono, nessuno può. Sapete qual era il sentimento più grande, nei primi tempi: il rimorso? Lo sentivi come una colpa, quasi, di esserti salvato, tu sì, e loro in tantissimi no. Eppure nonostante il rimorso che ancora affiora ho continuato a raccontare. Ma come si fa a parlare di quella fame? metti in fila la parola fame, mille volte, un milione di volte?
E del freddo? Oggi sta nevicando ma sono al coperto, ho indosso una bella maglia di lana, la stanza è riscaldata. Il freddo! Non sono sicuro di comunicarvelo, di ricordarmelo quel freddo!
Così, scusate, il mio discorso viene fuori scombinato, non è un racconto di fantasia che crei dentro il tuo cervello e dove infili ciò che vuoi, scarti ciò che non ti garba, e fai vivere e fai morire e fai restare e fai partire e fai piovere e fai diluviare o splendere il sole. Qui no, non puoi, devi essere fedele, onesto, preciso, nei limiti della tua recalcitrante memoria e allora parli, racconti. Ti torna in mente, lo ficchi dentro, a forza, quello che non puoi tacere, che non devi. Cerchi di far rivivere le ossessioni di allora e qualcosa dello stato d’animo di allora, che poi era una specie di nebbia fatta di sfinimento, di paure, di istupidimento, e ti rimbomba nella testa un “no, no, no” scomposto, frenetico, come le bastonate che ci arrivavano addosso a folate, dopo ore e ore che eravamo rimasti all’aperto, a congelare, ad avvilirci, a morire.
(si interrompe un attimo per bere)
Scusate mi manca il fiato. Una vecchia bronchite nei miei vecchi polmoni.
Certo che se parlo così scombinato qualcuno di voi storcerà il naso. Forse solo chi c’è stato può capire. Ma già allora ce lo dicevamo: “Se ce la facciamo a tornare, a raccontare, non capiranno, non potranno mai!”. Allora perché parlo, faccio conferenze, scrivo, incontro gli studenti, come voi oggi? Lo faccio per chi non è tornato. E aspetto le reazioni, come quando sentivi il Kapo avvicinarsi col bastone levato e non potevi fare nulla, assolutamente nulla, per stornare il colpo, per liberarti dall’assedio della paura.
(si interrompe un attimo per bere)
Non so, non credo di aver risposto alla tua domanda…
(dopo alcuni secondi scroscia un fragoroso applauso)
Prof. ssa. Sono commossa, come credo anche tutti voi; direi che può bastare, lasciamolo andare il nostro caro Giovanni, ringraziandolo sentitamente per questa sua lezione di storia ma anche di vita e, se mi permettete, di letteratura. Ma permettetemi di chiudere con una citazione, che mi sono preparata. È di Zygmunt Baumann. Il sociologo polacco fa notare una cosa che forse prima di oggi pensavamo anche tutti noi: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento”. Ma credo che siate d’accordo: i quadri che abbiamo appeso nelle nostre case, dopo un po’ non li notiamo più, non prestiamo loro più attenzione, come la storia della deportazione che invece, riprendo la citazione, deve essere “una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili”.
La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se non vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo guardare come in una finestra per esplorarne la complessità.

Mobilitazione orizzontale del popolo dell’acqua

Mobilitazione orizzontale del popolo dell’acqua
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Considerazioni sul movimento dell’acqua

Considerazioni sul movimento dell’acqua

Carissimi nel farvi tanti auguri per il nuovo anno che si annuncia difficile, vi allego un documento che ho scritto per il movimento dell’acqua.

E’ lungo e forse noioso ma con un piccolo sforzo….,
Un abbraccio
Emilio Molinari

Considerazioni sul movimento dell’acqua

con tanti “Se e tanti Ma”.

Il referendum, la politica nel contesto della crisi.

A pochi mesi dal referendum la disastrosa crisi finanziaria ha di fatto cancellato, la straordinarietà di quell’evento, nella memoria dei cittadini.

Per i lavoratori i pensionati, per la gente comune che ha votato, schiacciati da problemi contingenti, l’acqua e il rispetto dei referendum sembrano passare in secondo piano.  Purtroppo però l’amnesia ha contaminato gran parte del popolo di sinistra, ripiombato come sempre nel proprio incubo totalizzante: l’antiberlusconismo, senza idee, senza principi, senza alternativa. Anche per molti movimenti a noi vicini, la chiusura autoreferenziale o gli interessi corporativi, il referendum è ormai lontano.

“L’ineluttabilità del mercato” disarma la gente, crea paura, Berlusconi cade e questo è bene, ma che il popolo di centro sinistra esulti e finga di non vedere che non cade  per iniziativa dell’opposizione e di un programma alternativo, non è di buon auspicio per la politica di questo paese, come non lo è non vedere che la crisi è mondiale e ha travolto oltre gli USA, la Grecia, la Spagna (ricordate Zapatero idolatrato dal centro sinistra? ) Il Portogallo, l’Irlanda ecc… Il governo italiano vara l’ennesimo programma a fotocopia, dettato giorno per giorno dai mercati.

Stiamo assistendo a qualcosa che non si era mai visto: il mercato e la speculazione, che vivono alla giornata, decidono la politica i programmi di lacrime e sangue per la maggioranza del popolo, commissariano le nazioni europee, formano i governi con propri esponenti.

Ma può la politica inseguire i mercati e vivere alla giornata?

Se così fosse, allora la crisi sarebbe ancora più drammatica perché la politica risulterebbe morta e il governo Monti sarebbe l’attestato di questa morte.

Inoltre la democrazia è in coma, quando la politica, agli occhi della gente meno abbiente e dei lavoratori, viene screditata, ridicolizzata dai comici e resa inutile.

Il programma è unico e le privatizzazioni, la svendita del patrimonio nazionale, restano un punto fermo per tutti.

Oggi, dopo il referendum, il movimento dell’acqua è più forte e più ramificato sul territorio però è innegabilmente in difficoltà.

La minaccia dell’ingresso del privato nelle SPA pubbliche è di nuovo all’ordine del giorno, Cremona e Salerno e persino a Milano ci sono assessori (Tabacci Sole 24 ore) che affermano la volontà di privatizzare anche l’acqua. Solo Napoli, dopo 6 anni di movimento, sembra avviarsi verso la ripubblicizzazione.

In un simile contesto, la strada della ripubblicizzazione ha ancora bisogno di   accumulare forze, facendo leva su chi, sindaci e imprese, intende  resistere alla spinta privatizzatrice sulle loro SPA in house e se possibile spingerle ad organizzarsi ed associarsi in comitati e in associazioni come Acqua Pubblica Europea presieduta da Anne le Strat vicesindaco di Parigi e a cui partecipano tante SPA in house europee.

Forse possiamo puntare ad un asse Napoli -Milano- Bari, tre realtà che nell’immaginario popolare rappresentano le punte più avanzate della partecipazione.

Affrontare la nuova realtà nel confronto.

I cittadini, con il loro voto, hanno inteso, al di la degli specifici  quesiti, affermare che tutti i servizi pubblici locali e il servizio idrico in particolare devono essere pubblici e l’acqua non deve generare profitti.

Ma oggi, non c’è istituzione italiana che interpreterà questo spirito del mandato popolare o anche solo e semplicemente il suo risultato. (nemmeno il Presidente Napolitano farà sentire la sua voce sulla palese violazione della Costituzione)

La crisi economica, devasta il vivere sociale, devasta la politica che dovrebbe dare risposte, così a noi, a tutti i movimenti sociali, vengono affidate inedite responsabilità, che non si possono più affrontare dentro la gabbia di consolidate certezze.

Tornando a noi.

Con il primo quesito (abrogazione della legge Ronchi) abbiamo eliminato solo l’obbligatorietà alla gara per tutti i servizi pubblici locali.

Da qui partono tutti i tentativi di smontare il referendum, violando la costituzione,  con il bastone ( le minacce di commissariamento e la carota ( il premio una tantum per chi fa entrare il privato ) :

-       ignorando il responso referendario che toglie l’obbligatorietà alla privatizzazione per tutti i servizi pubblici locali e non solo per l’acqua;

-       avvalendosi della libera facoltà dei sindaci di scegliere il tipo di gestione, per forzarli  alle gare o alle fusioni, anche per il servizio idrico;

-       e per il secondo quesito sul 7% di profitti, cercando cavilli giuridici per non attuarlo.

Questo è quanto dobbiamo contrastare.

Privi di finanziamenti, isolati, ricattati dai partiti, per molti sindaci non sarà facile trovare il coraggio politico di respingere i bastoni le carote e contrastare le gare e l’ingresso dei privati.

Una iniziativa per rimettere il movimento nell’agenda della coscienza popolare annichilita dalla crisi.

L’abbiamo forse scordato, ma il referendum l’abbiamo vinto perché abbiamo parlato per 12 anni il linguaggio universale dell’acqua, non abbiamo accettato il piano che la politica dei contabili volevano imporci parlando solo di tariffe, di soldi che non ci sono e di efficienza dei privati. L’abbiamo vinto perché abbiamo parlato di diritti umani universali, di mercificazione di un bene comune fondamentale alla vita di tutti gli esseri viventi, quindi del diritto alla vita.

Abbiamo parlato di principi e valori altrettanto universali, scritti nel documento fondante il vivere assieme in questo mondo: La dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.

Questi diritti rappresentano il cammino della civilizzazione umana e non si possono cancellare o ridurre ad ogni cambio dello spreed o a gradimento del mercato e delle agenzie di rating.

Questo è il dramma del nostro tempo.

E’ necessario ritornare tutti a comunicare a formare coscienze e nuovo senso comune tenendoci fuori dalle culture dell’antagonismo più o meno radicale violento, settario, testimoniale.

La manifestazione del 15 ottobre ha comunicato cose negative, ha collocato l’acqua e il movimento, nello spazio di un’area politica e di una strategia precostituita, quella degli antagonisti. Siamo tutti antagonisti al neoliberismo, ma questo termine nel nostro paese non è un aggettivo, è una proposta politica, strategica e organizzativa, con alle spalle una lunga storia, dal Potere operaio, all’Autonomia operaia fino ai Centri sociali. Una storia di sovrapposizione sui movimenti, di violentismo e di fallimenti.

La storia del movimento dell’acqua è stata cosa diversa, sta agli antipodi, è articolata, è frutto di un lavoro capillare locale, nazionale e internazionale, non urlato, non testimoniale, rivolto a tutti, ricostruttivo del perduto senso comune dell’interesse generale e della solidarietà con chi ne soffre l’assenza, è fatto di carovane nei punti caldi del mondo.

Il mercato e la politica

Il mercato cancella la politica, le istituzioni, il respiro universale e, ancora più grave, cancella l’idea di partecipazione.

Ricordare al popolo di sinistra e ai movimenti alcune verità è opportuno:

-       vincere sull’acqua è vincere tutti e bisognerebbe concentrare le forze di tutti i movimenti per respingere l’attacco al referendum sull’acqua;

-       fare politica non è la cancellazione dei partiti, ma non può più essere la ricerca del potere, non può più essere l’esercizio, spesso tifoso, di far vincere il proprio partito, la propria squadra, la propria ipotesi più o meno coerente, rivoluzionaria o riformista che sia..

Fare politica è, prima di tutto, far crescere la coscienza e la partecipazione del popolo e costruire un nuovo senso comune tra la gente.

-       la politica sta oggi in bilico tra il “coma profondo” procurato dal mercato e la “vita” che i movimenti le infondono con i loro contenuti.

A loro tocca la grande responsabilità di riscriverla …

Riprendere la nostra storia.

Occorre dare senso e attualità alla battaglia sulle privatizzazioni, riprendendo ciò che l’acqua sta rendendo visibile e percepibile alla gente, ovvero che le privatizzazioni sottendono la privatizzazione dei diritti che diventano: io pago io ho il diritto, sottendono la rottura di ogni relazione collettiva nella nostra società.

La tragedia delle alluvioni, i mutamenti climatici, il degrado del territorio e del patrimonio culturale del nostro paese, la decadenza delle reti dei servizi pubblici. In una parola la messa in sicurezza del nostro paese non si affronta privatizzando e con i tagli della spesa pubblica, ma con la risposta della politica che nella crisi trova in questi una occasione di rilancio occupazionale.

E ancora, la politica che risponde al “dove trovare i soldi” colpendo la speculazione finanaziaria con un movimento mondiale sulla Tobin Tax. E’ cosa questa che riguarda il movimento dell’acqua dentro ai Forum Sociali Mondiali oggi in piena crisi.

E’ incredibile pensate: i Forum Sociali Mondiali hanno lanciato la Tobin Tax nel 1998, quando le istituzioni di tutto il mondo la osteggiavano e la ignoravano, ora che ne parlano molti governi, il Forum Sociale Mondiale tace, non ne parla più.

Dopo il referendum.

Subito dopo la vittoria c’è chi ha pensato che si chiudeva un ciclo di 12 anni e che pertanto dovevamo proiettarci verso un più ampio movimento dei beni comuni.: dall’acqua, ai servizi pubblici, dal lavoro ad internet ecc…

Dentro tale prospettiva l’acqua diluisce la propria forza e non serve nemmeno alla crescita di altre narrazioni. Quali sono beni comuni? Ma sopratutto: quale comune denominatore, quali obbiettivi comuni, quale vertenza li può tenere assieme?

Altri hanno pensato alla nascita di uno spazio alternativo, di lotta dentro al quale far convergere tutto ciò che si scontra nei territori e nel sociale ( dall’acqua alla TAV ai precari, ai rifiuti ecc..).

Entrambe sono state delle scappatoie che hanno allentato la nostra guardia.

Quali e quanti sono i beni comuni è un esercizio che ci porta solo a teoriche disquisizioni: il lavoro è un bene comune? L’acqua è un servizio pubblico come gli altri?

Oggi i beni comuni da affrontare in modo convergente sono i grandi elementi della vita: Aria – Acqua – Terra/cibo -  Fuoco/Energia, caratterizzati da Esauribilità, Indispensabilità, Insostituibilità, Universalità del diritto, necessità di partecipazione

Auspicabile è la crescita di narrazioni mature su questi beni fondamentali, che possano trovare poi convergenze ed obbiettivi comuni.

Oggi un movimento con la stessa o forse superiore maturazione di quello dell’acqua è il movimento sulla Terra, la sovranità alimentare, il cibo sostenibile, l’agricoltura compatibile e della difesa del territorio dal degrado e l’altro può essere quello dell’energia.

Tra questi vanno trovate convergenze.

Il movimento dell’acqua ha cercato consenso tra tutti, non “l’avversità” verso tutti. Il movimento dell’acqua può e deve essere un modello per il nuovo ciclo di lotte e di pensiero, che si annuncia con i giovani in piazza a New York, a Madrid e con i ragazzi che spalano il fango a Genova ecc…

Anche per loro, la morte della politica e la chiusura nel recinto degli antagonisti, sono un qualcosa con cui dovranno fare i conti.

Abbiamo parlato a tutti.

Pensiamoci: 27 milioni di italiani hanno votato il referendum. Da oltre 30 anni il PCI/PD, con alchimie politiche, insegue un “centro” senza mai riuscire ad acchiapparlo ed ecco che il movimento dell’acqua su di un tema forte, che da solo può esemplificare il cammino dell’alternativa politica, ha conquistato il centro, la destra, i credenti e i non credenti e questo deve pur insegnare qualcosa.

Forse noi stessi non abbiamo riflettuto sufficientemente su:

Quale modo di fare politica, quale rivoluzione culturale sta dietro allo straordinario risultato del referendum?

Quale responsabilità viene consegnata oggi ai movimenti?

Emilio Molinari

Ora una voce che viene da lontano, che parla di crisi e di liberismo economico

Quando la politica era autonoma dal mercato

e parlava di diritti e di principi universali.

Dall’intervento di insediamento del presidente USA Franklin Delano Roosevelt: 4 Marzo 1933 nel pieno della crisi del 1929.

Con questo spirito tutti noi – io e voi – affrontiamo le nostre comuni difficoltà…Non siamo stati colpiti dalla piaga delle locuste…Ciò accade inanzi tutto perché chi domina lo scambio di beni materiali ha fallito….La condotta degli speculatori senza scrupoli è ora di fronte al giudizio dell’opinione pubblica e alla ripulsa dei cuori e della ragione degli uomini.

Le uniche regole che conoscono sono quelle di una generazione di egoisti privi di di una visione del futuro e quando questa manca il popolo soffre.

…Il nostro obiettivo più importante è quello di far tornare la gente a lavorare….Lo possiamo realizzare attraverso assunzioni governative dirette, affrontando l’impegno come faremmo con un’emergenza bellica, ma, al contempo, grazie a queste assunzioni, portare a termine progetti di riorganizzare le nostre risorse naturali.

…In questo sforzo per un rilancio dell’occupazione….Abbiamo bisogno di una severa azione di controllo su tutte le attività bancarie, creditizie e di investimento, per porre fine alle speculazioni con danaro altrui…

Cinque mesi dopo al congresso.

…Gli aiuti comunali e statali sono stati estesi al massimo. Come sapete, abbiamo messo trecentomila giovani uomini a lavorare a progetti concreti e di pubblica utilità nelle nostre foreste e a prevenire l’erosione del suolo e le alluvioni….

…Un grande programma di lavori pubblici da tre miliardi di dollari per la costruzione di reti elettriche e strade, di imbarcazioni per la navigazione interna, per la prevenzione delle alluvioni e per migliaia di progetti comunali e statali…

…grazie a uno sforzo democratico dell’industria possiamo ottenere un aumento generale degli stipendi e una riduzione delle ore di lavoro…

Si potrà farlo solo se permetteremo e incoraggeremo la cooperazione in ambito industriale, perché se non ci sarà unità di azione pochi uomini egoistici in ogni ambito continueranno certamente a pagare stipendi da fame e a esigere lunghi turni lavorativi.

La concorrenza dovrà scegliere se seguirli sulla strada dell’aumento progressivo dello sfruttamento.

Abbiamo visto questo tipo di azioni determinare la continua caduta verso l’inferno economico degli ultimi 4 anni.

La proposta è semplice: se tutti i datori di lavoro agiranno di concerto per ridurre l’orario di lavoro e per aumentare gli stipendi, noi potremmo aumentare l’occupazione.

Sembra scritto nel nostro tempo, solo che oggi nessun leader ha questa voce.

————

Guido Rossi

“..la vera crisi, che ha portato il capitalismo finanziario ad occupare le istituzioni democratiche rendendole impotenti a risolvere i problemi e a alimentare la paura, l’insicurezza, i diritti oscurati, non è dovuta solo alla mancanza di leader europei…

La causa sta principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo della società civile. Il capitalismo ha ucciso i diritti.” (Corriere della Sera)

Comunicato Stampa della Nuova Stagione sulle diossine di Parona

Comunicato Stampa della Nuova Stagione sulle diossine di Parona

Comunicato Stampa della Nuova Stagione sulle diossine di Parona

Non è un caso che sulle uova contaminate da diossina, ora indaga anche la Regione, non è nemmeno una coincidenza che gli esami sulle diossine siano stati fatti in pollai vicini ad aree industriali come la nostra. I casi di alimenti contaminati da diossina stanno diventando sempre più frequenti in zone dove sono attivi impianti industriali e in particolare dove sono in funzione impianti d’incenerimento. A parte le analisi autonome concordate tra il Comitato Salute e Ambiente di Parona e il comune, che si possono anche fare, rimane la perplessità sul modo di agire di questa amministrazione. Se leggiamo sotto le dichiarazioni del Sindaco di Castegnato e del direttore dell’Arpa di Brescia, dicono circa le stesse cose che ha sostenuto il capogruppo di minoranza Trovati nel Consiglio Comunale del 30 settembre 2011, che condivido. L’Asl continua a sostenere che in “questi allevamenti ci sono delle pratiche agronomiche scorrette”, ma noi iniziamo a sospettare che le stesse procedure adottate da allevamenti in zone non contaminate, possano dare esiti diversi dagli attuali. Riguardo all’inquinamento del nostro piccolo paese di campagna, vorremmo fare notare che il giorno 21 ottobre 2011, in coincidenza dei forti odori che si sentivano in paese, abbiamo rilevato che la nostra centralina ha misurato 147 µg/m3 e oggi 78 µg/m3 di PM10. Ho scaricato i dati di tutte le centraline delle province della nostra regione, dal sito dell’ARPA della Lombardia e li ho salvati nel documento:

Arpa-PM10-Lombardia-22-Ottobre2011 (PDF 495Kb)

Dati PM10 di Parona dal 13 al 22 ottobre 2011

Parona_PM10-22-10-2011

Visti i dati, chiedetevi se oggi (22 ottobre) è normale che un paese di Campagna di circa 2000 abitanti abbia l’aria più inquinata della Lombardia e i nostri amministratori non fanno niente e dicono di non preoccuparci perché è una situazione generalizzata un po’ ovunque. E non è ancora finita, continuano a edificare e a toglierci il verde anche in aperta campagna, qualcuno si chiede: “com’è possibile fare tutto questo”. Aspetto con ansia il nuovo censimento per vedere cosa hanno ancora sottratto. Inutile ripetersi aggiungendo altro sulle diossine, perché tutto è già stato pubblicato sul sito della Nuova Stagione ed è di facile consultazione. Siamo graziati in primavera e in estate perché rispetto alle città siamo in campagna, sempre che non ci tolgono anche il poco verde che ci rimane.

BresciaOggi.it – Provincia – 10 Giugno 2011

Uova contaminate da diossina ora indaga anche la Regione

CASTEGNATO. Il Pirellone dispone nuovi test anche a Ospitaletto, Casto, Sarezzo e Montirone

Il sindaco Orizio soddisfatto a metà «Imbarazzante il silenzio dell’Asl» L’Arpa avverte: «Servono risorse per arrivare alla verità scientifica»

A otto mesi dall’esplosione del caso, la Regione ha deciso di indagare sulle cause delle uova alla diossina scoperte in sei allevamenti domestici privati della provincia. Con la pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Regione Lombardia è diventata dall’altro ieri operativa la mozione presentata dal leghista Alessandro Marelli e approvata dal consiglio del Pirellone che impegna l’ente a varare nuovi controlli e analisi.

Anche se non risparmia un altro affondo alla Asl, esprime soddisfazione il sindaco di Castegnato, il paese dove i rossi tuorli delle ovaiole ruspanti dell’azienda agricola Gottardi contenevano concentrazioni di diossina fino a 5 volte superiori i limiti di legge. «Apprezzo che ci siano nuovi controlli – osserva Giuseppe Orizio – ma devo esprime tutta la mia delusione perché da metà febbraio, dopo che siamo venuti a conoscenza del fenomeno da un quotidiano locale, non ho più avuto nessuna informazione da parte dell’Asl. Non so se sul mio territorio stanno mangiando ancora uova alla diossina».

A fare le analisi dei terreni ci penserà Arpa Brescia, che però dovrà avere anche i mezzi economici e gli strumenti per affrontare queste indagini suppletive. Quindi la volontà politica del consiglio dovrà in tempi brevi essere sostenuta economicamente dall’assessorato all’Ambiente. Ma i tempi a dire il vero restano un’incognita.

POLLAI E INDUSTRIE. Gli allevamenti privati di Castegnato, Ospitaletto, Montirone, Brescia, Sarezzo e Casto si trovano tutti nelle vicinanze di grandi siti industriali, soprattutto impianti siderurgici. Non è un caso che le indagini Asl fossero andate a cercare pollai così vicini alle industrie: glielo aveva imposto un anno fa la direzione regionale Sanità, per indagare le possibili ricadute inquinanti dell’industria sulla filiera agricola. Ora: le uova inquinate si sono trovate nella nostra provincia, come in quella di Mantova e Pavia (un pollaio sospetto è vicino all’inceneritore di Parona).

Ma sulle possibili cause la risposta dell’Asl di Brescia è stata quanto meno semplicistica: la colpa dell’inquinamento sarebbe da imputarsi «alle scorrette pratiche agronomiche» degli allevatori: piccoli roghi di sacchi di plastica e legno verniciato sui terreni dove razzolano le galline, dispersione di oli, plastiche, polistirolo, l’utilizzo di mangiatoie in plastica. Ora invece, grazie alla Regione verranno approfondite le potenziali ricadute delle industrie vicine ai pollai privati.

L’ARPA DI BRESCIA, per bocca del suo direttore Giulio Sesana si dice disponibile a mettersi subito al lavoro.

«L’Asl ha evidenziato che in molti di questi allevamenti ci sono delle pratiche agronomiche scorrette – osserva Sesana -, ma indubbiamente ci sono aspetti di carattere territoriale che vanno approfonditi, a partire appunto da quelle zone della provincia dove insistono determinate realtà industriali. Ricordo che da tempo stiamo indagando le ricadute in termini ambientali delle aziende siderurgiche bresciane. Abbiamo iniziato con Odolo, siamo passati all’Alfa Acciai e adesso proseguiamo su altre zone della provincia, senza paura di dover nascondere nulla». Vero è che tutte queste analisi suppletive richiedono risorse umane e strutturali che si traducono in maggior costi.

«Spero che la Regione provveda a fornire una copertura economica alle indagini suppletive richieste dalla mozione» conclude Sesana.

Pietro Gorlani

la Provincia Pavese – 22 ottobre 2011

Parona, nuove analisi per la diossina

PARONA Il Comune farà analizzare due uova deposte da galline di allevamenti avicoli locali per capire se contengono diossine e policlorobifenili. La decisione è stata presa di concerto con il Comitato dei cittadini per la salute e l’ambiente al termine dell’ultimo consiglio comunale. Gli amministratori vogliono integrare i campioni esaminati quasi un anno fa dalla Regione Lombardia e dal Servizio veterinario dell’Asl di Pavia, dopo che erano stati rinvenuti residui di diossine e di pcb in uova deposte da galline di allevamenti avicoli rurali. «Abbiamo ritenuto di dover incrementare le analisi utilizzando un laboratorio di Bologna, in modo da rassicurare maggiormente la popolazione di Parona», riassume l’assessore al’Ambiente, Mauro Sommi. Nell’aprile scorso il dipartimento di Prevenzione veterinaria dell’Asl di Pavia aveva comunicato gli esiti delle prime indagini, secondo cui i campioni di latte erano risultati conformi alla normativa, mentre in due dei tre campioni di uova analizzati erano risultate concentrazioni di diossine superiori al limite consentito. «Gli accertamenti condotti dal dipartimento Asl avevano evidenziato condizioni preoccupanti sotto il profilo igienico-sanitario a danno della sicurezza per la comunità e, in modo particolare, per gli eventuali consumatori di uova deposte da galline di un nostro allevamento avicolo – commenta il sindaco Silvano Colli – Da accordi con il Comitato dei cittadini, il Comune è intenzionata a effettuare, autonomamente e indipendentemente dal lavoro svolto dall’Asl, una verifica qualitativa e quantitativa su dei campioni di uova prelevati dall’allevamento avicolo rurale in cui era stata riscontrata la presenza di diossine, sia per verificare il rispetto delle ordinanze che avevo emanato in primavera sia per avere ulteriori riscontri da sottoporre all’Asl». Umberto De Agostino

Saluti

Soffritti Renato (cell:333-6025582)

vicolo Andrea Costa,3

27020 Parona Lomellina

Sito Web: www.nuovastagione.eu

La CGIL di Vigevano e Voghera organizzano 2 pullman per lo sciopero generale del 6 settembre 2011

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Manovra indecente, finirà la crociata “progressista”?

Manovra indecente, finirà la crociata “progressista”?

Chissà se anche ora, dopo il pacco confezionato ad Arcore, continueremo ad assistere al coro, talvolta minaccioso talaltra petulante, di forze politiche o di parti di esse, che chiedono alla Cgil di rinunciare all’effettuazione dello sciopero generale contro la manovra del governo. Dal governo, ovviamente, non ci si può aspettare nulla di diverso. Stupisce semmai che gli appelli, ora accorati ora indignati, siano, una volta di più, bipartisan, con in testa un gruppo consistente di “responsabili” del Pd che rimproverano alla Cgil di avere smarrito quella paralizzante vocazione unitaria che tanto era loro piaciuta negli ultimi tempi. A Cisl e Uil, per altro, non è necessario rivolgere alcun invito perché la loro inerzia, la loro servile acquiescenza filopadronale e filogovernativa sono così scontate da rendere superfluo che ad esse si chieda alcunché.

Il padre, diciamo “nobile”, di questa nuova crociata “progressista” è Walter Veltroni, capace come nessun altro di ricollocarsi, di volta in volta, a destra di se stesso. Per lui (e per la nutrita truppa “democratica” che ne segue le gesta) il solo sciopero buono non è quello unitario, ma – semplicemente – quello che non si fa. Tuttavia, la cosa più sconcertante l’abbiamo letta qualche giorno fa su “la Repubblica” per la firma di Tito Boeri, autore di quello stupefacente “La Cgil sciopera contro una manovra che non c’è”. Purtroppo, sia pure all’insaputa della corte “giavazziana”, la manovra c’è. Eccome. E l’accordo raggiunto lunedì ad Arcore dal direttorio della maggioranza è lì a benedire la più dura ed indecente persecuzione dei lavoratori e della povera gente e l’assoluzione da ogni contributo dei ricchi, a partire da quelli che lucrano, che barano, che rubano, che malversano di più.

Una perla, fra tutte, è uscita dal maleodorante cilindro: gli anni di studio riscattati dai laureati non potranno essere più computati ai fini dell’età pensionabile. Una cosetta che in un colpo solo aumenta fino a 12 (dodici) anni il tempo di lavoro necessario per guadagnare il diritto alla pensione! Berlusconi può legittimamente brindare a champagne! Si tratta ora di vedere come, alla fine della giostra, si comporrà il colpo solenne: se col gas nervino o con la mazza chiodata; se con i tagli agli enti locali o col ripescaggio dell’aumento dell’Iva; se distruggendo ciò che resta delle pensioni di anzianità o eliminando quelle di reversibilità; se smantellando le prestazioni assistenziali o revocando ogni voce deducibile dalla denuncia dei redditi. Oppure “mixando” questo campionario.

Di certo c’è quello che è stato già fatto e che è bene ricordare: dai tickets sulle visite diagnostiche e sul pronto soccorso al blocco degli stipendi e dei contratti degli statali, dalla mancata rivalutazione delle pensioni al taglio lineare su tutte le prestazioni previdenziali, dal prelievo fiscale esteso al piccolo investimento azionario al sequestro dei trasferimenti agli enti locali e alla privatizzazione delle aziende municipalizzate. Poi c’è quello che è già acquisito e che nessuno (né dal centrodestra né dal centrosinistra) più contesta, come il congelamento del Tfr e lo scippo delle tredicesime imposto ai dipendenti pubblici. Altrettanto certo è che non sarà colpita e neppure tiepidamente ostacolata la speculazione finanziaria: della “Tobin tax”, volta a colpire le transazioni finanziarie speculative, sistematicamente evocata e subito tumulata, non si farà nulla; l’imposta patrimoniale non vedrà la luce, neppure nelle forme più blande e simboliche, perché – come senza senso del pudore piagnucola Marcegaglia – i ricchi pagano già troppo; i capitali frutto di mille pratiche evasive e trasferiti nei paradisi fiscali (della cui fantastica consistenza ci ha reso edotti la Banca d’Italia) non saranno neppure sfiorati.

Con assoluta certezza non si porrà alcun limite agli stupefacenti stipendi, pensioni e buone uscite dei grandi manager pubblici, mentre a nessuno viene in mente di chiedere che la Chiesa paghi almeno l’Ici sugli edifici da essa destinati ad attività commerciali. Di sicuro non si tagierà il bilancio della Difesa, che fra spesa corrente, missioni di guerra e potenziamento dell’arsenale bellico (cacciabombardieri Eurofighters, fregate Fremm, elicotteri Uh 90 e altre diavolerie) divora più di 23 miliardi l’anno. Sappiamo invece che della manovra farà parte la soppressione del divieto di licenziare senza giusta causa o giustificato motivo, che si materializzerà attraverso il preventivo consenso del duo Bonanni-Angeletti e dei loro solerti fiduciari aziendali, colpendo al cuore la protezione che l’articolo 18 della legge 300 del 1970 garantisce (almeno nelle aziende con più di 15 dipendenti) a quei lavoratori che siano colpiti da licenziamenti ingiusti. Come a dire che la crescita della produttività del nostro malandato sistema industriale è affidata non già agli investimenti e all’innovazione di processo, di prodotto e di sistema, bensì alla restaurazione di rapporti di lavoro servili fondati sul ricatto imposto alla parte più debole e sulla soppressione del contratto nazionale di lavoro.

Contro questo scempio sociale si è schierata la Cgil, proclamando uno sciopero generale di otto ore per il prossimo 6 settembre, rompendo il grottesco sodalizio che la teneva avvinta a Confindustria e ai banchieri, vale a dire agli attori protagonisti – in partnership con il governo in carica – del dissesto sociale, economico e politico in cui versa il paese. Il nostro augurio è che ora il sindacato di Corso d’Italia sappia resistere alle bordate del fuoco “amico”. Di più: vogliamo sperare che in Cgil si faccia finalmente strada la consapevolezza che la direzione intrapresa con l’accordo del 28 giugno l’ha cacciata in un angolo dal quale è necessario presto uscire. Perché quel patto serve soltanto ad irretire, a bloccare sul nascere ogni conflittualità sociale, ogni propensione rivendicativa, ogni autonomia culturale del mondo del lavoro.

La ripresa di un movimento sindacale animato da una forte carica progettuale, come sempre è stato quello italiano, è condizione decisiva per rimescolare le carte, anche quelle ingessate della politica, e muovere il pendolo dei rapporti di forza che oggi volgono a favore di un blocco sociale a trazione confindustriale, sicuro di poter dettare le proprie condizioni – diciamolo pure: di governare indisturbato – tanto con il centrodestra quanto con l’odierno, anemico centrosinistra.

Il fatto è che governo e opposizione parlamentare si contendono la guida del paese chiusi nello stesso recinto culturale, entrambi persuasi che le regole fondamentali che disciplinano le relazioni fra gli esseri umani siano già date oggi e per sempre e che nulla di veramente nuovo possa essere pensato, tanto meno tentato. Lo scontro fra di loro può divenire (a parole) molto aspro, ma è una tempesta in un bicchiere d’acqua. Perché nessuno di quei trepidi duellanti immagina che sia davvero possibile (e neppure auspicabile) un governo pubblico dell’economia, avendo essi attribuito al mercato (regolato? temperato?) virtù quasi taumaturgiche, nelle quali si continua a credere a dispetto delle devastanti prove che il mercato continua a dare di sé.

E forse questi apprendisti stregoni neppure sospettano che rinunciare a controllare politicamente l’economia non significa arrendersi ad una legge di natura, ma compiere nient’altro che una scelta politica, sposare nient’altro che un’ideologia. La salvezza del paese – e quella del pianeta – non verrà né da questa manovra, né dal paradigma monetarista che ci domina, né dal liberismo che depreda esseri umani e natura compromettendone presente e futuro.

Lavorare, subito, come ci siamo reciprocamente promessi all’indomani della vittoria nei referendum, alla costruzione di una Costituente dei Beni Comuni significa cominciare a progettare altre strade, indicare altre soluzioni, concrete e radicali, fondare un’altra idea di politica e di democrazia, solidale ed egualitaria, capace di offrire risposte alla ribellione e alle rivolte che attraversano la società. Solo se sapremo stare a questa altezza potremo costruire consenso e movimento, coagulare generazioni, forze sociali e intellettuali capaci di rendere attuale e possibile un mutamento profondo.

Dino Greco direttore di “Liberazione”

Programma festa del Prc di Voghera

Festa Voghera

http://www.rifondazione-voghera.it/DesktopDefault.aspx?tabid=8

La manovra Tremonti e i “pianti” del Sindaco Sala di Vigevano per la “scarsità delle risorse”

La manovra Tremonti e i “pianti” del Sindaco Sala di Vigevano per la “scarsità delle risorse”

Benvenuto nella realtà, signor Sindaco! Come si fa a non condividere lo scenario “apocalittico” presentato giovedì 21 luglio sull’Informatore dal sindaco di Vigevano Andrea Sala alla luce della recente manovra finanziaria? In effetti ci troviamo davanti ad obiettive e innegabili verità quando il sindaco parla di «ripercussioni pesanti sulle fasce più deboli», «scarsità delle risorse» e di una «realtà come la nostra già in tremenda sofferenza». Evviva l’obiettività!

In tutto ciò, però, qualcosa stona e viene proprio da domandarsi se Sala sia consapevole che il suo partito, la Lega, da sempre vicina alle posizioni del ministro Tremonti, ha votato la recente manovra senza troppe esitazioni. Beh, indubbiamente sì! E quindi da una parte abbiamo il tentativo di mettere le mani avanti, davanti alla cittadinanza, per anticipare e giustificare le politiche da “macelleria sociale” a cui assisteremo e che proveremo sulla nostra pelle nei prossimi anni, e dall’altra emerge la mancanza di una chiara posizione di condanna verso chi questa situazione l’ha creata, Lega in prima fila, non solo con la manovra ma attraverso vent’anni di politiche liberiste incontrollate e selvagge, politiche che di anno in anno hanno tagliato sempre di più lo stato sociale facendo crescere di pari passo la miseria, il malessere e la guerra tra poveri, e di cui l’ultima manovra “lacrime e sangue” rappresenta il colpo di grazia. Un po’ come il boia che prima di tagliarti la testa chiede scusa per quello che sta per fare, giusto per intenderci…

Lo scenario che si prospetta per gli anni futuri è davvero devastante e la famosa affermazione “socialismo o barbarie” è più che mai attuale. Non si può pensare che la politica comunale sia qualcosa di scindibile dalla politica a livello nazionale, in quanto i Comuni rappresentano i terminali del nostro sistema politico ed amministrativo, e tutto ciò che viene deciso a livello nazionale si ripercuote su di essi. Diventa quindi abbastanza inutile e falso piangere la mancanza di risorse quando poi a livello nazionale si eleggono “mestieranti” della politica che a loro volta votano scelte scellerate che sono sotto gli occhi di tutti.

L’unica cosa che ormai si può e si deve fare è spazzare via questo modo “osceno” di fare politica, per passare ad una politica che sia la voce dei cittadini e del bene comune e non dei mercati, della logica del profitto e del fare cassa a tutti i costi.

Ovviamente la realtà comunale risente di tutti i limiti amministrativi derivati del fatto di essere l’ultimo “anello” della politica sviluppata a livello nazionale, e risulta quindi abbastanza impensabile che Vigevano possa “rifiorire” senza che prima non ci sia un cambiamento netto e radicale all’origine della catena.

Ciò che si può comunque fare, e deve essere fatto, è aumentare la partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative, come Rifondazione Comunista ha sempre sostenuto. A maggior ragione oggi: davanti ad un contesto di crisi e di povertà in esponenziale crescita anche a livello locale è infatti fondamentale che siano i cittadini ad avere voce in capitolo, e non semplicemente a subire le logiche di taglio e di discriminazione dell’attuale giunta. Progettualità partecipata, bilancio partecipativo e spazi di partecipazione in ogni quartiere cittadino potrebbero essere un buon punto di partenza.

Alessio Galli

Segretario cittadino

del Circolo di Vigevano

del Partito della Rifondazione Comunista

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