Propaganda fascista

propaganda fascista

SS Italiane
SS Italiane

LA GUERRA SUI MURI

1943-1945

Fra le varie tecniche di comunicazione, il manifesto si presenta come una delle più immediate. Il manifesto non commerciale dovrebbe avere una funzione di sola comunicazione, ma spesso la sua natura è chiaramente propagandistica. Nel caso dei manifesti della Repubblica Sociale Italiana alla persuasione si accompagna inscindibilmente la mobilitazione del soggetto cui il messaggio è rivolto. I manifesti fascisti palesano, nel loro nazionalismo esasperato, nel mito della razza, nel ricorso a valori remoti e anacronisticamente slegati alla realtà del paese, il più totale distacco dalla verità e l’inesistenza di quei valori civili e umanitari dotati di portata universale che erano invece presenti nei manifesti stampati dopo la liberazione: anche questi ebbero i loro miti, ma erano miti nati dal dibattito e dal confronto, e soprattutto bandivano la morte dal futuro, al contrario di quanto aveva fatto la repubblica sociale.

 

I manifesti della Repubblica Sociale.

Sul versante della propaganda, il fascismo repubblicano si trovò a dover affrontare, con gli anglo-americani alle porte e un alleato nazista sospettoso, stabilmente installato nel territorio italiano, il grosso problema di un consenso popolare che il 25 luglio 1943, all’arresto di Mussolini, aveva dimostrato di essere meno totale e meno acquisito di quanto il regime sperasse. Ecco allora come si spiegano i manifesti che condannano giustamente, ma strumentalmente, i bombardamenti che colpivano città, monumenti, popolazioni civili (ma allo stesso tempo si inneggiava al bombardamento di Londra).

Con la rinascita del fascismo dopo l’8 settembre i mezzi di comunicazione di massa scatenavano contro la monarchia e contro il governo di Badoglio una feroce campagna denigratoria, insistendo sull’infamia e sulle catastrofiche conseguenze della firma dell’armistizio. Inoltre, facendo leva sull’anticomunismo, coltivato in tutto il ventennio, veniva dilatato enormemente il ruolo dell’Unione Sovietica e si inventava una disponibilità anglo-americana a “regalare” l’Italia all’alleato bolscevico.

Un altro elemento che si può cogliere dai manifesti è il rapporto con l’alleato tedesco. Le sempre crescenti esigenze di uomini da utilizzare sui vari fronti aveva condotto la Germania a dissanguare progressivamente il proprio potenziale di manodopera indispensabile per l’economia di guerra. Per colmare tale vuoto e procurarsi le braccia necessarie a sostenere lo sforzo bellico, la Germania nazista era ricorsa ad una sistematica e massiccia razzia di lavoratori dai paese occupati (nel 1942 i lavoratori stranieri impiegati nell’industria tedesca erano già oltre 5 milioni, di cui 1,5 milioni di prigionieri, e il loro numero si accrebbe mese dopo mese, proporzionalmente all’occupazione di nuovi territori).

Dopo l’8 settembre, quando anche il nostro paese fu occupato, la Repubblica di Salò, favorì lo sfruttamento della manodopera italiana. Una massiccia propaganda martellava i lavoratori sui vantaggi del lavoro in Germania. È sufficiente osservare i manifesti creati ad hoc per rendersi conto di due elementi fondamentali: il costruirsi del messaggio sul contrasto fra la condizione reale (quella italiana) e la condizione potenziale (quella tedesca) finisce per smascherare in modo fin troppo evidente in quali condizioni si trovasse il popolo italiano e, contemporaneamente, mostra con chiarezza la posizione nazista verso l’Italia: il disprezzo per un popolo inferiore, povero, infido; condizione riscattabile con un lavoro in un paese veramente civile: la Germania.

I manifesti imperniati sul nemico, poi, erano finalizzati a creare negli italiani un vero e proprio senso di terrore verso gli Alleati, infatti traboccavano di immagini di soldati dai tratti somatici deformati appartenenti a razze extraeuropee: negri d’America, meticci, indiani, africani, euroasiatici. Ad essi, sfruttando una concezione razzista e una chiusura mentale che vent’anni di dittatura avevano rafforzato, veniva attribuita ogni bassezza. Fu così che i manifesti riproducessero giganteschi soldati russi con volti orientali e “da orco” intenti a ghermire bambini indifesi, sguaiati meticci che bivaccavano sprezzanti sulle vestigia della grandezza latina, orribili soldati americani di colore dediti allo stupro e alla distruzione.

Ma più di ogni altro tema, a caratterizzare la propaganda della RSI furono i manifesti e i proclami destinati al reclutamento degli sbandati e delle reclute per la costituzione dell’esercito repubblicano prima e della repressione antipartigiana poi. Alla loro indubbia importanza storica si accompagna la considerazione della funzione chiarificatrice dei veri connotati del rapporto fra regime e popolazione.

La posta in palio si rivelava estremamente alta: la ricostituzione di un esercito nazionale avrebbe dato infatti legittimità alla RSI. Per ottenere questo era necessario proporre un’immagine di fiducia che fosse in grado di coagulare nuovi consensi. L’opera della propaganda si rivelò ancora una volta tutt’altro che secondaria, ed i manifesti, nel loro simbolismo esasperato, ben esprimono le imposizioni tedesche, l’urgenza del momento, l’oggettiva confusione dei “repubblichini” nel proporsi come nuovo senza aver nulla di nuovo da proporre; condizioni che impoverirono ulteriormente il messaggio, come dimostra l’abuso delle parole d’ordine, della retorica. Il simbolo delle SS compare in un manifesto di uno dei maggiori propagandisti del regime, il pittore Gino Boccasile che invita all’arruolamento nella SS italiane. «L’Italia si riscatta solo con le armi in pugno» è scritto sul manifesto, ma particolarmente significativa è l’immagine del soldato, armato di mitra e di coltello. Il volto evoca il viso di Mussolini, nello sguardo, nelle labbra, nel tratto più inequivocabile: la mascella.

Il vero volto del fascismo emerge però pienamente nella produzione di manifesti direttamente legati all’esito dei bandi di chiamata alle armi. Quanto alla scelta dei soldati che avrebbero dovuto far parte del nuovo esercito, la posizione dei tedeschi fu determinante: no deciso al recupero dei soldati internati in Germania (la maggioranza dei quali preferì la prigionia all’adesione alla RSI), demotivati e troppo “badogliani”: il loro posto avrebbe dovuto essere preso dai giovanissimi. A questi soldati la propaganda promise armi speciali e il reclutamento in “corpi di prestigio” come la San Marco e la X Mas. Ma il bilancio finale fu per la RSI disastroso: pochi i giovani che si presentarono. Il governo repubblicano reagì duramente: con una serie di misure capillari tese a stroncare la renitenza e ove non si poté colpire direttamente i ragazzi, furono le famiglie a pagarne le conseguenze (presentiamo anche un manifesto locale a riguardo).

In effetti le misure coercitive, sorrette dalla propaganda, avevano avuto qualche effetto, ma rispetto all’esercito di “volontari”, voluto dal generale Graziani c’era un incolmabile abisso: le minacce avevano mutato i renitenti in disertori e le fughe furono endemiche: i giovani di leva davano luogo ad una delle più compatte diserzioni della storia di tutti gli eserciti. Inoltre diveniva sempre più chiaro che molti fra coloro che non si erano presentati o erano fuggiti, erano andati ad ingrossare le fila della Resistenza. Il messaggio propagandistico contro i “banditi” e i “ribelli” assunse un carattere teso a isolare il movimento partigiano sottoponendo incessantemente alla popolazione l’immagine di orde violente dedite ai crimini più orrendi e alle distruzioni peggiori. Ma il legame fra i “banditi” e la popolazione aumentava giorno dopo giorno; per stroncarlo si ricorse ad un misto di minacce (pena di morte per coloro che favorivano i partigiani, e persino per chi aiutava i prigionieri anglo-americani) e di lusinghe (premi cospicui per chi avesse segnalato ribelli o prigionieri fuggiti, fino ad arrivare alla promessa del ritorno di un internato italiano dalla Germania). La delazione in cambio della liberazione di un nostro soldato.

 

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