Perché fare politica, perché non arrendersi? Una riflessione

Tratto da FB

Damiano Cucè

(DA CATANIA)

Sono tornato ieri da Roma da una riunione nazionale. Sono molto stanco, ho perso molte energie, perché mentre devo studiare latino e scrivere la tesi per la mia laurea che sta per arrivare, ho dovuto affrontare un viaggio di 15 ore complessive, ho dovuto partecipare ad ore di riunione; ho preso tutti i mezzi pubblici possibili, nel frattempo ho provato a studiare Orazio alla stazione Termini, ma il sonno era troppo evidente…
E’ la sensazione che si prova quando fai politica ogni giorno, quando in maniera ostinata militi, mettendo tutto il resto in secondo piano, perché questa è la cosa più utile per molti, non solo per me, mi riempe e mi rende felice.
Certo, non sempre è facile, ma ci sono sempre i momenti in cui succede qualcosa che mi fa capire il “perché bisogna fare politica”, ed il perché “non bisogna arrendersi”.

Le foto che trovate sotto immortalano due bei momenti. Umili, ma importanti.
La prima foto cattura il compleanno di una bambina che abbiamo conosciuto in una cena sociale, in mezzo alla strada, in una di quelle sere in cui abbiamo aiutato italiani e stranieri senza fare alcuna differenza. Proprio quella sera abbiamo conosciuto questa famiglia, tre bambini, tanti problemi, senza un tetto sopra la testa. Persone umili, che vanno avanti con non poche difficoltà. Noi da quel momento li aiutiamo, gli diamo un sostegno concreto, un aiuto morale, ma soprattutto li teniamo a braccetto e gli diciamo chiaramente “lottiamo insieme!”. Loro ci stanno, perché come noi, anzi meglio di noi, non hanno più nulla da perdere.
La madre della bambina quache giorno fa ha chiamato al cellulare di una nostra compagna. Le ha chiesto se sua figlia avrebbe potuto festeggiare con noi al Colapesce il suo compleanno. Noi abbiamo accettato senza pensarci, perché sono i momenti in cui tu fai comunità, crei tessuti sociali alternativi, imponi un modello di società, sottrai i tempi tirannici della società contemporanea, strappi pezzi di oppressione e li cuci per creare reti solidali. D’altronde essere compagni vuol dire questo, mangiare il pane insieme, condividere, aiutarsi, mettere le proprie esistenze in comune. E’ un gesto piccolo, ma molto importante.

La seconda foto è stata scattata questa sera, durante la prima serata studentesca in Piazzetta del gruppo LPS.
La nostra solita Piazzetta, quella con le panchine colorate, gli adesivi nel palo, la musica alternativa, la socialità diffusa, l’aggregazione facile e spontanea quasi, la condivisione, i sogni messi in comune. Era piena. Piena di giovani, di ragazzini e ragazzine, e di qualche persona più grande, che passando da lì non poteva che fermarsi, ascoltare la musica, ammirare questa bellezza, guardare con meraviglia una situazione rara al giorno d’oggi: degli adolescenti che si incontrano in una piazza, piuttosto che sul web, e che insieme parlano di politica, dei problemi di oggi, dei loro sogni, ascoltando musica insieme, bevendo il loro primo bicchiere di vino quasi di nascosto e con vanto, come si è soliti a fare a 14 anni magari.

Come sempre sono tornato a casa con questa esigenza: raccontarvi due brevi storie ma molto significative, perché queste sono le cose che mi portano a fare politica, a non mollare tutto nonostante la stanchezza, i soldi che vanno continuamente via tra volantini e i prodotti per pulire il Colapesce, tra il camioncino del corteo e le stoffe per le bandiere. Lo faccio e continuerò a farlo per molteplici motivi, ma essenzialmente per uno: costruire una narrazione diversa da quella dominante, far vedere che esistono tanti giovani che sognano un mondo diverso e un modo di vivere alternativo, che sfidano le imposizioni del presente con intelligenza, che con umiltà, ma anche con la giusta presunzione di chi è stanco di essere sfruttato, costruisce ogni giorno mattone dopo mattone un mondo diverso.
Scrivo perché voglio costruire un’altra narrazione, quella che racconta di come ci si aiuta, di come rendere possibili le cose che si dicono impossibili; quella che racconta cos’è realmente la solidarietà, che indica una strada possibile verso un modo di fare militanza e politica: non quella da salotto, di Marx e Lenin, delle scissioni e dei politicismi, partitica tradizionale e lamentosa (spesso anche noiosa), ma quella che sperimenta, che sta nella realtà, che porta a sbagliare e ad imparare e, chiaramente, quella che si fa anche studiando Marx e Lenin, che assumono un significato concreto e non meramente ideologico.

Questi e tanti altri i motivi per cui faccio politica e non mi arrendo, per cui bisogna farla e non arrendersi, per cui bisogna sognare, creare e lottare, piuttosto che cadere nella rassegnazione e nella tristezza.

Adesso vado a letto: magari qualche adolescente starà tornando a casa brillo, e la bambina felice pensa al suo compleanno. Ma tutte e tutti noi andremo a dormire certi che qualcosa la stiamo facendo per far avanzare un cambiamento reale della nostra città, di questo mondo.

Le cose possono cambiare, con i giusti tempi, probabilmente in maniera lenta, ma possono cambiare.

Alla vita, che è una sola!

#poterealpopolo