Lucio Magri ha deciso di andarsene così, mettendo fine ad un lungo periodo di autoisolamento e ormai irreversibile depressione. E noi non proveremo neppure ad indagarne le personalissime ragioni, che devono solo essere comprese e rispettate. Resta il dolore per una perdita che nessuno e nessuna hanno potuto evitare.
In quest’ora tristissima, solo poche cose ci sentiamo di dire, ed in primo luogo una. Benché il suicidio possa apparire come una resa ai colpi della vita, e per lui indubbiamente lo è stata, il messaggio, quello pubblico, che Lucio ci rende è l’opposto della rinunzia alla lotta, all’ingaggio politico.
Negli ultimi tempi, totalmente immerso nella stesura del suo ultimo libro che oggi ci appare non solo come un grande sforzo di ricognizione storica, ma come il suo testamento politico, Lucio era dominato da un assillo, quello di avere mancato in un momento di cruciale importanza per le prospettive della sinistra italiana. Fu quando ad Arco di Trento – dopo la svolta della Bolognina con cui Achille Occhetto aveva imboccato la strada della dissoluzione del Pci – Lucio svolse al cospetto della sinistra del partito che si opponeva a quell’epilogo – una lucidissima relazione nella quale contestava in radice la scelta autodistruttiva di Occhetto, ne demoliva i presupposti politici e culturali, per delineare il progetto di un profondo rinnovamento della cultura, della strategia del partito comunista, di una sua rifondazione, appunto.
Era convinto, Magri, che i giochi fossero ancora aperti.
Lo era sin da quando, nei primi anni Ottanta, lo scontro nel Pci fra Enrico Berlinguer e la destra interna (sulla Fiat, sulla scala mobile, sulla questione operaia, sulla questione morale come degenerazione della partitocrazia) era venuto alla luce del sole con inedita durezza e andavano maturando le condizioni di una riparazione storica e politica del partito alla radiazione inflitta al gruppo del Manifesto, nel fuoco di una battaglia che si annunciava già senza esclusione di colpi. Ebbene, malgrado il colpo della scomparsa di Berlinguer, Lucio era convinto che Occhetto (e il gruppo dirigente stretto attorno a lui) non avrebbe retto di fronte ad un’opposizione che la sinistra avesse voluto portare sino alle estreme conseguenze, sino cioè alla minaccia di scissione. Solo quando Pietro Ingrao, con il suo immenso carisma, si pronunciò in favore, in ogni caso, di una permanenza nel partito, a lottare nel «gorgo», i giochi furono fatti. E Magri, ripensando a quei momenti cruciali, non finiva di rimproverare a se stesso e agli altri compagni di non avere reagito, di avere subito quello che, retrospettivamente, gli parve un cedimento, una debolezza, comunque un errore fatale. Difficile dire se la storia, se la vicenda politica della sinistra e del nostro Paese avrebbero potuto davvero prendere un’altra piega. Certo Magri ne era convinto e questa possibilità mancata, proprio perché sorretta da una rigorosa analisi storica controfattuale, rappresentava per lui il motivo di un tormento quasi angosciante.
Nell’incipit del suo libro, Il sarto di Ulm, c’è tuttavia l’ultima feconda esortazione che Lucio ci ha lasciato. L’invito a trarre da quell’apologo la forza, intellettuale e morale, per non ripiegare passivamente sui nostri insuccessi.
Dopo il fallimento rovinoso del sarto inventore di un marchingegno che credette capace di fargli spiccare il volo, gli uomini tentarono mille e mille volte ancora, finché riuscirono, molti secoli dopo, in quell’impresa titanica. Allo stesso modo, i comunisti farebbero bene a scansare la damnatio memoriae così di moda di questi tempi. «Se la storia reale della modernità capitalistica non era stata lineare, né univocamente progressiva – scrive Magri – perché dovrebbe esserlo il processo del suo superamento?».
Ecco allora che «chi al tentativo del comunismo ha creduto e in qualche modo vi ha partecipato (…) ha il dovere di rendere conto (…), di chiedersi se quella sepoltura non sia troppo frettolosa».
Lucio Magri ci manda a dire che quel tentativo che ha coinvolto per decenni le vite di migliaia, centinaia di migliaia, milioni di esseri umani in una straordinaria impresa collettiva, in un progetto di riscatto dell’umanità dalla soggezione e dallo sfruttamento, merita di essere considerato non soltanto con rispetto, ma come un percorso da riprendere. «Torno di nuovo e di più a chiedermi – concludeva Magri – se vi siano argomenti razionali e convincenti per opporsi all’abiura e alla rimozione. O quanto meno buone ragioni e condizioni adatte per riaprire oggi criticamente una discussione sul comunismo, anziché archiviarla. A me pare di sì».
Pare anche a noi, caro Lucio.
Grazie per il salutare, intelligente colpo di sferza che hai voluto darci. Fino all’ultimo.
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Dopo gli accordi del 28 giugno
Giovedì 1 dicembre a Pavia presso il “Commons”, viale Bligny 83, si terrà una serata di dibattito sull’accordo del 28 giugno firmato da Confindustria e sindacati.
I relatori saranno:
- Alessandro Villari, avvocato del lavoro
- Francesco Anfossi, La CGIL che vogliamo
- Francesco Signorelli, USB-Pavia
Modererà un giornalista de “La Provincia Pavese”
“Ecco perché quello di Fiat è fascismo aziendale” di G. Cremaschi
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Vorrei rispondere alle critiche che ho ricevuto per aver usato la definizione fascismo aziendale per quello che oggi sta facendo la Fiat di Marchionne. I licenziamenti politici, come quelli avvenuti a Melfi, l’autoritarismo continuo, l’oppressione sul lavoro resa ancora più forte dal fatto che si continuano a chiudere fabbriche, tutto questo non è ancora fascismo. Liberazione 27/11/2011 |
La grande menzogna del debito pubblico
Riporto qui di seguito un articolo di Valerio Evangelisti, uno dei più noti scrittori italiani di fantascienza, fantasy e horror, nel quale evindenzia la necessità di mettere in discussione la logica del debito e il sistema che ha generato essa: il Capitalismo.
Ricordo inoltre che V. Evangelisti è stato candidato per la Lista Anticapitalista alle elezioni europee del 2009, e successivamente è stato candidato per la Federazione della Sinistra alle elezioni amministrative del 2011 per il comune di Bologna.
LA GRANDE MENZOGNA DEL DEBITO PUBBLICO.
Le vecchie formule marxiane vanno riviste. Secondo Marx, è noto, si passava storicamente dalla formula originaria M-D-M (merce – denaro – merce) a D-M-D (denaro-merce-denaro). Non ipotizzava che si potesse giungere alla formula attualmente vigente: D-D (denaro-denaro).
Eppure è a questo che siamo. Si parla di crisi dovuta al debito. Debito di chi e verso chi? Tutti i paesi più sviluppati sono indebitati l’uno con l’altro. Attraverso le banche, e soprattutto le banche centrali. Questo non significa che la “crisi” delle loro popolazioni somigli a quella degli africani oppressi dalla siccità, degli asiatici costretti allo schiavismo lavorativo, dei sudamericani condannati a una miseria ancestrale. Ogni passo verso quei “modelli” deriva, più che dalla crisi finanziaria, dai mezzi messi in campo per uscirne.
Dunque, quando diciamo “crisi”, di cosa stiamo parlando? Di calcoli astratti, che con la produzione non hanno niente a che fare. Di pure cifre, per un ammontare fino a otto volte superiore a quello dell’economia reale: l’economia concreta, fatta di produzione di beni di consumo e di investimento. E nemmeno questo è sufficiente, a spiegare i giochi forsennati in atto. Se davvero il calcolo del debito avesse un senso, al primo posto verrebbero gli Stati Uniti, seguiti dal Giappone. La Grecia, tanto demonizzata, si collocherebbe a distanza.
Da qualche parte l’ho già detto. I Paesi ricchi di materie prime, di risorse umane e materiali, sono tra i più miserabili della terra. L’avvenire del mondo si gioca invece, in un poker assurdo, tra i Paesi del D-D. Quel che conta è il bluff, l’accumularsi di valori virtuali. La differenza dal gioco? Non è affatto previsto che si scoprano mai le carte.
Come uscirne è ignorare le fiches. Contano quanto il denaro a Monopoli. Se non si gioca, vale nulla. Se si continua a giocare, fingendo che sia reale uno scenario assurdo, ci si trova ad aggirarsi per Vicolo Corto o Vicolo Stretto, mentre altri hanno in mano Viale dei Giardini o Parco della Vittoria. Rovesciamo la scatola, gettiamo il denaro fittizio. Chi dirige il gioco entrerà in crisi. E’ l’unico che meriti di esserlo, in crisi.
Quando il demenziale ingranaggio dell’economia finanziaria si imbroglia, come accade periodicamente, tutti parlano di “crisi di sistema”, intendendo il sistema capitalistico. Ebbene, toglietevi ogni illusione. Il capitalismo non entra mai in crisi finale da solo, senza una spinta energica che lo butti gambe all’aria. L’unico meccanismo che, dall’interno, possa metterlo in ginocchio, si chiama caduta tendenziale del saggio di profitto. In effetti è un processo distruttivo, ma a lungo o lunghissimo termine, legato al costo sempre maggiore dei beni strumentali necessari a produrre e alla saturazione dei mercati – o perché si produce troppo o perché si restringono le aree di espansione.
Ma il capitalismo possiede armi efficaci per rallentare la caduta. Per esempio investire i guadagni in comparti diversi da quello della produzione di beni. In passato fu l’edilizia, oggi è la finanza (per fare un esempio, gli attuali margini di profitto della Fiat provengono da investimenti finanziari). Oppure la guerra, per cercare di conquistare aree in cui espandersi. O ancora la guerra interna contro le classi subalterne, a cui sottrarre reddito per costringerle a una totale subordinazione e all’accettazione, in ordine sparso, della rinuncia a diritti elementari.
Finanza, guerra, compressione sociale. Chi non associa questi tre strumenti (più tutta una varietà di altri minori) non coglie l’assieme dei fattori che delineano il presente. Si limiterà dunque a lamentare il presunto “signoraggio bancario”, la cattiveria degli speculatori (la speculazione non è un epifenomeno, ma l’anima stessa della finanza), l’egoismo degli Stati, la rapacità delle banche (che non sono mai state enti di beneficenza). Si concentrerà su disfunzioni locali, problemi di calcolo spicciolo, rapporti difficili tra Stati. Il tutto per eludere il problema di fondo. Non esiste una via d’uscita confortevole e riformista dal marasma attuale, anche perché il sistema gode di ottima salute. Anzi, approfitta dell’occasione per rafforzare istituzioni sottratte al controllo dal basso, ricatta, fa balenare false verità. Mette l’una contro l’altra addirittura etnie e religioni. Come diceva il saggio Orwell in 1984:
- La guerra è pace
- La libertà è schiavitù
- L’ignoranza è forza.
Fateci caso: sono slogan che, infiorettati e dissimulati sotto spoglie “ragionevoli”, vengono ripetuti venti volte al giorno.
Quanto al compito dell’antagonismo, è di rompere la macchina, non di aggiustarla. Si accavallano le proposte per “uscire dalla crisi”, e il manifesto – per fare un esempio – ne espone una al giorno. Regolare il mercato azionario, controllare le banche, ricalibrare le imposte, proclamare piccoli default locali, non proclamarli, differenziare le monete, scindere le aree europee, inventare nuovi titoli, ecc. A che scopo? Dichiarato o inespresso che sia, è quello di “tornare come prima”. Ma proprio “prima” radicava la contraddizione.
Simili faccende vanno lasciate ai padroni del vapore. Bisogna concentrarsi sull’offensiva dal basso, e state certi che, quanto più sarà spietata, tanto più chi è in alto proporrà riforme. Che ci pensino loro, a dettagliarle. Lo hanno sempre fatto. A seconda del livello di scontro vi si adeguano e cercano frettolose soluzioni. Lasciarsi coinvolgere in sterili dibattiti, preferire un governo a un altro, significa già riconoscere la legittimità di un assetto complessivamente malato. Non uscire dai recinti del sistema.
La parola d’ordine più giusta udita finora – in tutto il mondo – è “Noi il debito non lo paghiamo”. Punto e basta. Al resto pensi chi comanda, o crede ancora di comandare.
Luigi XVI, prima che gli fosse chiesto alcunché, riconobbe la sovranità dell’Assemblea Nazionale, la soppressione dei privilegi della nobiltà, la Convenzione. Si mise persino la coccarda tricolore sul cappello, prima di perdere la testa. Il fatto è che aveva paura.
Le piazze francesi, a quei tempi, erano piuttosto affollate. Ed esuberanti.
Bisogna che chi siede in alto abbia paura. E che chi sta in basso abbia coraggio. Molto
Sto incitando alla lotta violenta? Non è mia intenzione. Dalla mia penna, in ogni caso, non uscirà una sola parola contro chi, ai limiti della disperazione, sfoga la propria rabbia. Lo farà in forme piacevoli o spiacevoli, razionali o istintive. L’intelligenza collettiva, per crescere, va per tentativi. Finché non si forma una volontà comune, un abbozzo di progetto. Siamo agli esordi, gli infantilismi (ipotetici) vanno messi in conto. A me basta che tre punti siano chiari a tutti:
- No alla guerra, comunque giustificata. La guerra è scontro fra gente che ha gli stessi interessi, manovrata da una minoranza che ha interessi diversi.
- No a ogni potere politico-economico sottratto al controllo di chi vi è sottoposto. Tale è oggi l’ordinamento europeo;
- No all’annichilimento della cultura diffusa sotto il peso della falsa informazione e di una scuola venduta al migliore offerente.
In definitiva:
La pace è pace, e nulla giustifica azioni militari in cui, inevitabilmente, si macellano innocenti in nome di niente. Per non parlare dei costi.
La libertà è democrazia diretta, che non potrebbe sussistere senza l’eguaglianza.
La vera forza è la cultura, specie in un tempo in cui il sapere detto immateriale è diventato diretto fattore produttivo.
Ho così capovolto il monito orwelliano.
Ma, stabiliti i principi generali, è possibile passare al terreno pratico? Penso di sì. Sarà il tema della seconda parte.
25 Novembre 2011 – Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne
Ecco il testo firmato dalle donne della Sinistra Europea per la Giornata Mondiale dell’eliminazione della violenza sulle donne.
Buona lettura e buona riflessione.
Alessio.
25 novembre 2011 . Giornata Mondiale per la eliminazione della violenza sulle donne.
STOP VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi a Bogotà nel 1981 si accettò la richiesta della delegazione della Repubblica Dominicana di rendere omaggio alle sorelle Mirabal, tre dissidenti politiche della Repubblica Dominicana, brutalmente assassinate nel 1960 per ordine del dittatore Trujillo proclamando il 25 novembre data internazionale della lotta contro la violenza sulle donne.
Il 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 25 novembre Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, invitando governi, organizzazioni internazionali e ONG ad organizzare attività ed eventi per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica su questo tema.
Da allora i movimenti delle donne e femministi in tutto il mondo hanno fatto di questa giornata occasione di lotta, di denuncia di divulgazione di dati e di contrasto a questo fenomeno che rivela nel suo manifestarsi globale la persistenza nelle varie società della oppressione patriarcale e del continuo costituirsi nel cuore della modernità capitalista di culture maschiliste e misogine, anche là dove si riconoscono formalmente democrazia e diritti universali, nel cuore della modernità capitalista:
• La violenza contro le donne è diffusa e non appare affatto in diminuzione. Nel mondo una donna su tre e in Europa una su 4 è stata sottoposta a violenza.
• Le donne subiscono violenza dagli uomini. Non tutti gli uomini naturalmente usano violenza contro le donne ma si tratta comunque di VIOLENZA di GENERE cioè violenza di uomini contro donne e bambine. Gli uomini usano per lo più la violenza per mantenere o rafforzare il loro potere nei riguardi delle donne o per riconquistare questo potere perduto.
• La violenza di genere é rimasta a lungo invisibile: avveniva nell’ombra e nella insignificanza penale, perché coincideva con i valori dominanti, le tradizioni e le leggi a tal punto da rendere il fenomeno un fatto naturale e normale! Ora è giudicata un crimine ma continua ad essere considerata dagli individui, dalle istituzioni sociali e dagli Stati come una questione circoscritta alla sfera privata, non un crimine di valenza pubblica.
• Le donne sono vittime di diverse forme di violenza soprattutto nella quotidianità, e nella vita domestica. La violenza contro le donne spesso è agita dal partner o da una persona famigliare, e questo fenomeno accade in tutti i gruppi sociali.
• La violenza contro le donne ha più facce: violazione del diritto all’autodeterminazione, matrimonio forzato, molestia fisica o psicologica, sfruttamento, umiliazione, discriminazione. E’ molto alta la violenza contro le donne immigrate, che aggiunge una sofferenza in più agli ostacoli per abitare con pieni diritti nei confini d’Europa.
• Gli statuti e le regole delle religioni, in specie di quelle monoteiste, sono basati sul predominio maschile e, spesso, sulla violenza. Le donne sono considerate soggetti minori o, talvolta, oggetto del piacere e della volontà maschile. O sottoposte ai vari codici della famiglia. Subiscono la violenza e il potere del sacro e di leggi, tradizioni, pratiche costruite sulla sottomissione al genere maschile. Spesso tale sottomissione è presentata come naturale o voluta da Dio.
• Nelle le guerre moderne il 70%-80% di vittime sono civili, la maggior parte donne. Loro vengono torturate ed umiliate nei campi profughi e nelle prigioni. Loro sono sistematicamente stuprate con una pratica deliberatamente usata come arma in molti conflitti. Questo è il legame profondo fra militarismo ed oppressione patriarcale.
Per questo, come Partito della SE pretendiamo:
• La laicità come il fondamento di ogni stato e di ogni comunità sociale e politica. Ciò significa difendere i diritti di autodeterminazione della donna, contraccezione e libero aborto. In particolare lottiamo contro la pretesa del Vaticano di determinare le condizioni delle donne, di decidere sulla loro libertà, sulla loro sessualità e sulle libertà sessuali di gay, lesbiche e trans.
• La messa fuori legge e la punizione delle mutilazioni sessuali e del matrimonio forzato.
• L’approvazione e il perfezionamento in tutta Europa di leggi per porre fine alla violenza sulle donne e i loro bambini. Queste leggi devono avere al centro la prevenzione e la individuazione dei prodromi della violenza, insieme con un budget adeguato per aiutare le vittime della violenza di genere e garantire diritti pieni alle donne migranti senza riferimento al loro stato giuridico-amministrativo in Europa.
• Una limitazione e un controllo del possesso individuale delle armi, che spesso vengono usate contro le donne.
• I diritti delle donne non possono legittimare nuove guerre o leggi più restrittive sull’immigrazione.
• L’immediata conversione in legge nella UE di linee guida per il diritto alla cittadinanza di residenza per le vittime di traffico, da recepire nelle legislazioni nazionali.
Il Partito della Sinistra europea considera fondamentale non solo battersi per modificare le relazioni fra le classi, abolendo sfruttamento ed oppressione, ma ha come obiettivo la lotta contro la struttura patriarcale delle società e le conseguenze sociali e culturali che ne derivano. Nel fallimento del capitalismo neoliberista che si manifesta nella crisi economica sociale e culturale che aggredisce l’Europa si rinnova la occasione e la speranza che al posto della barbarie del profitto e del capitale ci sia l’impegno per la costruzione di una società socialista, rispettosa della natura e capace di determinare le condizioni per il compimento della rivoluzione delle donne. Il Partito della SE combatte la violenza sessista che origina dal machismo e dalla dominazione patriarcale.
Scopo della campagna è quindi l’eliminazione di tutte le forme di violenza sulle donne attraverso:
- il riconoscimento a livello internazionale, regionale e locale della violenza di genere come violazione dei diritti umani;
- il rafforzamento delle attività a livello locale ed internazionale contro questo tipo di violenza;
- la creazione di spazi internazionali di discussione per l’adozione di strategie condivise ed efficaci in materia;
- dimostrazioni di solidarietà con le vittime di queste violenze in tutto il mondo;
- il ricorso a governi affinché adottino provvedimenti concreti per l’eliminazione di questo tipo di violenze.
L’antifascismo non si processa! Solidarietà al compagno Savoldi!

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Aperitivo antifascista dalle 19.30 e dalle 21 musica dal vivo con gli Antipanico, i Sick Dogs e gli Ashpipe. Alla Coop. Portalupi( Vigevano- fraz. Sforzesca).
Alessandro Savoldi, compagno e militante dei Giovani Comunisti di Pavia, fu accusato da Roberto Fiore per aver scritto un articolo in cui lo si definiva come “stragista”.
Roberto Fiore è stato uno dei fondatori di Terza Posizione (organizzazione neofascista italiana attiva tra il 1976 e il 1980). Accusato e condannato per banda arm…ata e associazione sovversiva, non sconterà mai la pena perché latitante per 20 anni in Inghilterra (a partire dal 1980). Fiore è inoltre il fondatore di Forza Nuova, partito neofascista nato nel 1997 (quando ancora era latitante). La denuncia al nostro compagno si riferisce ad un articolo che Alessandro scrisse nel settembre del 2007, dopo lo sgombero dei Rom dalla ex Snia (un’area industriale dismessa). Alcune delle famiglie sfrattate furono sistemate in uno stabile della chiesa a Pieve Porto Morone e divennero bersaglio della Lega Nord e di Forza Nuova, che aizzarono alcuni abitanti della zona contro di loro, formando presidi permanenti e organizzando manifestazioni razziste che culminarono con assedi e lanci di pietre contro la casa in cui si trovavano i Rom. Fu durante una di queste manifestazioni che Alessandro e altri compagni vennero inseguiti e aggrediti dalla folla, e si trovarono costretti a rifugiarsi nell’abitazione. La sera, Alessandro scrisse l’articolo che gli è costato la denuncia in quanto definì Roberto Fiore “stragista”. A distanza di più di un anno il compagno Alessandro è stato assolto per non aver commesso il reato, ma a pochi mesi da quella sentenza Fiore ha annunciato di voler impugnare il verdetto. Alessandro è intenzionato a continuare il processo fino alla fine, senza chiedere vie d’uscita o sconti a nessuno. Purtroppo, però, non siamo in grado di garantire la copertura delle spese per l’avvocato, nè tantomeno il rimborso delle spese processuali. Non sappiamo come finirà l’appello, ma se dovesse finire con una sconfitta è possibile che la cifra che Fiore chiederà sarà sicuramente nell’ordine delle migliaia di euro. Per questo motivo chiediamo a tutti i compagni, i lavoratori, gli studenti e a tutti gli antifascisti, che ne hanno le possibilità, di contribuire con un’offerta al processo di Alessandro. Perchè un attacco a uno è un attacco a tutti gli antifascisti! Noi non piegheremo mai la testa, avanti con la lotta, ora e sempre resistenza!!! |
Genova 2011, rieccoci oggi a ricucire le lotte
Genova 2011, rieccoci oggi a ricucire le lotte
di Rita Lavaggi* e Walter Massa**
Non è semplice scrivere di Genova, oggi. Una città attraversata da tensioni, in costante diffidenza, quasi immune da quel vento nuovo che pare diffondersi in tutto il Paese all’indomani delle amministrative e, soprattutto dei referendum. Lo scriviamo con il limite degli “addetti ai lavori” e ci riferiamo in particolare a quel mondo, organizzato, che ha ruotato in questi mesi attorno al coordinamento Verso Genova 2011. Non è un amara constatazione però; è il dato di consapevolezza risaputo con cui abbiamo deciso di avviare il percorso che oggi ci ha riportato a Genova. Quanto è accaduto negli ultimi vent’anni – come rileva anche Curzio Maltese nel suo ultimo libro “La bolla” – parla di un Paese schizofrenico: da una parte i fatti hanno dato ragione alle idee della sinistra, dei movimenti pacifisti e no global, con i temi e le lotte che da Seattle in poi sono arrivati a Genova nel 2001; dall’altra, un paese ipnotizzato dalla propaganda di un regime in cui attorno a “Cesare” ha imperversato una rete clientelare che è arrivata fino ad alcuni settori del Vaticano. Nel frattempo dal G8 2001 sono passati dieci lunghi anni di sofferenza e di piccole, fragili soddisfazioni (”Lo Sbarco” degli italiani all’estero del giugno 2010 ne è un piccolo, preziosissimo esempio) ma, soprattutto, di incredulità di fronte a ciò che è potuto accadere in un paese un tempo democratico e civile. Profetiche ed inascoltate, almeno dai più, furono le parole di un grande uomo di cultura come Edoardo Sanguineti che oggi tanto ci manca: «Quando fu ucciso Carlo Giuliani, ci rendemmo conto che non poteva non accadere. Visto come si era svolta la questione. A mio parere era il primo esempio di guerra preventiva a livello di guerra civile». Le iniziative relative al decennale del G8 2001 sono in pieno svolgimento da fine giugno, con l’attivo coinvolgimento di realtà genovesi piccole e grandi che hanno saputo interpretarne in pieno le indicazioni emerse dalle discussioni preparatorie: recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova”, guardando avanti, al futuro che abbiamo, tutte e tutti, la responsabilità di costruire. Guardare avanti, ovviamente, senza dimenticare il passato, anzi. E un prezioso contributo in questo senso viene da Cassandra, una mostra su questi dieci anni di storia, dal primo forum sociale mondiale di Porto Alegre alla rivolta nel Maghreb. Una mostra il cui percorso comprende una sezione cronologica, una sezione sui fatti di Genova e quattro grandi aree tematiche: guerra-repressione, economia-lavoro, beni comuni, società. Una scelta riconducibile ad una delle parole d’ordine che ci siamo dati: «guardare l’oggi, pensare al domani, anche con gli occhi di ieri». Il percorso che ci ha portati a realizzare il fitto e ricco calendario di eventi è iniziato nel giugno 2010 in un clima politico ben diverso, con una consultazione regionale in cui non c’era stata quella netta affermazione del centro-sinistra che si sperava – 7 regioni su 13 – anche se non mancavano timidi segnali di risveglio politico del nostro paese. Il percorso è stato lungo e complesso, così come impegnativo è stato il confronto tra le diverse componenti – i soggetti che allora c’erano, altri che all’epoca non esistevano e altri ancora che hanno deciso di esserci oggi – tutti concordi nella scelta di contaminarci tra diversi. Elemento sicuramente di rilievo se pensiamo, ad esempio, al significato del coinvolgimento di realtà importanti come i movimenti per l’acqua e contro il nucleare, i variegati movimenti No Tav e anche pezzi più istituzionali come la Cgil. Come coordinamento Verso Genova 2011 abbiamo provato in primis a recuperare un quadro collettivo, unitario per certi versi: un ruolo di cucitura, come già avvenne nel 2001, non perché siamo nostalgici ma perché non conosciamo altro metodo per costruire insieme qualcosa. E’ stato fino ad oggi un ruolo attivo, voluto e condiviso da tutto il coordinamento per rispondere positivamente alla grande aspettativa che da molti settori è emersa in questi mesi. Ci pare proprio di poter dire che uno dei punti di eccellenza di questo percorso è stato aver voluto rendere il più possibile partecipe la città coinvolgendo tutte quelle realtà piccole e grandi che sono presenti nel tessuto sociale di Genova. Non solo nel centro cittadino abituale palcoscenico di tutto ma, in particolare con un lavoro nelle periferie. Va ringraziato per questo lavoro in particolare il Forum Cultura che ha svolto una preziosa tessitura a collegamento tra le iniziative del programma e la città. Ci è parso un “risarcimento”, si potrebbe dire, ad una città che si è vista infliggere ferite profonde che non sono ancora completamente cicatrizzate. Saremo in tanti quindi a Genova, per ricordare certamente ma, anche – e forse sopratutto – per ripartire e ritrovare una speranza e una voglia di futuro mai sopite. Questo è lo spirito di Genova per noi. *Coordinamento Verso Genova2011 **Presidente Arci Liguria
Corte dei miracoli: “MINI-TOUR RESISTENTE”
.: Dall’Irish alle pizziche pugliesi, dalle Mondine ai Partigiani…la musica della Resistenza, della Memoria, della Lotta :. Il “MINI-TOUR RESISTENTE” dopo il mese di giugno ricco di belle emozioni, prosegue senza sosta… ecco tutti i LIVE di LUGLIO!
Vi aspettiamo…
1 luglio @ Festa di Rifondazione – Bubbiano (MI) c/o Campo Sportivo “Andrea Medici” – ore 21:30
2 luglio @ “la Corte a nozze” – Festa Privata (Turano Lodigiano)
16 luglio @ Casa Circondariale di Pavia
16 luglio @ Carpiano Music Fest – Carpiano (PV) c/o Parco Aironi – ore 21:30
22 luglio @ Festa dell’Unità – Brembio (LO) – ore 22:00
Come sempre…
FOOOOOOOLK!!!
Maggiori info, video Live e tutti i concerti su:
Sito: http://www.cortedeimiracoli.net
Gruppo Facebook: http://www.facebook.com/home.php?sk=group_208963645806178
Youtube: http://www.youtube.com/cortefolk
Lettera di una madre per un figlio che non c’è più: fermiamo questa strage
Cara “Liberazione”, ti invio una lettera che ci dovrebbe invitare alla riflessione… Tutti quanti. L’ha pubblicata Graziella Marota, madre di Andrea Gagliardoni sul suo profilo Facebook. Io spero, o perlomeno voglio credere, che ci sia almeno un mezzo d’informazione in Italia che avrà il coraggio di pubblicarla integralmente!
Marco Bazzoni operaio metalmeccanico Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze
“Liberazione” fa della battaglia per la sicurezza e contro gli omicidi sul lavoro uno dei fondamenti del suo impegno e della sua stessa esistenza. Per questo, nonostante lo spazio esiguo e la lunghezza della lettera facciamo un’eccezione.
TESTO DELLA LETTERA
Andrea aveva 23 anni quando, il 20 giugno 2006, è rimasto con il cranio schiacciato da una macchina tampografica non a norma. Andrea voleva imparare a suonare la tromba, come se la chitarra da sola gli andasse stretta.Perché a quell’età la taglia dei desideri si allarga e non stai più nei tuoi panni dalla voglia di metterti alla prova, conoscere, guardare avanti. Da li a quattro giorni pure la metratura della sua vita sarebbe lievitata di colpo: dalla sua camera da ragazzo, in casa dei genitori,a un mini appartamento, acquistato dai suoi con un mutuo, a metà strada tra Porto Sant’Elpidio e la fabbrica Asoplast di Ortezzano, dove aveva trovato lavoro come precario per 900 euro al mese. Andrea voleva imparare a suonare la tromba, ma non ha fatto in tempo: una tromba che, rimasta là dov’era in camera sua, suona un silenzio assordante. E neppure l’appartamento è riuscito ad abitare: doveva entrare nella nuova casa sabato 24 giugno 2006, se ne è andato il 20 giugno di 4 anni fa. Oggi Andrea avrebbe 28 anni ma è morto in fabbrica alle sei e dieci dell’ultimo mattino di primavera. E suonerebbe ancora la chitarra con i Nervous Breakdwn e non darebbe il suo nome a una borsa di studio. Sarebbe la gioia di sua mamma Graziella e non la ragione della sua battaglia da neo cavaliere della Repubblica, per cultura sulla sicurezza. Una battaglia finita con una sconfitta dolorosa: nel nome del figlio e a nome dei tanti caduti sul lavoro, senza giustizia: Umbria-Oli, Molfetta, Thyssenkrupp, Mineo… Sono solo le stazioni più raccontate di una via Crucis quotidiana, che per un po’ chiama a raccolta l’indignazione italiana, che poi guarda altrove. Le morti si fanno sentire, ma le sentenze molto meno, quando passano sotto silenzio anche per una sorta di disagio nell’accettarle e comunicarle. I responsabili di questa orrenda morte sono stati condannati a otto mesi di condizionale con la sospensione della pena, anche se il Procuratore generale del tribunale di Fermo aveva parlato «di un chiaro segnale perché questi reati vengano repressi con la massima severità». Andrea è stato ucciso per la seconda volta. La tragedia è finita nel dimenticatoio, con alcune frasi fatte e disfatte, tipo non deve più accadere, basta con queste stragi, lavoreremo per migliorare la sicurezza. Parole piene di buone intenzioni, che lo spillo della smemoratezza buca in un momento. Parole al vento! Alla fine anche Andrea si è perso tra i morti da stabilimento e da cantiere: martiri del lavoro che fanno notizia, il tempo di commuovere, che non promuovono ronde per la sicurezza, spesso rimossi pure nei processi. Tragedie quotidianamente dimenticate da un Paese ignavo e incurante. La tromba silente di Andrea a suonare la sua ritirata. Questo è quanto accade a tutti i morti sul lavoro; di loro restano solo dolore e angoscia dei familiari ma giustamente questo non fa notizia: una mamma che piange tutti i giorni, che guarda sempre la porta di casa aspettando che il suo Andrea rientri perché spera che tutta la sofferenza che sta vivendo sia solo un brutto sogno… Ma tutto ciò non importa a nessuno! Questa è la tragica realtà, di chi rimane e si rende conto di essere emarginato e dimenticato da tutti. Forse ciò che gli altri non conoscono è la realtà del “dopo” di queste tragedie… La vita per i familiari viene stravolta dal dolore e dalla mancanza della persona cara, ti ritrovi a lottare giorno per giorno per sopravvivere e se sei forte riesci in qualche modo a risollevare la testa da quel baratro di depressione in cui sei caduta, altrimenti sprofondi sempre di più! Ti accorgi che sei lasciato solo a te stesso… manca il sostegno psicologico, sono assenti tutte le istituzioni e nessuno è disposto ad ascoltare il tuo dolore perché il dolore fa paura a tutti! Speri nella giustizia ma questa si prende beffa di te, perché otto mesi e sospensione della pena per chi ha ucciso tuo figlio mi sembra una vergogna per un paese che si definisce civile… Vogliamo parlare dell’Inail, questo ente che ogni anno incassa milioni di euro? Ebbene la morte di Andrea è stata calcolata 1.600 euro e cioè rimborso spese funerarie, allora mi chiedo ma la vita di mio figlio che è stato ucciso a soli 23 anni, per la società non valeva nulla? Eppure io quel figlio l’ho partorito, l’ho amato, curato e protetto per 23 anni, era il mio orgoglio e la mia felicità, e quindi tutto diventa assurdo e inaccettabile! Nemmeno l’assicurazione vuole pagare il risarcimento e a distanza di 4 anni e mezzo dovrò subire ancora violenze psicologiche tornando di nuovo in tribunale e ripercorrere ancora una volta questa tragedia… descrivere come è morto Andrea, come lo hanno trovato i colleghi di lavoro, come ho vissuto dopo e come continuo a vivere oggi… Credetemi una pressione che non riesco a sopportare più. Per terminare, anche l’amministrazione comunale di Porto Sant’Elpidio si rifiuta di dare una definitiva sepoltura al mio angelo! Allora mi chiedo e lo chiedo a voi che state ascoltando questa lettera: la vita di un operaio vale così poco? E’ un essere umano come tutti e se per i soldati morti in “missione di pace” si fanno funerali di Stato, per i 1.300 operai che muoiono ogni anno per la mancanza di sicurezza, cosa viene fatto? Nulla, perché non sappiamo nemmeno nome e cognome… sono solo numeri che fanno parte di una statistica.
Termino questa lettera con un appello disperato: fermiamo questa strage che serve solo a far arricchire gli imprenditori e a distruggere le famiglie! Ogni essere umano ha diritto alla propria vita e non si può perderla per 900 euro al mese!
Graziella Marota mamma di Andrea Gagliardoni
01/02/2011
“In direzione ostinata e contraria”
Il circolo di Rifondazione Comunista di Mortara, vara l’iniziativa di incontri mensili “In direzione ostinata e contraria”. Primo appuntamento sulla non violenza il 28/01/2010 con la mortarese Veronica Trevisan
Oggi nel mondo aumentano sempre piu’ conflitti tra nazioni ma anche conflitti sociali. Nei nostri paesi , nella nostra vita quotidiana sempre più assistiamo a fenomeni di razzismo , a violenze “civili”, ad un aumento di -criminalità organizzata, a disintegrazione sociale e anche alla diffusione nelle nostre scuole, di fenomeni di «bullismo», o di «mobbismo» nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Tutti questi fenomeni ci portano a riflettere su come nascono e si sviluppano i conflitti , ai modi per trasformarli e risolverli in positivo, al ruolo della nonviolenza cosi poco considerata ma cosi anche oggi attuale?
Quali autori , quali metodi quali studi , quali esperienze personali possiamo mettere in campo per creare situazioni migliori di vita e di conseguenza creare la percezione di un futuro meno spaventoso?
Venerdi 28/01/2011 nella sede di Rifondazione Comunista a Mortara in Via Cadorna 5 alle ore 21.
Ne parleremo con la Dott. Veronica Trevisan laureata in Cooperazione e Sviluppo a Pavia e con alle spalle studi sulla mediazione e trasformazioni dei conflitti conseguiti presso l’università di Pisa.
L’iniziativa sarà la prima di una serie di incontri mensili che rubando le parole a Fabrizio De Andre’ abbiamo chiamato “ In direzione ostinata e contraria” , nei quali inviteremo persone che hanno la capacità di approfondire i meccanismi della modernità e che sono capaci di prefigurare narrazioni diverse dell’esistente non più assediate dal consumo, dall’esclusione sociale, dal profitto.
Tutta la cittadinanza è invitata
