Deportazioni e memoria.

 

 

 Scrive Zygmunt Bauman in Modernità e olocausto: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento (…) La documentazione accumulata dagli storici [dimostra] oltre ogni ragionevole dubbio che l’Olocausto [è] una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili”.

 

 Il grande sociologo polacco si riferisce al tragico intrecciarsi di razzismo, ingegneria sociale, stato burocratico, modernizzazione. Ma potremmo prendere in prestito l’immagine di Bauman per tentare una breve riflessione su aspetti meno noti e meno ricordati della Shoah e della Deportazione. Innanzitutto gli scampati alla deportazione e i “giusti” che li hanno aiutati. Un esempio vigevanese è dato dalla figura di Leon Rudich, il noto “Dutur Rus”, sicuramente destinato nei lager se mani amiche non avessero favorito la sua fuga in Svizzera. Un altro aspetto normalmente dimenticato è quello della discriminazione e dello sterminio degli “altri”: gli zingari, gli omosessuali, i portatori di handicap… Di solito nel Giorno della Memoria si ricorda esclusivamente la deportazione razziale, ma ci fu anche quella dei popoli occupati, dei prigionieri di guerra e degli oppositori al nazifascismo. Certo che la parola “anti-fascista” non è più molto di moda, è più facile proiettare la tragedia della deportazione su una minoranza lontana e sulle esclusive responsabilità tedesche. Invece furono annientanti nei lager anche gli oppositori politici, oltre agli ebrei, e fattiva fu la collaborazione che fornirono i fascisti italiani: dalla delazione, alla compilazione di elenchi di schedati, agli arresti, ai rastrellamenti… 

Leon Rudich e moglie
Leon Rudich e moglie

 

 Non meno complessa è la vicende delle vittime, che pur nella degradazione in cui furono spinte, cercarono spesso di salvaguardare la loro umanità con pericolosissime azioni di sabotaggio sul lavoro, con la costituzione di gruppi clandestini di resistenza, fino a evasioni dagli stessi campi di concentramento.

Proprio con l’intervista filmata al protagonista di una fuga verrà celebrato il Giorno della Memoria presso la biblioteca di Olevano (sabato 30 alle 21). Si tratta della memoria di Enrico Piccaluga evaso da un sottocampo di Dachau, nel gennaio del 1945 assieme al pavese Ermanno Bartellini e sopravvissuto in un ambiente fisicamente e umanamente ostile per ben sette giorni, prima di essere ripreso.

Fuga disperata, senza possibilità, certo, ma per molti aspetti emblematica di una resistenza condotta in condizioni estreme. Questa vicenda ci fa ripensare, almeno per alcuni casi, all’immagine del deportato descritto unicamente come il ‘Muselmanner’ passivo, votato all’abbrutimento e alla morte.

La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo entrare come in una finestra a esplorarne la complessità.

 

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